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“Il giusto”, ha scritto Platone (Repubblica 2:5), “sarà flagellato, torturato e incatenato; gli saranno bruciati gli occhi, e infine, dopo aver sopportato tutte queste sofferenze, sarà messo in croce”. Anche i malvagi servi del Signore dicono nel libro alessandrino della Sapienza (2:12-22): “Tendiamo insidie al giusto, perché ci è dyschrēstos; egli si oppone alle nostre azioni, ci rimprovera i peccati contro la legge e ci accusa delle colpe contro la disciplina. Si vanta di possedere la gnosi di Dio e si chiama figlio del Signore. È divenuto per noi un rimprovero vivente dei nostri pensieri; già il solo vederlo ci è di peso, perché la sua vita è diversa da quella degli altri, e le sue vie sono singolari. Egli ci considera falsi, e le nostre vie le evita come impurità; egli chiama beata la fine dei giusti e si gloria di avere Dio per padre. Vediamo dunque se le sue parole sono vere e osserviamo quale sarà la sua fine; se davvero il giusto è figlio di Dio, egli lo assisterà e lo libererà dalle mani dei suoi avversari. Mettiamolo alla prova con oltraggi e tormenti, per conoscere la sua mitezza e saggiare la sua sopportazione; condanniamolo a una morte infame, perché — secondo le sue parole — ci sarà protezione per lui. Questo pensarono, ma si sono ingannati; non conoscevano i misteri di Dio, né speravano in un premio per le anime pure”.

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