mercoledì 25 aprile 2018

Della sintesi del problema dell'esistenza storica di Gesù (che fu chiamato Cristo) secondo Edward Greenly

«C'è però una storia, mio Censore, che mi turba. Si racconta che un tempo, nei lunghi secoli di guerra, i Figli di Hranga avessero liberato fra i semi della Terra quattro vampiri della mente, le creature che gli uomini chiamavano succhia anima. Il loro tocco era impercettibile, ma potevano spingersi a chilometri di distanza, più lontano di quanto può arrivare la vista di un uomo, più lontano della portata del laser, e provocavano la follia. Visioni, mio Censore, visioni! Nella mente degli uomini s'insinuavano false divinità, assurdi progetti e...». 
(George R. Martin, ...E ricordati sette volte di non uccidere mai l'uomo, in Le torri di cenere, Mondadori, 2007)
Il Dio di Coincidenza


Può qualcuno negare che

Una cosa dopo l'altra

In sequenza e logica

Mai vista prima

Non può essere che la

Interferenza di un Dio

Determinata a provare che

Ognuno che pretende

Di conoscere ora

Una cospirazione è

Demente?


(Kent Murphy)


Non bisogna mai, mai, assolutamente mai dare retta agli sconosciuti, e gli autori dei vangeli lo sono.

Fede. Tutto si riduce a quello. I fatti non valgono nulla, per i folli apologeti cristiani, senza la fede nel “Gesù storico”, nel modo in cui quella stessa chimerica “verità” è stata scoperta o descritta (si fa per dire, tramite i nostri vangeli canonici), nel suo significato. Davvero una maniera folle e curiosa di interpretare i testi sacri.


Il “Gesù storico” ha bisogno, ai loro occhi, solo di quattro vangeli canonici per essere veritiero. Richiede un modo di pensare che punta alla propria veridicità in anticipo, per quanto sia, allo stesso tempo, incapace di concretizzare ciò che il Più Antico Vangelo (sul quale tutti gli altri si basano) significa. È una spirale che non arriva mai a risolversi del tutto. È molto peggio di una spirale: è un circolo vizioso.

La fede nel “Gesù storico” perciò è l'unica soluzione dei folli apologeti cristiani, che perfino alcuni storicisti atei (tipo Francesco Esposito) considerano l'unica possibile, dall'alto della loro profondissima ignoranza mascherata da saccenza. Per loro, la più grande astuzia dei miticisti è di farci credere che un Gesù storico non è mai esistito. Da un certo punto di vista hanno ragione: la gente non crede ai miticisti, dal momento che pratica con impegno crescente proprio la loro dottrina non scritta: vivendo etsi Jesu non daretur, “come se Gesù non esistesse”. Ogni sorta di indifferentismo circa perfino la stessa idea  di un Gesù storico è la ragione dell'estrema discrezione degli stessi folli apologeti cristiani nell'alludere all'idea, pena altrimenti di tradire un eccessivo quanto malcelato interesse nella stessa, agli occhi di un mondo sempre più sospettoso dei dogmi cristiani.

Non è questione di miscredenza, ma di debolezza, di insicurezza, di paura. Come il marinaio che perde la presa nella tempesta. 

I folli apologeti cristiani accusano gli scettici di ipotizzare che Paolo non sapeva nulla di un Gesù crocifisso sotto Ponzio Pilato. Ma cosa offrono in cambio? A loro volta, una ipotesi! Così per i folli apologeti cristiani sarebbe sbagliato concludere che Paolo non conosceva cose che non menziona, mentre sarebbe perfettamente ragionevole per loro affermare che Paolo conosceva cose che non menziona... ...perché a loro piace quest'ipotesi! Non possono farne a meno!

Perfino se si assume un Gesù storico nelle lettere di Paolo, a dispetto di tutto quello strano silenzio nelle lettere intorno ad un Gesù storico, ancora non si ricava alcuna prova del perchè Paolo avrebbe dovuto conoscere cose che lui non menziona affatto (ovvero un ipotetico Gesù storico). Perfino schiaffando a forza un Gesù storico in quelle lettere, quella semplice idea non è affatto corroborata dalla nostra fonte più antica: le lettere di Paolo. Siamo ancora lasciati con Marco come la fonte più antica di quel meme chiamato “Gesù storico” (senza che neppure il vangelo di Marco, per ovvie ragioni, sia capace di dimostrarci l'esistenza del Gesù storico).


E c'è una ragione, secondo il miticista Edward Greenly, alla base della scelta di “Marco” (chiunque egli fosse) di collocare Gesù nel tempo recente, nonostante il culto di un Giosuè mitologico affondi le sue radici in tempi pre-cristiani. Per settari ebrei marginali come i primi cristiani, la distruzione del Tempio di Gerusalemme fu dopotutto salutata, alla luce della tipica follia religiosa, come l'ennesima “vittoria di Dio” sul suo stesso popolo riottoso. Significava anche che questo Dio aveva deciso di abbandonare la Giudea per dominare Roma stessa, vale a dire tutto il mondo. Così il nuovo ritratto di Gesù non doveva essere un affare solamente ebraico, ma ebraico e romano. Leggi: gli attori sulla scena dovevano essere anche romani, e non solo ebrei. Greenly chiama l'impulso alla base della scelta di un passato recente per il fabbricato “Gesù storico” coll'azzeccato nome di “imperialismo teocratico”.

Ma perchè, tra i governatori romani del passato recente, proprio Ponzio Pilato doveva essere scelto? Non penso che sia solo per l'aritmetica sacra. Ma anche per un'altra ragione, ben rilevata dal miticista G. S. Mead, che mi trova perfettamente in sintonia colla sua valutazione del caso:
Un ulteriore suggerimento è stato anche fatto che il nome Ponzio Pilato risultò utile più facilmente in questa connessione in quei giorni di giochi di parole, poiché recava una stretta somiglianza con un termine mistico che giocò un ruolo importante nell'insegnamento misterico. Il mio collega C. W. Leadbeater, nel trattamento della forma più antica della formula del credo e delle parole “Soffrì sotto Ponzio Pilato”, [Leadbeater (C. W.), “The Christian Creed, its Origin and Significance” (Londra, n., 1898), pag. 45.] scrive: 

