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Pietro
Cristo, il secondo Dio, fu creato dal bisogno dell’anima di trovare un mediatore che potesse colmare l’enorme abisso tra essa e il Dio trascendente e ultraterreno. Questa trascendenza era sorta a causa di un’intensa tensione etica e romantica, che voleva spogliare l’ideale divino da tutto ciò che è terreno e mortale, elevandolo sempre più in alto, fino a quando il contrasto tra esso e gli uomini legati alla terra apparve come un abisso profondo. La particolarità di questo processo era che, per sua natura, non poteva mai giungere a riposo. Anche Cristo, naturalmente, doveva essere concepito come un ideale perfetto, cosicché la differenza tra gli uomini e lui non sembrava affatto minore rispetto a quella tra loro e il Padre eterno. E se egli mediava il rapporto con Dio, restava aperta un’altra domanda: e chi media il rapporto con Cristo?
Tanto più che il Redentore non si trovava più sulla terra, ma doveva scendere solo alla fine dei tempi, mentre l’anima, ancora oppressa dal timore della morte, continuava ad avere bisogno di mezzi di grazia. Sul pane e sul vino doveva essere pronunciata una benedizione magica, affinché si trasformassero nel corpo e nel sangue di Cristo, e solo la parola benedicente di un uomo santo e puro possedeva tale potere consacrante. Ma anche costui era un uomo debole, che non sarebbe riuscito a diventare senza peccato con il solo ardente sforzo, se non avesse già prima ricevuto da un altro tali consacrazioni e mezzi di grazia. Così il sistema sviluppò una scala di mediazioni infinita, che poteva arrestarsi solo presso Cristo stesso e il mediatore tra lui e gli uomini. Il Redentore, nel momento del suo commiato, doveva necessariamente aver incaricato un altro di elargire, in sua vece, la sostanza dell’immortalità liberatrice dal peccato. E nei Vangeli troviamo varie tracce, sebbene sbiadite, che indicano chiaramente un tale vicario di Cristo. Si parla di un Paraclito (dal greco, che significa “avvocato”) che Cristo avrebbe mandato sulla terra affinché stesse accanto ai suoi fedeli nelle difficoltà della vita. Nel quarto vangelo sentiamo spesso parlare del discepolo che il Signore amava, che riposava sul suo petto, e al quale si rivolgevano gli altri discepoli quando volevano chiedere qualcosa al Maestro, e a cui infine Cristo stesso, dalla croce, affida sua madre. La tradizione della Chiesa identificò questo discepolo prediletto con l’evangelista Giovanni stesso, e l’apocalittico e il presbitero Giovanni sono probabilmente solo proiezioni di questa stessa figura. Forse non è senza motivo che il quarto vangelo non nomini mai questo prediletto del Signore. Solo dopo che Giovanni il Battista fu generalmente accettato come il precursore del Cristo, profetizzato dai profeti, [1] anche il discepolo prediletto venne chiamato Giovanni. È possibile che in precedenza si chiamasse Lazzaro. Al minimo, il Lazzaro del quarto vangelo appare come il doppio e l’amico più intimo, si potrebbe quasi dire il fratello di Cristo. Egli ha due sorelle, Maria e Marta, e questi due nomi dicevano tutto il necessario al cristiano gnostico primitivo. Maria o Miriam è da tempo nota come lo Spirito Santo, la madre, l’amata e la sorella del Figlio dell’uomo, mentre Marta è la parola semitica per “signora” e rappresenta il medesimo principio femminile. Esistevano infatti sette (sette religiose) che veneravano la madre di Dio come Marta, e altre che la veneravano come Maria; da ciò nacquero, secondo antiche analogie storiche religiose, due figure distinte nel pantheon cristiano, che il brillante Lucius utilizzò come simboli delle due nature della Chiesa: Marta rappresenta il lato attivo, etico e organizzativo della nuova religione, e Maria il suo entusiasmo, la sua dedizione e il suo fervore. Tuttavia, in Giovanni tali differenze tra le due sorelle non sono affatto percepibili, e entrambe piangono la morte di Lazzaro con una passione che difficilmente si spiega solo con l’amore