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In modo audace, Jülicher ha affermato nella ‘Kultur der Gegenwart’ (Lipsia, Teubner, 1905): “Il tempo in cui si poteva porre, scientificamente, la domanda se davvero sia mai esistito un Gesù, è passato”. Nel 1905, tuttavia, apparve anche il libro di W. B. Smith sul Gesù precristiano. E nel 1907 Fr. Spitta, in relazione al ‘Testamento di Giobbe’ (dal 1833 nuovamente noto), ha riconosciuto la possibilità che l’immagine di Gesù possa davvero essere di origine precristiana. Ma, al termine del suo discorso nella discussione religiosa di Berlino, von Soden ha nuovamente dichiarato: “Noi teologi — vale a dire noi specialisti che abbiamo una visione d’insieme — non possiamo trovare, nel deposito letterario di quei tempi presente nel nostro Nuovo Testamento e nei suoi effetti fino ad oggi nella storia, nessuna spiegazione anche solo minimamente plausibile e sostenibile, se non questa: questo Gesù è vissuto!” E nel suo successivo tipico opuscolo divulgativo aggiunge: “Se la profonda verità della sofferenza espiatoria, della forza sacrificale di una morte volontaria, e persino il pensiero più ardito e più profondo — che un dio stesso si sacrifichi — erano già stati espressi in precedenza e si erano cristallizzati in miti, perché allora dovrebbe essere necessariamente un mito il fatto che questa verità una volta si sia realizzata in una vita concreta?” (‘Hat Jesus gelebt? Aus den geschichtlichen Urkunden beantwortet, Berlino’ 1910, pag. 48-49). “Non si crederebbe possibile” — dice Fr. Steudel — “che uno studioso, che si presenta con la pretesa di competenza storica, non si vergogni di esporsi davanti al mondo intero con domande così puerili” (‘Wir Fachgelehrten’, Francoforte s. M., 1910, pag. 89). Così, tra gli altri, anche A. Harnack non domanda: asserisce. Egli ha fatto stampare nella ‘Neue Freie Presse’ di Vienna, il 12 maggio 1910: “Chi non avverte, in ciò che i primi tre vangeli ancora offrono, anche dopo la più severa critica storica, che qui si esprime una personalità possente, capace di conquistare i cuori e impossibile da inventare, costui ha perduto la capacità di riconoscere, nei documenti, la vita storica e personale, e di distinguerla dalle finzioni. Lo stesso vale per le lettere di Paolo. Chi ritiene di poterle considerare come falsificazioni del 2° secolo, ha rinunciato al diritto di essere ascoltato su questioni più alte di storia letteraria e di storiografia”.

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