Invece di ΠONTIOYΠIΛATOY, i più antichi manoscritti greci che previdenti investigatori sono stati in grado di trovare recitano tutti ΠONTOYΠIΛHTOY. Ora lo scambio di A e H non è affatto raro in vari dialetti greci, quindi l'unica vera alterazione qui è l'inserimento della I, che cambia ποντος, che significa mare, in ποντιος, che è un nome proprio romano”. 
Lo scrittore sostiene inoltre che in seguito επι fu sostituito da υπο, e, per quanto riguarda ποντος πιλητος, afferma che il termine significava “mare compresso o densificato”, cioè il mare di “materia”. Questa “sofferenza” del Logos sotto il “mare addensato”, tuttavia, non si riferisce alla materia fisica, ma a uno stadio precedente della discesa dell'Anima, poiché il primo passo menzionato è l'assunzione del ricoprimento di materia — “l'incarnazione”; poi l'assunzione della forma umana, sebbene sia ancora solo nei cieli superiori; poi la “sofferenza sotto Ponzio Pilato” o discesa nel mare astrale; e solo dopo quella la crocifissione sulla croce della materia fisica, in cui Egli è descritto graficamente come “morto e sepolto” (pagina 47). 
Tutte le cose, ci viene detto, sono possibili per colui che vi crede, e potremmo aggiungere anche per colui che non vi crede; ma il problema qui non è tanto un problema di possibilità quanto di probabilità; vale a dire, può una mente che si sforza di mettere da parte ogni preconcetto e pregiudizio a favore o contro i mezzi mediante cui si dichiara di essere arrivati alla spiegazione suggerita, e cerca di giudicare la questione unicamente sulla base di un'ipotesi per spiegare i fatti enigmatici della ricerca oggettiva, intrattenere questo suggerimento come uno che non sia intrinsecamente improbabile? 
È vero che πιλητος in greco è usato da Aristotele in senso opposto a elastico, con il significato generale di ciò che “può essere premuto senza ritornare alla sua forma”; mentre pilatus in latino significa anche pressato, duro, denso (densus, pressus). “È inoltre il fatto che le prime comunità mistiche hanno molto da dire di “acqua”, “mare”, “oceano”, a significare oppure a simboleggiare la materia sottile. Si potrebbe quindi ritenere che queste considerazioni offrano qualche colorazione di probabilità al suggerimento. Ma, anche così, può solo rimanere una speculazione, e non può emergere nel dominio delle ipotesi generalmente legittimate, finché una ricerca oggettiva nella nomenclatura e nell'atmosfera mentale delle prime scuole mistiche ci convinca che il principale segreto della dogmatica cristiana è quasi interamente nascosto nei misteri dell'esperienza interiore. Al presente questa visione è ripugnante per la maggior parte delle menti impegnate nello studio delle origini cristiane, ma è una visione molto legittima di cui io stesso sto diventando più e più convinto con ogni anno in più di studio dedicato agli inizi e al più antico ambiente del cristianesimo. 
(G. R. S. Mead, Did Jesus Live 100 B.C.?, mia libera traduzione da qui)

Ma c'è un'altra cosa che Greedly ha giustamente riconosciuto tra le righe, in un saggio che pubblicherò qui di seguito. E cioè che, col tempo, è probabile, estremamente probabile, che Gesù verrà relegato nel campo della leggenda anche dalla gente comune, e non solo dai “miticisti”. È soltanto una questione di tempo. La gente non può vivere alla lunga di sola fede, pretendendo di conoscere cose che non conosce, e il “Gesù storico” è un articolo di fede.



LA REALTÀ STORICA DI GESÙ

UNA CONCISA DICHIARAZIONE DEL PROBLEMA

TRATTASI DI UN COMPENDIO DEGLI ARGOMENTI CHE SUPPORTANO LA NON-STORICITÀ NELLE OPERE DI ROBERTSON, DREWS, WHITTAKER, E COUCHOUD


Di EDWARD GREENLY,

Che il processo scientifico conosciuto come la “Critica Radicale” sia stato applicato a parecchi documenti antichi è ora abbastanza ben risaputo, e alcuni dei suoi risultati quando applicati ai documenti biblici sono a loro volta ben risaputi. Non molti, comunque, sono consapevoli che una minoranza di audaci pionieri, trasferendo quei metodi ancora ulteriormente, hanno chiamato in discussione la realtà storica del Gesù dei vangeli. Che la proposizione, quando incontrata la prima volta, appaia assurda si potrebbe ammetterlo. In effetti, essa apparve assurda per molti anni allo scrittore di questo saggio. Così apparve assurda l'astronomia copernicana agli uomini di quel tempo. Sfortunatamente, la letteratura del presente problema non è concentrata, ma disseminata tra un numero di libri e articoli, non sempre da descriversi come facile lettura. Una sintesi concisa dell'evidenza potrebbe, perciò, essere utile.
Il movimento della Critica Radicale è stato, in generale, dai meno credibili documenti ai più credibili documenti. Anche all'interno di uno stesso libro il miracoloso è respinto e il normale accettato, sull'assunzione che dal normale si possa estrarre un reale nucleo storico. La storia di Guglielmo Tell e della mela non è miracolosa, ma non è Storia reale. In questa breve sintesi si assumerà che il lettore accetti i risultati comuni della Critica Radicale. Coerentemente, il miracoloso, e i racconti del tipo di quelli del quarto vangelo, non saranno discussi come biografia. Il nostro interesse sarà con il presunto residuo storico.
Spesso è detto che un sistema deve avere avuto un fondatore. Chi, allora, fondò l'antico “paganesimo” greco e romano? Chi fondò l'induismo? Chi fondò le innumerevoli religioni dell'Africa e dell'America antica? Ciascun caso dev'essere investigato sulla sua propria evidenza. Non ci deve essere alcuna assunzione generale precostituita. Nel presente caso l'evidenza cade per sommi capi, che, per quanto possibile, sarà conveniente trattare separatamente.