fraterno e senza uno sfondo mitologico. Ma anche Cristo è colpito in modo terribile da questa perdita e si lamenta e prega il Padre con un’ardente intensità e angoscia che non manifesta in nessun altro risveglio dei morti. Questo miracolo è trattato quasi come una prova divina di primo ordine, per verificare se Cristo sia davvero il Messia, come una sorta di prova generale per la futura resurrezione dello stesso Cristo. Il morto Lazzaro è deposto in una caverna di roccia e una pietra è rotolata sopra di essa, proprio come accadrà in seguito con il Cristo morto. Lazzaro è rimasto per tre giorni nella tomba, e al quarto è risorto. Questo non coincide esattamente con Gesù, che risorge già al terzo giorno. Ma la leggenda di Lazzaro ha conservato per noi una versione più antica. Anche Giona fu tre giorni nel ventre del pesce, e fu proprio al “segno di Giona” che Gesù faceva costantemente riferimento per alludere alla sua futura resurrezione. Lazzaro è quindi un doppio di Cristo, è il discepolo che il Signore ama, e può darsi che una volta, accanto ad altri, sia stato considerato suo vicario sulla terra. E come si addiceva al rappresentante e successore del Signore, probabilmente anche Lazzaro subì il martirio della morte sacrificale e poi la resurrezione. Tuttavia, dovette infine cedere il passo – come Giovanni, come il Paraclito, come Stefano degli Atti degli Apostoli – a Simon Pietro, che fino ad oggi ha mantenuto questa funzione di vicario.
Pietro è considerato il guardiano della porta del cielo, colui che tiene le chiavi in mano. Di questo incarico di portiere si parla già nel primo vangelo, quando Cristo gli dice: “Le porte degli inferi non prevarranno su di te”. La comprensione di questo passo diventa molto più chiara se ci avvaliamo della mitologia greca. Quando i Titani, così leggiamo già in Esiodo, furono sconfitti dagli dei dell’Olimpo dopo aspre battaglie, Zeus li scagliò nel Tartaro, che si trovava tanto in profondità sotto la terra quanto la terra stessa lo è sotto il cielo. Il fratello di Zeus, il dio del mare Poseidone, sbarrò le porte del Tartaro e vi pose davanti dei custodi feroci, gli Ecatonchiri (i Centimani), per impedire ai Titani ogni tentativo di evasione. Fu proprio il dio del mare a prendere questa misura, poiché il Tartaro si trovava direttamente sotto il fondale marino. Che fossero i servi o il dio stesso a custodirle, in sistemi mitologici che tendono a ramificazioni infinite, fa ben poca differenza. Poseidone stesso fa da guardiano alle porte del Tartaro, che rappresenta l’inferno per i Greci, e i Titani non lo soprafferanno. Quelle porte che chiudono il Tartaro sono fatte di roccia. Secondo la credenza greca, mare e terra poggiano su un fondamento roccioso, e Poseidone è colui che erige tali rocce o le spacca, provocando così i terremoti. Egli è allo stesso tempo lo scotitore e il costruttore della terra, e per questo portava spesso, ad esempio in Tessaglia, il soprannome di “il Roccioso” o “Costruttore di Rocce” — in greco, Petraios. Da qui, non è difficile arrivare a Pietro, che sta come guardiano alle porte dell’inferno o del cielo e protegge il mondo superiore dall’invasione degli spiriti infernali. Secondo la concezione orientale, in particolare egizia, che già da tempo influenzava l’Occidente in quell’epoca, l’oltretomba non era affatto separato dal cielo da abissi infiniti, bensì entrambi si toccavano. Quando il dio sole, imprigionato, completava il suo viaggio pericoloso e lasciava dietro di sé le porte del regno inferiore, allora sorgeva vittorioso all’orizzonte, cioè nel cielo. In tal modo Pietro può essere contemporaneamente custode del cielo e, nel suo posto di guardia, anche alle porte dell’inferno. È esattamente il ruolo di Poseidone, che protegge gli dei dai Titani. Comprendiamo ora, una volta chiarita questa origine, anche il legame di Pietro con il mare (il lago di Genezaret) e con i pesci. E comprendiamo inoltre perché egli fu lodato come la roccia su cui poggia la Chiesa di Cristo.