EVIDENZA ESTERNA DA SCRITTORI NON-CRISTIANI

Non ci sono testimoni ebrei. Riferimenti come quelli che esistono nel Talmud sono tutti più tardi rispetto all'apparizione di una letteratura cristiana, e derivavano chiaramente da essa. Il passo ben noto di Flavio Giuseppe è, per ammissione perfino di studiosi ecclesiastici, una falsificazione cristiana. D'altra parte, il “Padre” Giustino, che scriveva nel secondo secolo, fa dire ad un polemista ebreo (Trifone, Dialogo, 8; citato da Drews e Couchoud): “Voi seguite un vuoto rumore e inventate un Cristo per voi stessi. Se egli è nato veramente, ed esiste da qualche parte — è interamente sconosciuto”.
Testimoni romani. — Tacito, Plinio, e Svetonio sono citati comunemente. Da lontano il più importante è il celebrato passo degli Annali di Tacito. L'autenticità di questo passo è stata sfidata seriamente, ma assumiamo che sia autentico. Se autentico, esso fu scritto attorno al 117-120 E.C. Recita così: “Origine di questo nome (Christianus) era Cristhus [1], il quale sotto l'impero di Tiberio era stato condannato al supplizio dal procuratore Ponzio Pilato”.  Ora, o Tacito ripete semplicemente ciò che si credeva al momento tra cristiani di quel tempo, oppure egli aveva investigato l'origine e la storia della setta. Se il primo caso, allora la dichiarazione non costituisce nessuna prova. Se egli fece ricerche, egli avrebbe fatto ricerche negli archivi di un'oscura provincia. Da simili riferimenti alle autorità come egli le dà, è evidente che egli non fece una cosa del genere. E se egli l'avesse fatto, che cosa avrebbe trovato? Mentre la maggior parte delle province romane erano tranquille, la Giudea era lo scenario di incessanti piccole rivolte, e un minor tumulto che non metteva in pericolo il dominio romano sarebbe stato troppo insignificante per essere degno di riportare. Ma sappiamo che Tacito non investigò mai la storia della setta. Poiché egli menziona “un'immensa moltitudine” di “Christiani”  esistente nella città di Roma al tempo di Nerone, al cui tempo è certo che il numero di cristiani (come noi comprendiamo il termine) nella città era piuttosto piccolo. Ma la città non conteneva grandi numeri di ebrei messianici. Ora, il solo termine che un romano avrebbe potuto applicare al devoto di un Messia era “Christianus”. Nel tempo di Tacito c'erano Christiani nel nostro senso della parola. È chiaro, perciò, che, quando stava considerando anche un tempo  come quello di Nerone così relativamente vicino al suo proprio tempo, Tacito confuse i due termini; e al punto da non investigare mai la storia del cristianesimo, tanto meno la sua origine. Che egli disprezzasse la setta è evidente. Ora considera il nostro stesso tempo. Oggi esistono parecchie sette oscure in Inghilterra. Immagina uno scrittore che presenta una concisa “Storia dei Nostri Stessi Tempi”. Se menziona anche particolari Battisti, Peculiar People, sansimoniani o simili, si immerge nei documenti originali per verificare ciò che ha sentito del loro modo di origine? Non di più, oppure piuttosto ancor meno, avrebbe fatto uno storico romano.
Quel che Plinio racconta nelle sue lettere all'imperatore Traiano riguardante la provincia di Bitinia è che i cristiani cantano inni a “Cristo come se fosse un dio”. Così hanno fatto molti altri devoti, a molti altri dèi, a cui nessuno pensa come persone storiche.
Svetonio, nella sua storia del regno dell'imperatore Claudio, dice che gli ebrei di Roma (ebrei, sia sottolineato) erano incessantemente in tumulto “impulsore Chresto”, “sotto l'istigazione di un Chrestus”. Apparentemente, perciò, questo Chrestus, chiunque possa essere stato, era un ebreo, e stava allora vivendo nella città di Roma.
Questa è la somma della testimonianza esterna, non cristiana, dell'esistenza storica di Gesù. Non ha bisogno di alcun commento. Perciò noi siamo risospinti, dopotutto, alla stessa letteratura cristiana.

LA LETTERATURA PAOLINA

Delle quattordici epistole che recano il nome di Paolo, la scuola di Tubinga ha respinto tutte fuorché le quattro “principali” ― precisamente, Romani, 1 e 2 Corinzi, e Galati ― e la maggior parte dei Critici Radicali seguono la scuola di Tubinga. Di recente Van Manen ha contestato anche le principali quattro, ma per il nostro presente obiettivo assumiamo che quelle (sebbene dichiaratamente interpolate) siano dell'Apostolo.
Il centrale problema paolino potrebbe venir illustrato come segue: Ascolta ad un'insegnante che dà un'istruzione religiosa ad un bambino. Lei racconterà al bambino episodio dopo episodio della carriera di Gesù. Non ci siamo noi “seduti sotto” innumerevoli sermoni in cui il predicatore, prendendo qualche testo evangelico, disseziona alcune parole o atti di Gesù con meccanica minuziosità? Emerson, in effetti, da qualche parte lamenta il fatto che la Cristianità si sofferma su ogni dettaglio concernente la personalità di Gesù con ciò che definisce “nociva esagerazione”.
Poi volgiti alle epistole. Se esse hanno un aspetto rilevante, è la devozione eccessiva di Paolo al suo Cristo: devozione portata al livello di un'ossessione. Tuttavia, con la sola eccezione della sua morte e della “Cena” che è associata sacramentalmente a quella morte, [2] questo notevole scrittore non allude mai alla carriera del Gesù evangelico, mai cita un singolo detto proveniente dalle sue labbra, mai si avvale di uno soltanto dei suoi insegnamenti. Egli argomenterà un punto laboriosamente, quando una citazione di una parola di Gesù avrebbe definito la materia, ma egli mai la menziona. Egli mai designa Gesù come “di Nazaret”. Noi siamo abituati a leggere la Bibbia in una tale artificiosa maniera da non notare questo. Ma, una volta notato, è impressionante. In realtà, date l'opinione comune, che il Gesù di Paolo era un uomo, morto solo di recente, un uomo che stava vivendo e insegnando durante la sua stessa giovinezza, e la sua attitudine ciò è al di là di ogni spiegazione.
Dobbiamo dire che egli sapeva dei racconti incorporati nei vangeli, ma non credeva loro? Dobbiamo dire che egli sapeva della carriera e insegnamenti del suo Gesù, ma non attribuì loro alcuna importanza e non prese alcun interesse in loro? Oppure era il caso che lui non avesse mai udito di loro? Le due prime ipotesi sono manifestamente insostenibili. Accettare la terza ipotesi altererebbe la nostra intera visione della situazione, e solleva l'ulteriore interrogativo: Chi, allora, era il Gesù di Paolo?

LA DIDACHÉ O INSEGNAMENTO

Questo antico documento fu scoperto nel 1873. I suoi primi sei paragrafi non contengono nessun riferimento a Gesù. I rimanenti dieci paragrafi sono cristiani, oppure, ad ogni caso, in gran misura così, nella forma in cui noi ora li abbiamo. Essi contengono la “Preghiera del Padre Nostro”, che è nota essere una compilazione da frasi ebraiche. Qui è attribuita a “il Signore”, ma un “Signore” menzionato nel paragrafo 14 è chiaramente Jahvé, così non è chiaro chi sia il Signore della Preghiera. Quei paragrafi cristiani si riferiscono ad un Gesù, nei seguenti termini alquanto inattesi: “Così rendete grazie: dapprima riguardo al calice: Ti ringraziamo, o Padre nostro, per la santa vite di Davide, tuo servo, che ci hai fatto conoscere per mezzo di Gesù, tuo Servo”. Ma, al pari di Paolo, non fanno nessun riferimento di sorta alla carriera di questo Gesù. Tuttavia, a differenza di Paolo, non si riferiscono ad una crocifissione e neppure ad una morte. Siamo in un circolo di idee diverse sia dalle idee paoline che dalle idee evangeliche. Chi, allora, era questo Gesù?        

I VANGELI SINOTTICI

Il problema che quei testi presentano possono essere semplificati in qualche maniera trattando separatamente diversi tipi di argomenti della materia.
Episodi di Azione.  — La maggior parte di quelli che hanno qualche natura originale sono storie di miracoli, oppure sono legate a queste. Ma i “nove pilastri” di Schmiedel necessitano di essere considerati. Questo eminente studioso, trovando parecchio che è dubbio nei sinottici, fissa nove passi che non possono, a suo avviso, essere mitici, perché sono offensivi verso lo status quasi-divino di Gesù. I compilatori sarebbero stati lieti di escluderli, così li ammisero solo perché sapevano che erano veri. Episodi simili, comunque, si presentano nelle carriere di parecchi eroi divini e quasi-divini (come per esempio Eracle e Apollo), che sono ammessi a piene mani mitici. Essi sono perfino ricordati a proposito di Jahvé (come in Esodo 4:24; Giudici 1:19). “Un mito derogatorio”, in realtà, è un fenomeno piuttosto normale.
Nazaret. —  Il problema di questo nome è complesso. Paolo ne sembra inconsapevole. In quella che una scuola di critici considera la base primitiva dei sinottici non esiste affatto nessuna menzione di “Nazaret”. Un confronto dei testi greci (le traduzioni inglesi sono fuorvianti) rivela interpolazione e contraddizioni. Cheyne e altri dubitano se ci fosse un tale villaggio all'alba dell'era cristiana, e fanno risalire il nome a “Gen-Nesaret” ossia, la Galilea (Encycl, Bibl., art. “Nazaret”). Sembra anche che ci fosse stata una setta di “Nazarei” prima dell'era cristiana. Oltre a ciò, appare che vi sia stata confusione con “Nazireo”, “Nazar” o “Netzer”, il “Germoglio”, un simbolo messianico. L'intera materia è davvero oscura.
I Dodici Apostoli. —  Può qualche lettore recitare di colpo i nomi di quelle venerate figure? Perfino coi testi di fronte a lui, può egli costruire un elenco coerente? Si vede presumere che la loro designazione sia stata importante, e tuttavia, con l'eccezione di “Pietro”, “Giacomo”, e “Giovanni” (e perfino di quelli, chi può definire l'identità del “Giacomo” di Paolo?), cosa effettuano? Alcuni sono semplici nomi, e (con le dette eccezioni) scompaiono rapidamente dalle pagine del Nuovo Testamento. Nella letteratura paolina esiste un'unica menzione solitaria di un gruppo di “Dodici”, ma è un'evidente interpolazione che interrompe il senso (1 Corinzi 15:1-11). Anche se fosse un testo autentico, creerebbe un problema insolubile, poiché secondo i vangeli e gli Atti dovrebbero essere stati “gli undici”; oltre ciò, appena di seguito, ci viene raccontato di “tutti gli apostoli”. Chi erano “tutti gli apostoli” se non i dodici, o, ad ogni conto, gli undici? Che quell'espressione potesse alludere ad un gruppo più vasto è escluso dalla menzione di un gruppo di “500”. Perfino se 1 Corinzi 15:1-11 fosse autentico nella sua totalità, è chiaro che “i dodici” costituisce un'interpolazione. Così, Paolo non fa alcuna allusione a questi venerati dodici. Nei sinottici la “chiamata” dei dodici è un evidente miracolo, infatti perché altrimenti dovrebbero degli uomini lasciare le loro occupazioni ad una singola chiamata? Dodici, allora, essendo un numero sacro, derivato da considerazioni astrologiche, punta da sé al mito. I Cefa, Giacomo e Giovanni menzionati nella letteratura paolina potrebbero essere figure reali, antichi propagandisti, ma i “Dodici Apostoli” sono evidentemente mitici. Nel cui caso, cosa diventa di episodio dopo episodio nei sinottici? E di apologo dopo apologo rivolto a quelli uomini?
Le Parabole e i Discorsi Etici. — La maggior parte delle nostre idee sull'etica di Gesù sono derivate in realtà dal Discorso della Montagna (su una pianura in Luca) e dalle parabole etiche che si trovano solamente in Luca. Ora, la semplice forma del “discorso” mostra abbastanza chiaramente che non venne mai consegnata come una vivente voce dialogica, ma si tratta di una compilazione. Una compilazione, allora, da che cosa? Bene, è stato noto da lungo tempo agli studiosi che si tratta di una serie di massime che erano diffuse tra moralisti del mondo mediterraneo (alcune che apparvero nella Didaché), e non è per nulla affatto una composizione originale.
Che il terzo vangelo sia tardo è confessato dal suo autore nella sua nota introduttiva. Le parabole alluse sono confinate a quel vangelo. Se fossero state realmente pronunciate da Gesù, devono essere state note al tempo quando stava per essere compilato il primo vangelo. Allora perché Matteo, che ammise il “discorso”, respinse quelle? Che possibile ragione avrebbe potuto avere per porre da parte il Figliol Prodigio e il Buon Samaritano? Nessuna spiegazione è disponibile se non che esse sono più tarde rispetto al suo tempo. Da cui segue che non furono mai affatto pronunciate da un Gesù evangelico. Una volta constatato ciò, constateremo anche, in un lampo illuminante, la ragione per cui il Gesù di Paolo non era la fonte dell'etica di Paolo.
Il cristiano progressista del giorno d'oggi tende a respingere la teologia e a ricadere sulla visione di Gesù come un grande maestro morale. Allora, in vista del fatto che i discorsi etici risultano essere non-storici, non tende a svanire nell'aria sottile la figura di quel maestro, come da lui concepita? 
L'Insegnamento nella sua Totalità. — Un certo giorno, nella mia giovinezza, mi capitò di esaminare ciò a cui ero stato educato a considerare come l'insegnamento cristiano nelle parole dello stesso Gesù. A mia sorpresa ho trovato che nei sinottici quell'insegnamento si poteva evincere solamente da un po' di testi isolati, e perfino in loro solo forzando gravemente il senso. Gesù, apparentemente, non insegnò mai questo messaggio, così tanto importante per l'umanità. Io dovevo ricadere sul quarto vangelo, dove ho trovato molto più, sebbene anche là non altrettanto esplicitamente come avevo sperato. Quanto all'etica, mi è stato insegnato che non era di alcun'utilità separata dalla fede nella vera dottrina. Così son rimasto perplesso. Allora, si ripeta la domanda. Che cos il vangelo? Cosa Gesù venne veramente a insegnare al mondo? Il “Regno”. Quella formula ricorre di nuovo e di nuovo. Parabola dopo parabola viene data per illustrarla. Ma di cosa si tratta non ci viene comunicato da nessuna parte. [3] Non è mai spiegato, e rimane ancora a questo giorno un enigma.
Ad una fase della sua carriera, come tutti sappiamo, Gesù invia i suoi discepoli a predicare. Qui, allora, è la prima avventura nella propaganda cristiana; sicuramente ora ci verrà detto che i suoi discepoli devono predicare. Cosa ricaviamo? Che il Regno è alle porte, e che gli uomini devono pentirsi (con aspre maledizioni sulle città che non avrebbero ricevuto i predicatori). Allora i discepoli ritornano, riportando un successo impressionante. Successo in che cosa? Che “anche i demoni si sottomettono a noi nel tuo nome”. Al che Gesù commenta, e qual è il suo commento? Che egli vede Satana cadere dal cielo come una folgore, e che dà loro potere di camminare sopra serpenti e scorpioni. Non una sillaba intorno a questo primo annuncio di un vangelo che doveva trasformare il mondo! Il che solleva l'interrogativo: Ci fu mai un vangelo di Gesù e dei suoi discepoli?
Quest'interrogativo sembra aver ricevuto scarsa attenzione, e tuttavia, dalla luce che è gettata sul problema storico, è davvero della primaria importanza. Abbiamo visto che il “discorso” e le parabole lucane non possono essere affatto gesuane, e che il “regno” è enigmatico. Quando, comunque, quelle sono eliminate dai sinottici, un residuo di materiale didattico, appartenente in vasta parte al documento dei logia noto come Q, è allora lasciato in superficie. Il lettore perlustri questo residuo e faccia del suo meglio per estrarre da esso qualcosa di originale di una nuova religione, qualche associato corpo di idee, o perfino qualcosa che rechi l'impronta di un grande, e carismatico, e originale maestro. Di aforismi pungenti e illuminanti simili non mancano, specialmente quando presunti avversari stanno per essere denunciati. Ma il lettore è suscettibile di sollevarsi dalla lettura chiedendosi perché mai qualcuno dovrebbe essere “stupito dal suo insegnamento”; e meravigliandosi ancor più di come mai si potesse supporre che la suddetta dottrina abbia provocato una trasformazione morale del mondo.  Poiché la verità è che quando setacciamo i sinottici alla ricerca di un vangelo, un insegnamento originale di qualsiasi tipo ci sfugge al pari di un ignis fatuus. Allora, con l'insegnamento così elusivo, la figura del maestro lo è tanto meno? La tradizione di secoli acceca noi, cristiani, critici radicali, e parecchi razionalisti, allo stesso modo; pensiamo di vedere il Maestro che abbiamo sempre visto. Nulla, forse, è così efficace nell'aprire i nostri occhi alla realtà quanto una ricerca dell'insegnamento del grande Maestro. 