Ci conduce ancora più a fondo nella natura mitica di Pietro l’appellativo che Gesù gli rivolge nel Vangelo di Matteo: “Beato te, Simone Bar Jona” — cioè: Simone, figlio di Giona. Chi crede in un Pietro umano potrebbe semplicemente pensare che suo padre fosse un certo Giona, un pescatore galileo. Ma in quei tempi pieni di misteri, espressioni come “figlio” e “fratello” indicavano spesso l’appartenenza a una setta, e persino nei Vangeli troviamo chiari indizi che in passato dovette esistere un culto segreto, il cui mediatore era il profeta Giona. I tre giorni che Giona trascorre nel ventre del pesce vengono paragonati al soggiorno di Cristo sottoterra, cioè nell’oltretomba, e la sua liberazione dal ventre del pesce è coerentemente un’allegoria della resurrezione. Pietro, in quanto figlio di Giona, è dunque legato a una setta in cui un pesce, come creatura dell’oltretomba, svolge un ruolo significativo. Gesù lo chiama al suo servizio con la motivazione che, essendo stato finora un comune pescatore, sarebbe ora diventato pescatore di uomini. Faremmo bene a non intendere questa bella espressione solo come una metafora poetica, ma a ricordare che respiriamo l’aria del platonismo, dove astrazione e concretezza, simbolo e realtà si fondono nella maniera più meravigliosa e misteriosa. Nella Bibbia conosciamo solo la versione del racconto di Giona secondo cui il profeta viene rigettato dal pesce per volontà divina. Ma se volessimo immaginare che questo Leviatano finisca per essere catturato dalle reti di un pescatore, il quale lo tira su e lo squarta, liberando così il profeta — avremmo semplicemente ricostruito un mito che, in numerose varianti, si ritrova in tutto il mondo: dall’India all’Islanda, fino a riapparire persino nell’epica medievale dell’Orendel. Un tale racconto poteva benissimo essere diffuso tra le sette giudaiche dell’epoca, quando tutto il materiale mitologico di ogni tempo ribolliva nel calderone dei misteri e del platonismo. In questo caso, il “pescatore di uomini” Pietro sarebbe tale in senso letterale: egli cattura il pesce che ha inghiottito l’uomo e ne libera il prigioniero. [2] Poiché il pesce simboleggia l’oltretomba, Pietro sarebbe quindi né più né meno che un salvatore dell’anima dalla morte, un vincitore dell’inferno — che non può prevalere su di lui. Un curioso episodio di pesca, che ha l’aspetto di un mito razionalizzato, è effettivamente raccontato nei Vangeli: sebbene Gesù non si senta obbligato a pagare le tasse alle autorità, vuole comunque mostrare la sua buona volontà e ordina a Pietro di pescare un pesce, nella cui bocca si trova una moneta, da usare per il tributo. Un meccanismo alquanto complesso per una faccenda semplice come pagare una tassa. Questo non può essere stato il significato originario. Forse Pietro trovò una moneta d’oro nel pesce, o un anello d’oro — come un tempo accadde a Policrate — e questo simbolo così trasparente del sole imprigionato e affondato nel mare rimanderebbe chiaramente al dio solare, a Helios o a Osiride, e infine a Cristo stesso, al Figlio dell’Uomo e Uomo Primordiale. E da qui il termine pescatore di uomini acquisterebbe un’eco ben più profonda. Anche il simbolo del pesce, con cui Cristo è spesso rappresentato tanto quanto con quello dell’agnello, si adatterebbe perfettamente a Pietro. Al pesce malvagio, il Leviatano, può contrapporsi il pesce buono, per esempio il delfino, sacro al sosia di Pietro: Poseidone. È molto probabile che in un mistero su Giona, il pesce abbia avuto lo stesso ruolo che altrove spettava al toro o all’agnello. Siamo ancora, è vero, nel campo dell’ipotesi — ma si tratta di un’ipotesi assai plausibile — e il pesce Pietro sarebbe allora il più perfetto doppio del pesce Cristo.
Perché soffermarsi qui? Egli è davvero il doppio del Signore: colui che tiene prigionieri i demoni nell’inferno, che libera le anime e apre loro la porta del cielo, della vita eterna. Anche lui è stato crocifisso — secondo la tradizione, a testa in giù, per distinguersi dal Redentore: una versione in cui si avverte chiaramente il gusto discutibile di un’invenzione posteriore per motivi teologici. La sua liberazione dal carcere da parte di un angelo, raccontata edificantemente negli Atti degli Apostoli, non è altro che la storia della resurrezione razionalizzata. Erode Agrippa fece condurre Pietro in prigione nel giorno degli Azzimi, con l’intenzione di giustiziarlo davanti al popolo dopo la Pasqua. Proprio come l’agnello pasquale, Gesù, che fu crocifisso anch’egli solo dopo la fine della festa. Ci vengono descritti con minuzia i preparativi per sorvegliare Pietro, e come poi un angelo fece cadere i custodi in un sonno profondo e liberò l’apostolo. Anche i soldati presso il sepolcro furono, come è noto, immersi nel sonno prima che l’angelo facesse rotolare via la pietra. Ancora più convincente è ciò che accadde dopo, e lì l’analogia sconcertante non può più essere ignorata. Pietro — racconta il testo — si presentò alla casa dove gli altri apostoli erano riuniti presso una certa Maria (quanto mai significativo) e bussò alla porta. Una serva scese per aprire. Udì la sua voce e, seguendo la logica, avrebbe dovuto pensare che fosse evaso e quindi aprirgli subito per metterlo al sicuro. Ma fu sopraffatta dalla gioia, dimenticò di aprire e corse dentro ad annunciare che Pietro stava davanti alla porta. Incontrò uno scetticismo generale: i presenti pensavano piuttosto che fosse solo il suo spirito. Quando infine aprirono la porta al bussare insistente, Pietro fece loro cenno di tacere, chiaramente per evitare domande concitate e stupite. Tutta questa scena — in particolare il comportamento dei discepoli e la loro incredula sorpresa — sarebbe assolutamente incomprensibile se si trattasse solo di un’evasione fortunata dalla prigione, cosa non poi così rara in quei tempi. Ma la prigione era uno dei tanti simboli dell’oltretomba, della tomba stessa, e il Pietro risorto dalla morte doveva, naturalmente, suscitare nei discepoli stupore e persino paura. Questa scena ricorda episodi simili nei Vangeli: per esempio, l’incredulità dei discepoli quando Maria Maddalena annunciò la resurrezione, o il loro turbamento quando Gesù entrò improvvisamente nella loro assemblea e mostrò loro le ferite per convincerli che era tornato in carne e ossa, e non solo come spirito. Pietro il pesce, Pietro il crocifisso e infine Pietro il risorto: sotto ogni aspetto egli appare come il doppio di Cristo. E il quadro si completa pienamente se, nel capitolo decimo della Prima Lettera ai Corinzi, troviamo che Cristo stesso viene descritto come la roccia errante che accompagnava gli Israeliti nel deserto e dalla quale Mosè fece scaturire “la bevanda spirituale”, l’acqua della vita. Nell’Apocalisse di Giovanni si parla inoltre di un Santo che apre e chiude con le chiavi di Davide, e questo Santo appare chiaramente come il Messia della stirpe di Davide, cioè Cristo stesso, che dunque è un dio della roccia e tiene in mano le chiavi — proprio come Pietro.