LO STILE DEI DETTI

Spesso è detto che il Gesù sinottico esprime sé stesso in uno stile così unico che può solamente essere la voce di una persona vivente.
Ma per coloro che accettano i risultati della Critica Radicale l'argomentazione prova fin troppo. Poiché lo stile corre attraverso la totalità dei discorsi del Gesù sinottico. Corre attraverso tutte le storie miracolose, anche attraverso una storia come quella della maledizione del fico sterile. Non solo così, ma altri personaggi nei sinottici esprimono sé stessi nello stesso stile. Volgiti ai detti attribuiti a Giovanni il Battezzatore. A meno che non ci si volga a guardare chi sia chi parla, si potrebbe prenderli per i detti di Gesù. Essi contengono perfino espressioni identiche (ad esempio, Matteo 3:7, e 12:34). Palesemente, lo stile è quello degli stessi scrittori — ad ogni caso, ciò che ritenevano appropriato per figure soprannaturali.
Essendo questo il caso, difficilmente rimane qualche bisogno di domandare se i detti siano simili a quelli di un personaggio vivente e reale; ma un'unica caratteristica potrebbe essere sottolineata. Lo stile è ripetitivo, iterativo, monotono; non adattato a circostanze mutevoli. Non importa quale sia l'occasione che lo introduce, un detto scaturisce sempre nello stesso tipo di frase sempre ricorrente, con la stessa alternata cadenza di frasi.
Qualche uomo vivente e reale parlò mai in quella maniera? Niente è più chiaro del fatto che si tratta di uno stile artificiale, uno stile costruito. Volgiti da esso a discorsi o dialoghi abbastanza ben riportati di qualunque abile oratore, antico o moderno, e percepiamo di colpo che noi siamo emersi nella terra dei viventi.