Il decimo capitolo della prima lettera ai Corinzi lascia quasi supporre l’esistenza di un mistero di Mosè. Mosè fa scaturire l’acqua dalla roccia, e non era poi così lontano l’idea di dichiararlo lui stesso come quella roccia generatrice; in questo senso mistico egli avrebbe potuto benissimo essere venerato come Cristo, come Unto, dalle sette proto-cristiane, anche perché le pietre sacre venivano unte con olio, e quindi consacrate. L’Antico Testamento gli mette in bocca un canto che, secondo la tradizione, egli avrebbe intonato subito prima della morte, e in cui Dio è lodato come la roccia generatrice, che ha generato il popolo d’Israele. Da questa roccia feconda sgorgavano olio e miele, per nutrire coloro che stavano per perire. Se confrontiamo questo curioso canto con il passo della Lettera ai Corinzi, è piuttosto naturale supporre che la roccia divina e generatrice da cui il profeta fece scaturire l’acqua si sia trasformata, per le sette, prima o poi, nello stesso Mosè. Secondo l’antica concezione animista, la roccia non era altro che Dio stesso, che accompagnava il suo popolo come pietra errante e lo dissetava con miele. Quando poi il monoteismo spazzò via tale immaginario, essa divenne un miracolo compiuto da un profeta ispirato da Dio ma umano. Più tardi, con la nascita di una nuova mitologia della natura fortemente spiritualizzata, e con la necessità di un mediatore, Mosè, ora umanizzato, venne nuovamente divinizzato e trasformato in uomo-roccia. Questa ipotesi spiegherebbe perché nella simbologia protocristiana e nelle arti figurative Mosè che colpisce la roccia con il bastone per farne uscire l’acqua sia uno dei motivi più diffusi, e perché tale gesto appaia nelle catacombe cristiane come vero e proprio contraltare della resurrezione di Lazzaro. La roccia di Mosè ridà vita al popolo d’Israele morente o già morto nel deserto tramite la sua acqua: e sotto questa immagine, nei misteri, si celava l’anima umana e il sacramento, l’acqua della vita. Certamente bisogna ammettere che tutto ciò resta nel campo delle ipotesi, perché i misteri di Mosè, come molti altri, sono sepolti sotto le macerie del tempo, e nemmeno la più faticosa opera di scavo potrà forse rivelarne molto di più. Ma un altro culto misterico ci è ancora abbastanza noto da poterci mostrare, tra i Persiani e gli abitanti dell’Asia Minore, una venerazione della roccia generatrice in relazione alle idee sulla morte e il viaggio dell’anima. Mitra è il nato dalla roccia, poiché è emerso dalla pietra sacra. Mitra scaglia frecce contro la roccia, e da essa zampilla l’acqua; gli assetati accorrono per dissetarsi. Mitra è il dio dei misteri che guida l’anima dopo la morte verso l’alto, e i suoi fedeli bevono durante il banchetto il sacro nettare dell’immortalità. Tutto ciò è di un’evidenza stringente, e considerando i secoli di rapporti tra gli ebrei e l’Impero Persiano, sarebbe strano se Mitra non avesse fatto proseliti in Palestina. Naturalmente egli dovette essere adattato alla fede ebraica, e Mosè uomo-roccia prese il suo posto. I fatti evidenti del mistero di Mitra ci spiegano quel mistero di Mosè che traspare piuttosto chiaramente, sotto la coltre cristianizzata, nella prima lettera ai Corinzi. Dato che subito dopo si collega anche l’interpretazione simbolica del battesimo nel Mar Rosso, possiamo dire che nel giudaismo posteriore esisteva una predisposizione ideale sufficiente per accogliere l’identificazione greca e anche egiziana del dio della roccia e del dio del mare. Così Pietro non è solo Poseidone, né solo Giona, né solo Cristo, ma è anche il Mosè dei misteri.
Mosè era considerato soprattutto come l’uomo della Legge, e la Legge si fondava sulla giustizia, mentre il mezzo di salvezza dei misteri derivava dalla misericordia. Proprio come l’etica elevata di quei secoli culminava in un senso di debolezza, in un bisogno di amore e di aiuto, anche l’ideale divino si era diviso: al di sopra del giusto dominatore di questo mondo si elevava il Dio trascendente della misericordia. Di conseguenza, Cristo veniva spesso contrapposto a Mosè, e anche il successore neotestamentario dell’antico profeta si trovò così coinvolto in una posizione per lo meno ambivalente, quasi ostile, nei confronti del suo Signore e Maestro. Che in questo contesto la giustizia della Legge fosse in conflitto con la misericordia, si può riconoscere soltanto in due passi dei Vangeli, ma lì in modo molto chiaro. Gesù predicava che bisognava perdonare sempre al prossimo che avesse peccato, se si fosse pentito. Pietro non è del tutto d’accordo, e formula una domanda in cui suggerisce che sarebbe sufficiente perdonare sette volte. Gesù gli risponde: non ti dico sette volte, ma settanta volte sette. E quando poi gli sgherri giungono al Getsemani, Pietro estrae la spada e taglia l’orecchio a uno dei servi. Gesù tocca l’orecchio sanguinante e guarisce il servo, rimproverando Pietro per la sua impulsività. Egli è infatti il Figlio di Dio e potrebbe chiamare a sé legioni di angeli per difendersi dai servi del sommo sacerdote. Ma deve offrirsi in sacrificio, un sacrificio d’amore, per redimere gli uomini dal potere del nemico malvagio. Anche qui si manifesta la misericordia amorevole in contrasto con la giustizia punitiva e vendicativa, che sa colpire il trasgressore con la spada. Inoltre, Pietro, che in un certo senso cerca di impedire il compimento del sacrificio d’amore, appare in una luce quasi ambigua. E ci ricordiamo come Gesù gli si fosse rivolto in precedenza, quando l’apostolo lo aveva rimproverato per l’annuncio della sua morte: vade retro, Satana. Secondo la fede della gnosi radicale, infatti, il Dio ebraico era il principe di questo mondo, cioè Satana, e il suo profeta e mediatore, Mosè, doveva necessariamente partecipare di questo tratto meno edificante. Una traccia sottile di tale concezione si è insinuata, come mostra questo passo, fino nei Vangeli canonici.
Così si manifestò quel latente dualismo che è così caratteristico della tarda antichità e della Chiesa nascente, attraverso le figure di Cristo e del suo più eminente apostolo. Probabilmente in origine esistevano due misteri, che poi si fusero in uno solo, e deve esserci stato, tra queste due entità divine, un conflitto, che peraltro è trasmesso dai Vangeli con sufficiente fedeltà. Pietro deve riconoscere, fin dal primo apparire di Gesù, il Signore superiore al quale deve seguire. Le sue reti improvvisamente non si riempiono più, tanto che le tira su senza alcuna preda. Sappiamo bene quali legami egli abbia con il dio del mare. In realtà egli è anche signore di tutte le creature dell’acqua, e possiamo supporre che la sua pesca sia da intendersi come una pesca di anime, una sorta di salvezza delle anime dall’oltretomba. Ora però il suo potere viene meno, il suo diritto di dominio sul proprio elemento gli è tolto, perché uno più grande si trova nelle vicinanze e lo ostacola. Allora arriva questo più grande e ordina a lui e a suo fratello di gettare di nuovo le reti: ne segue quella pesca miracolosa, che riempie di stupore gli uomini, tanto che Pietro cade ai suoi piedi dicendo: “Signore, allontanati da me, perché sono un uomo peccatore!” Poiché è peccatore, non può salvare le anime dalle profondità dell’oltretomba, questo può farlo solo Gesù, che è senza peccato. Pietro dunque rinuncia in favore del suo Maestro, senza il quale non può più nemmeno camminare sul suo elemento, l’acqua. Gesù cammina sul lago e invita Pietro a scendere dalla barca e a fare altrettanto. Pietro osa farlo, ma affonderebbe se il Signore non gli porgesse la mano dicendogli: “Uomo di poca fede”. Il conflitto tra Pietro e Cristo si è qui già dissolto e spiritualizzato, ma si può ancora intuire. Soprattutto, però, questo contrasto ci spiega finalmente la misteriosa suocera di Pietro, la cui guarigione per opera di un miracolo di Gesù viene raccontata con una tale insistenza da apparire sproporzionata rispetto alla banalità del fatto. Ella giace a letto con la febbre, e Gesù la prende per mano, affinché si alzi dal letto guarita e gli serva da allora in poi. Dato che Gesù era solito resuscitare i morti, ridare la vista ai ciechi e l’udito ai sordi, purificare i lebbrosi con un tocco, far camminare i paralitici e scacciare demoni, non doveva certo risultargli difficile guarire una donna febbricitante, e non si capisce affatto perché i Vangeli menzionino un fatto così insignificante. Tutto diventa chiaro, non appena riconosciamo in Pietro un doppio, una figura più antica di Cristo, e in questo racconto apparentemente secondario l’ultima traccia di una lotta ormai conclusa tra le due potenze divine. La suocera di Pietro? Allora significa che egli è sposato con sua figlia, e ci siamo già imbattuti spesso in questo ambito mitico della sposa che è anche madre, e la suocera appare come una di quelle numerose costruzioni razionalistiche volte a cancellare, per quanto possibile, ciò che nel vecchio mito naturale era considerato sconveniente. Pietro non è in grado di proteggere la madre e sposa dalle forze ostili, dai demoni che portano le malattie. Deve venire il più potente, ed ella da allora in poi lo serve.