LE SCENE FINALI

In quelle scene, se mai da qualche parte, dovremmo trovare Storia reale; poiché in loro si fa recitare una parte a personaggi indubbiamente storici, come per esempio Caifa ed Erode, e, soprattutto, Pilato.
Esse si aprono con l'ingresso trionfale a Gerusalemme. Ciò, comunque, è una storia quasi incredibile. La sua inclusione nel racconto diventa comprensibile quando realizziamo che è incorniciato su un'antica pratica comune: i giorni di esaltazione di un temporaneo re quasi-divino, puntualmente seguito da un pasto sacramentale durante il quale il corpo e il sangue di questo re sono mangiati e bevuti. Il che ci riconduce di colpo alla stessa Cena del Signore. Se leggiamo le formule fornite nei vangeli e in 1 Corinzi 11, le troviamo essenzialmente identiche nell'idea, parzialmente anche nelle parole, a sacramenti totemici e cannibali di tutto il mondo, in tempi antichi e moderni, tra mitraisti, Ainu, Khond, e Messicani. Supporre che questo rito fosse stato “istituito” ad un particolare momento storico, da un personaggio storico, è palesemente assurdo.
Poi segue la scena del Getsemani, portata fino al culmine del pathos di cui i compilatori fossero capaci — anzi, portata ben al di là dei limiti del buon gusto, come provano probabilmente la maggior parte delle persone. Ma è straordinario che questa narrazione debba sempre essere stata presa per Storia reale. Altre cose a parte, fornisce dettagli minuziosi su ciò di cui, nei termini del caso, non c'era nessuno a riferire, essendo i discepoli lontani, al buio e addormentati. In che modo i compilatori avrebbero potuto riportare un resoconto di questo tipo sarebbe incomprensibile, ma per una considerazione attualmente da presentare. In che modo i compilatori avrebbero potuto comporre un resoconto di questo tipo sarebbe incomprensibile se non per una considerazione in procinto di venire esposta.
 Poi viene il tradimento, una cosa totalmente superflua. Io ricordo la meraviglia, nella mia personale giovinezza, come degli uomini avrebbero potuto fare una cosa così anti-economica come pagare un uomo per consentire loro di realizzare ciò che (come dice proprio la stessa narrazione) avrebbero potuto realizzare proprio altrettanto facilmente senza il suo aiuto. Se vi sia qualche ulteriore necessità di prove che la storia di Giuda è non-storica, le si trovano in 1 Corinzi 15:5, che (contraddicendo 11:23) specifica che i Dodici avevano visto Gesù proprio dopo la resurrezione. È chiaro che perfino l'interpolatore, figuriamoci Paolo, non avevano mai ascoltato la storia, oppure non vi credettero mai. Per la fonte dell'idea, comunque, io stesso sono incline a guardare ad una pratica mondiale. È altamente desiderabile che una vittima sacramentale, se uomo o animale, debba andare incontro al suo fato di sua propria volontà. Perciò è comunemente stimolato in modo insidioso ad andare nel luogo dove incontrerà quel destino.
Al tradimento e alla cattura segue il processo ebraico, con la sua impossibile ricerca di falsi testimoni all'ultimo momento e nel cuore della notte. I moderni giuristi ebrei hanno mostrato che questo processo, tenuto alla stessa vigilia della Pasqua, e che prevedeva una condanna a morte nel giorno del processo giudiziario, non avrebbe potuto essere in alcun modo storico, ed è stato abbandonato da parecchi studiosi.
Infine, arriviamo al processo di fronte a Pilato. [4]  L'eminente studioso francese Loisy, il quale, sebbene avesse abbandonato così tanto, tuttavia crede alla storicità di Gesù, dice, abbastanza giustamente, che se questo recarsi alla crocifissione diventa mito, la storicità di Gesù se ne va con esso. D'altra parte, l'eminente studioso britannico Cheyne, editore dell'Encyclopaedia Biblica, mi comunicò nel 1914 di temere che la Crocifissione avrebbe dovuto essere abbandonata. Questo sembra impressionante: guardiamo perciò ai resoconti. Il prigioniero è recato di fronte al Procuratore senza preliminari legali — in effetti, senza alcun annuncio di sorta, che è di per sé improbabile, alla luce della regolarità della procedura legale romana. Agli ebrei si fa recitare la parte di amici del dominio romano, come se ciò avrebbe esercitato qualche influenza su un governatore romano. Pilato, il crudele Pilato, è rappresentato timoroso di loro — una rappresentazione contraddetta da ogni episodio nella sua permanenza in carica, perfino nello stesso Nuovo Testamento, nella sua menzione del suo aver “mescolato il sangue di quei galilei con quello dei loro sacrifici”. Tuttavia non c'è nessuna ragione di ritenerlo ingiusto o gratuitamente crudele. Tutto ciò che sappiamo di lui da Flavio Giuseppe e da altri indica niente più della procedura di una disposizione severa e intransigente, alle prese con l'amministrazione della provincia più turbolenta dell'Impero romano. Il semplice fatto che la sua permanenza in carica di dieci anni fu eguagliata solo da quella del suo predecessore punta al fatto che la sua amministrazione era stata un successo, e perciò giusta. D'altra parte egli doveva aver sedato qualsiasi movimento che minacciava l'Impero romano; dall'altra parte egli doveva essere l'amministratore della giustizia romana.
Alla luce di quelle considerazioni, ritorniamo alle narrazioni del processo. Essi ci comunicano cinque cose principali. Una è che Pilato commise l'atrocità di consegnare a morte un prigioniero in cui non poteva trovare alcuna colpa, e che intuì gli era stato recato per “invidia”. La seconda cosa è che la sua convinzione dell'innocenza del prigioniero non fu semplicemente una convinzione privata, celata nel suo proprio seno, ma che egli proclamò in realtà quella convinzione, più di una volta, ad alta voce, all'intera assemblea, in tal modo compromettendosi il più profondamente possibile agli occhi di tutto il popolo. Inoltre, per non parlare dell'odio morale e della degradazione in cui egli coinvolse così sé stesso, quale governatore capace di intendere e di volere avrebbe fatto una tale esibizione pubblica di debolezza, per paura della turbolenta folla ebraica che è stato mandato a governare? [5]   Un procedimento del genere avrebbe sicuramente portato al suo rapido richiamo a Roma, per rispondervi della sua condotta. Quando alla fine egli venne richiamato fu a causa di azioni di natura precisamente opposta. La terza cosa è che il prigioniero, confessando durante l'interrogatorio una sinistra minaccia all'Impero romano (di chiamarsi Re dei Giudei), fornì realmente a Pilato una via di fuga dalla situazione. Poiché, in quel caso, tutto ciò che bisognava fosse fatto era condannare il prigioniero in base alla sua stessa confessione, sollevando il governatore da ogni aspetto o di codardia o di odio morale. Eppure, invece di profittare egli stesso di una tale opportunità d'oro, egli riafferma positivamente la sua convinzione dell'innocenza del prigioniero! La quarta cosa è che il Procuratore consegnò il prigioniero alla morte immediatamente dopo la sentenza. Ma la legge di Tiberio, di solo dodici anni prima, decretava, in favore del prigioniero condannato, che la morte dovesse essere differita di dieci giorni (Encycl. Bibl., col. 4843). Pilato avrebbe infranto apertamente una legge stabilita dallo stesso imperatore che lo aveva designato? La quinta cosa è lo strano episodio di Barabba (di cui si dirà di più di seguito). Pilato, mentre condanna a  morte un uomo che lui crede innocente, e dice di crederlo tale, in realtà rilascia alla folla un capo ribelle colpevole di assassinio. Mentre a scuola io appresi qualcosa di com'erano i romani, col risultato che questa storia pose un forte fardello sui poteri della mia fede. Al tempo presente l'istituzione che rassomiglia più da vicino all'Impero romano è l'Impero coloniale inglese in India. Ora figurati, se puoi, una rivolta che prende luogo, accompagnata da un assassinio, in una provincia indiana, e il governatore britannico che rende libero il capo ribelle in obbedienza al clamore della folla! E prova, inoltre, ad immaginare il vicerè, il Segretario dell'India, e il Governo britannico del giorno che trattiene quel governatore in carica per tre anni dopo questo evento! Tali sono le narrazioni del processo. Cosa direbbero un giudice e una giuria se tali narrazioni venissero esposte loro come prove?
Se il processo è non-storico, allora evidentemente, com'è ammesso in effetti da Loisy e Cheyne, così dev'esserlo anche la Crocifissione. Certamente la proposizione è alquanto barcollante quando incontrata la prima volta, ma pochi lettori realizzano la natura del caso. La verità è che due cose distinte sono confuse sotto il nome “crocifissione”. Una cosa è un metodo romano di condanna a morte; l'altra cosa è un modo di morte in un sacramento rituale. Ora, i dettagli dati nei vangeli, e in innumerevoli dipinti e “crocifissi”, non sono quelli di una condanna a morte romana. La stessa forma della croce, le braccia distese, l'inchiodatura, le “stimmate” nelle mani e nei piedi, la flagellazione, la veste senza cucitura, la corona di spine, il bere, la spezzare delle gambe, e la ferita con la lancia, sono tutti aspetti di un sacramento rituale. Dobbiamo ricordare anche che i vangeli non sono in latino, ma in greco, e che “stauros”, sebbene a volte utilizzato come una traduzione di “crux”, altrettanto spesso significa un palo o tronco d'albero, e l'espressione “appeso ad un albero” si trova nel Nuovo Testamento. Se il lettore dubita della natura sacramentale della pratica, il seguente stupefacente caso la illustrerà: nell'antico Messico, al tempo dell'invasione spagnola, era la consuetudine a certe festività fissare su una croce un'immagine di un dio, fatto di pasta. Questa era poi afferrata, rimossa, spezzata, distribuita agli adoratori, e consumata! Ancora, ad una fase del sacramento cannibale messicano, dove il corpo e il sangue di una vittima umana che rappresentava un dio venivano divorati, il sacerdote, rivestito della pelle della vittima divina, e così rappresentante lui stesso il dio, si levava con le sue braccia distese in una postura da “crocifisso”. Nel mondo mediterraneo lo stesso Osiride viene rappresentato come un crocifisso, e Strabone racconta come vittime sacrificali venivano sacrificate in Gallia.