Tutti questi conflitti culminano in uno solo e decisivo, in cui Pietro viene definitivamente sconfitto, purificato e reso degno del suo alto ufficio. “E quando il gallo cantò, Pietro uscì fuori e pianse amaramente” – dopo aver rinnegato tre volte il suo Signore e Maestro. In questo racconto meraviglioso e carico di pathos si possono ancora scorgere resti di un mito naturale. Con il canto del gallo arriva il mattino, e solo allora Pietro è colto dal pentimento e si sente vinto. Prima, nella notte, era ancora un rinnegatore ostinato, mentre Gesù sopportava davanti al Sinedrio le sofferenze del tradimento e dei maltrattamenti. Questo è un'eco lontana del mito del dio solare prigioniero, che solo con l’arrivo del giorno risorge vittorioso e trionfa sui suoi nemici notturni. Tuttavia, un'etica della più alta sublimazione ha completamente spiritualizzato e trasformato l’antico materiale mitico: Pietro, il vinto, può ora sperare nella misericordia grazie al suo pentimento, e diventa il successore del Signore, il vicario di Cristo sulla terra.
Ma come mai Pietro assunse il nome di Simone, e come avvenne che la sua leggenda sacra si fuse, fin dai tempi più antichi, proprio con Roma? È perché egli camminava sulla terra già prima di diventare il compagno di Gesù e il principe degli apostoli, ma in un’altra forma, e già allora si decise la sua relazione con Roma. Certo, in quell’epoca primordiale non si poteva ancora definirlo un galileo, poiché era piuttosto un samaritano. A Samaria era venerato come il miracoloso Simone, come la Grande Potenza, discesa sulla terra per liberare Elena, la figlia di Dio, che era stata fatta prigioniera dalle potenze del mondo inferiore. Ai suoi seguaci prometteva immortalità e liberazione – il che indica chiaramente la presenza di un mistero iniziatico. Si tratta del consueto mito gnostico che ci troviamo davanti, e si potrebbe anche dire, al posto di Simone ed Elena: Cristo e Sofia. Poiché questo culto nacque in terra samaritana, assunse presto un atteggiamento ostile nei confronti di Gerusalemme e del giudaismo ufficiale. Quando poi ebbe luogo la grande frattura, una fazione estremamente anti-giudaica della giovane religione impiegò il dio misterico samaritano quasi come un ariete contro il giudaismo e l’Antico Testamento. Tuttavia, poiché nelle comunità protocristiane prevaleva largamente l’elemento giudeo-ellenistico, Simone il Samaritano dovette inevitabilmente soccombere, e fu sconfitto da Simon Pietro, da Simone il Galileo. Secondo uno degli apocrifi del secondo secolo, si giunse proprio a Roma a una serie di miracoli in competizione tra i due rivali, in cui Pietro si dimostrò il più potente. Quando poi Simone tentò di compiere il suo più celebre prodigio – l’ascesa al cielo, con cui fino ad allora aveva avuto i maggiori successi – Pietro riuscì a impedirgli il miracolo, e Simone cadde miseramente e morì.
Più nota ancora è la disputa tra loro, così come viene raccontata negli Atti degli Apostoli, e in entrambe le occasioni Pietro appare come il chiamato, il designato, a sconfiggere il mago. Da ciò si può con ogni ragione supporre che egli stesso non sia altro che il Simone cristianizzato e giudaizzato, e il suo nome proprio si spiegherebbe nel modo più semplice.
Purtroppo non sappiamo molto di più sulla natura mitica del mago, poiché la polemica dei Padri della Chiesa si è compiaciuta di sottolineare unicamente il suo rapporto con Elena e di trasformarlo in un locandiere da bordello. Era forse anche una roccia, un dio della roccia? Non lo sappiamo. Tuttavia, il suo epiteto costante, “il Sempre Stante”, sembra alludere proprio a questo, poiché per una roccia – su cui si fonda la comunità – difficilmente si potrebbe pensare a un appellativo più adatto. Ad ogni modo: Simon Pietro, il vincitore di Simon mago, non solo lo ha spogliato della “Grande Potenza”, ma persino del nome.
Giustino e i successivi Padri della Chiesa raccontano che il mago arrivò a Roma durante il regno dell’imperatore Claudio e vi compì tali miracoli che i Romani gli eressero un’immagine sull’Isola Tiberina con la scritta: “Al santo Dio Simone”, Simoni Deo Sancto, e lo adoravano. In effetti, nel corso del 19° secolo, sull'Isola Tiberina fu trovato una pietra con l'iscrizione Semoni Deo Sanco, che, però, non significa “al santo Dio Simone”, bensì “al Dio Semo Sanco”.