MITOLOGIA COMPARATIVA

Quando le narrazioni evangeliche sono confrontate alle narrazioni di altre letterature si trova che ogni episodio saliente, miracoloso o altrimenti, nella carriera di Gesù corrisponde a qualche episodio nel mito di un dio o eroe semi-divino già corrente nel mondo mediterraneo. Anche corrispondenze ai miti mediorientali stanno cominciando ad essere note, e alcune di quelle sono sorprendentemente simili. Dobbiamo noi dire che tutte quelle altre storie sono finzioni, ma che quelle dei vangeli sono storiche? Non dovremmo piuttosto concludere che o (1) le successive copiarono dalle più antiche, oppure (2) che entrambe sono derivate da una fonte comune. Per esempio: quando troviamo che Mitra fu sepolto in una grotta dobbiamo dire che, sebbene questo sia un mito, Gesù fu realmente sepolto in una grotta? Cosa dobbiamo fare del caso seguente, derivato dal Sutta Nipata, che è scrittura pre-cristiana di parecchi secoli? La nascita del Buddha fu annunciata da semidei che cantavano nell'aria di notte; un vecchio eremita li udì, si recò dov'era il giovane bambino, lo prese tra le braccia, e disse che questi era il Salvatore di dèi ed uomini, la cui venuta egli aveva sperato da lungo tempo di poter vedere! È questo mito, e sono le due corrispondenti storie cristiane, Storia reale?

INTERPRETAZIONE DELLE SCENE FINALI

Possiamo trovare qualche mezzo per rendere comprensibili quelle narrazioni, con le loro molteplici impossibilità? Il signor J. M. Robertson ha avanzato un parere che, una volta presentato in connessione con qualsiasi letteratura che non sia quella cristiana, sarebbe salutato come un lampo di genio penetrante. È come segue: il lettore esamini le narrazioni, dalla Cena del Signore in poi, con attenzione. Egli troverà che esse non sono scritte come le avrebbe presentate un narratore, ma che sono date con una compressione proprio singolare, con ciascun episodio che prosegue sugli stessi passi del suo predecessore. Questo è portato a tal culmine che in Matteo 26:45-46, e in Marco 14:41-42, Gesù dice ai discepoli “Dormite pure oramai, e riposatevi”, e poi, senza la minima pausa intermedia, dice “Alzatevi, andiamo”! Questo non è il metodo del racconto, neppure del racconto fittizio; è il metodo di un altro espediente per introdurre un'azione. Ora il lettore si volti a drammi ben noti, perfino a quelli di Shakespeare, ma ancor più a quelli dei greci, dove l'azione era limitata a ventiquattro ore, e troverà una compressione simile di eventi. La ragione, naturalmente, è che il dramma, per sua stessa natura, deve sviluppare rapidamente l'azione. Deve anche minimizzare il cambiamento di scena, e coerentemente in quei racconti c'è poco o nulla circa il movimento dei seguaci da luogo in luogo. Possiamo anche comprendere, alla luce di questo parere, la ricerca apparentemente impossibile di testimoni all'ultimo momento e nel cuore della notte. Poiché in un dramma ciò non sarebbe andato in scena. Soprattutto, possiamo comprendere ora l'apparente impossibilità della scena del giardino, dove sono offerte parole e azioni di Gesù che non c'era nessuno a riportare. Infatti in un dramma, essendo quelle cose presentate in realtà sulla scena, sarebbero viste e udite dal pubblico, e così non sono di difficoltà ad alcuno. Poi successivamente il dramma fu messo per iscritto, proprio come figurava, con poca o nessuna espansione. Non occorse mai ai trascrittori che quel che rendeva possibile un dramma avrebbe reso impossibile un racconto.
Ma l'interrogativo sarà domandato, C'erano drammi del genere? C'erano. Nella grande letteratura abbiamo bisogno di ricordare soltanto il Prometeo Incatenato di Eschilo, che rappresentava le sofferenze di un dio-salvatore, compresa perfino la sua “crocifissione” alla roccia. Nelle forme popolari della religione le drammatiche rappresentazioni religiose delle sofferenze e uccisioni di dèi erano un aspetto prominente. Il “dramma misterico”, come sappiamo, continuò ad essere altamente popolare per tutto il medioevo, e sopravvive in uno o due luoghi a questo giorno.
Ma, dato un dramma religioso, dobbiamo ricordare che esso sarebbe fondato, nella natura del caso, su un culto già esistente — anzi, probabilmente su un culto davvero antico. La forma essenzialmente drammatica di quelle narrazioni, perciò, punta di per sé all'esistenza di un culto di Gesù di grande antichità.