Giustino ha letto erroneamente una “E” al posto di una “I” e non si è accorto che mancava una “T”, il che spiega il suo errore, poiché, essendo samaritano, non poteva conoscere un dio agricolo dell'Italia centrale, Semo Sanco. Ma come può un dio agricolo trovarsi sull'Isola Tiberina, dove difficilmente cresceva il suo grano? Per un dio fluviale o un dio dei pescatori, però, questo luogo sarebbe stato più appropriato, e, nella religiosissima mescolanza dell'epoca, le più casuali assonanze di nomi venivano usate per assimilare divinità orientali e occidentali. Dall’altra parte dell'Isola Tiberina, nell’attuale Trastevere, c’era il quartiere giudaico e orientale, e tutti questi popoli avevano trasferito le loro divinità e misteri nella capitale del mondo, facendo attiva e fortunata propaganda per esse. Pertanto, non è affatto impossibile che sull'Isola Tiberina fosse venerato il dio misterico orientale-samaritano Simone, e che fosse assimilato a una divinità italica con un nome simile. Questo deve essere stato sicuramente il caso, poiché Giustino, che è detto essere stato a Roma, difficilmente avrebbe osato inviare agli imperatori romani una dichiarazione in cui un culto puramente italico fosse descritto come un culto samaritano-orientale. Si deve quindi dedurre che Simon Mago fosse stato introdotto a Roma precocemente da ebrei o samaritani, e che Pietro lo seguì, alla fine sostituendolo. Forse, per evitare confusioni, il Simone galileo stabilì il suo santuario sul Vaticano, [3] invece che sull'Isola Tiberina, e il pretesto per questa occupazione furono le leggende sui martiri cristiani di Nerone, che, essendo anch'egli un ottimo simbolo del Satana, possedeva splendidi giardini sul Vaticano. Su questa collina, Simon Pietro si insediò come vicario di Cristo sulla Terra, e lì regna ancora oggi. [4]
NOTE
[1] Originariamente sembra che esistesse piuttosto un contrasto, una competizione tra il mistero del Battezzatore e quello del Crocifisso.
[2] Anche il battezzato veniva chiamato pesce, che rinasceva dal “laghetto del pesce”, dalla vasca del battesimo, dopo esservi stato precedentemente “annegato”, cioè inghiottito dall'acqua o dai mostri marini.
[3] Dove si trovava inoltre un santuario di Attis e di Mitra, al quale il cristianesimo nascente naturalmente voleva fare concorrenza.
[4] Questo saggio su Pietro era già stato scritto quando mi furono consegnati i “Miti evangelici” di John M. Robertson e la “Leggenda di Pietro” di Arthur Drews. Questi due autori hanno soprattutto messo in evidenza le relazioni tra Pietro e il dio cittadino di Roma, Giano, facendo riferimento come si deve ai loro predecessori del 18° secolo, i francesi Dupuis e Volney. Giano chiude e apre il cielo, media il traffico tra gli dèi e gli uomini, le cui preghiere fa entrare attraverso le porte del cielo. Egli vede con le ore alla porta del cielo, e anche Giove non può uscire o entrare senza il suo consenso. Ma Giano è anche un dio dell’acqua e la “nave di Giano”, raffigurata sulle monete, ricorda esattamente la “piccola barca di Pietro”, così come il suo ufficio si collega allo stesso apostolo come portiere del cielo. Giano stava proprio accanto a Poseidone-Nettuno, che ha così molte relazioni con Pietro. Giano era anche venerato come protettore degli ingressi del porto (come Portomnus) ed era originariamente un dio del sole. In un'epoca che faceva rinascere antiche figure divine, deve essere stato senza dubbio onorato di nuovo a Roma. Come dio del porto, è molto probabile che sia stato venerato sull'Isola Tiberina, e se lì veniva chiamato Semo Sancus, allora, accanto alla tendenza a nomi antichi, si deve aver preso in considerazione anche la necessità di facilitare l’identificazione degli orientali, che abitavano vicino a Trastevere, con i loro dèi del sole e della roccia, come Shamas o Semech (Simone).