GLI INDIZI SPARSI

Disseminati attraverso parecchi antichi testi ci sono certe allusioni estremamente curiose, in effetti a volte impressionanti, a incidenti, idee, e pratiche di cui la nostra conoscenza è disgraziatamente imperfetta, ma che, combinate, ci mostrano che ci sono cose dietro le narrazioni neotestamentarie che non emergono in superficie, cose davvero diverse dalla comune interpretazione storica. Alcune di loro sono come segue:
(1) Flavio Giuseppe menziona parecchi uomini dal nome di Gesù. Uno di loro era un capo-brigante, che pianificò un attacco contro di lui, ma che egli catturò tramite uno stratagemma. Un altro era Gesù figlio di Saffia, un galileo, “capo di un tumulto sedizioso di pescatori e povera gente”. Un terzo era Gesù il figlio di Anano, che per sette anni gridava: “Guai, guai a Gerusalemme”. Egli fu flagellato e condotto dinanzi al procuratore romano, che gli domandò chi e da dove fosse; ma “egli non fece alcun cenno di risposta”, e il procuratore lo licenziò come un lunatico. “Né rivolse parole cattive a chi lo percosse, né parole buone a chi gli dette da mangiare”. Alla fine egli fu ucciso durante l'assedio da una pietra scagliato da una catapulta.
(2) Il Talmud contiene un'allusione ad un Gesù Ben Pandira, un operatore di miracoli, che aveva un seguito di cinque discepoli. Per qualche ragione non specificata egli fu lapidato, nel regno di Alessandro Ianneo, nel 100 A.E.C. circa, e “appeso ad un albero” alla vigilia di una Pasqua. Il nome di sua madre è dato come Maria Maddalena!
(3) Abbiamo già visto che l'episodio di Barabba nei vangeli non può in alcun modo essere storico, ma acquisisce un tipo diverso di interesse quando scopriamo che il significato del nome è “Figlio del Padre”; e il nostro interesse monta a meraviglia quando apprendiamo che negli stessi vangeli la lettura che costituì a lungo la lettura accettata nell'antica Chiesa era “Gesù Barabba” — cioè, “Gesù Figlio del Padre”! (Nicholson, Gosp. Hebr., 1879, pag. 141-142).
(4) Nel libro di Zaccaria (sesto secolo A.E.C.) ci sono due passi pittoreschi (capitoli 3 e 6) circa un Giosuè. Nominalmente egli è il Sommo Sacerdote menzionato nel Libro di Ezra, il quale, c'è poco dubbio, è un personaggio storico. Ma le circostanze di quei due passi sono di certo non quelle di un Sommo Sacerdote storico, ma di una figura quasi soprannaturale. Egli è resistito da “Satana”. Egli è incoronato come Re. Egli è, nella sua stessa persona, il “Germoglio” messianico. Egli è associato al simbolo antico dei “sette occhi”, che riappare nel Nuovo Testamento (Apocalisse 5:6) come un attributo del Dio-Gesù giudeocristiano. Lo scrittore non avrebbe mai potuto pensare di un reale uomo contemporaneo in questa maniera. E neppure i dettagli del ritratto sono inventati: essi sono attinti da una tradizione più antica; dato che il profeta, per lo scopo che ha in mente, li attribuì a uno dei ricostruttori del tempio. Essi sono antichi attributi divini, relativi ad un Giosuè di gran lunga più antico. Ma quel Giosuè è reso qui quasi-umano e particolarmente subordinato a Jahvé. Inoltre, nel considerare quei passi, dobbiamo rammentare, innanzitutto, che l'eroe biblico di nome Giosuè è considerato dai Critici Radicali come non-storico (Encycl. Bibl., col. 2600); e, in secondo luogo, che il “Libro di Giosuè”, essendo una compilazione del redattore di P. (Encycl. Bibl., colonne 2602, 2605-2606), non esisteva al tempo in cui vennero scritti quei passi. Così lo scrittore non stava pensando affatto a qualche personaggio storico. Ciò che aveva in mente era un antica figura divina.
(5) Esiste una tradizione araba secondo cui “Giosuè” era un figlio di “Miriam”. Ma la forma originale di quel nome è “Mariam”, e il nome della sorella di Mosè si pronuncia “Mariam” nella Septuaginta. Mariam, comunque, è il nome che riappare nel Nuovo Testamento come “Maria” o “Mary” (Encycl. Bibl., colonne 2952, 3152). “Giosuè”, perciò, in questa tradizione, è un figlio di “Maria”! E “Gesù” è una forma ellenizzata di “Giosuè”.
(6) Nell'Epistola di Giuda (5 e 6) c'è un passo enigmatico di cui una lettura più antica (riconosciuta nella Versione Riveduta) recita: “Ora voglio ricordare a voi......che Gesù [ossia, Giosuè] dopo aver salvato il popolo dalla terra d'Egitto, fece perire in seguito quelli che non vollero credere. E gli angeli che non conservarono la loro dignità......egli li tiene in catene eterne, nelle tenebre, per il giudizio”. Di nuovo, nell'opera apocalittica giudeocristiana nota come gli Oracoli Sibillini (traduzione Deane, si veda Whittaker, Orig. of Chris., seconda edizione, pag. 27) troviamo: “Allora di nuovo verrà dal cielo un uomo eccelso......il migliore tra gli ebrei, lui che una volta fermò il sole”; così indicando inequivocabilmente Giosuè. Ora è chiaro che un semplice guerriero non poteva imprigionare angeli erranti. Ora, come potremmo aver appreso da molto tempo fa, egli avrebbe potuto far durare ancora il sole. Per compiere atti di questo tipo è necessario niente meno che un dio.
(7) Il nome Giosuè punta al suo essere stato associato, in qualche fase antica, in qualche maniera con Jahvé, poichè Giosuè sembra significare “Jahvé è salvezza”. Inoltre, è ben risaputo che Gesù non è che una forma ellenizzata di Giosuè. Ora, il Gesù evangelico è identificato implicitamente, in effetti quasi esplicitamente, con un antico Giosuè nel ruolo di un liberatore nel passo familiare (Matteo 1:21): “tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo”, ecc.
(8) Quando i discepoli sono inviati, essi esorcizzano nel nome di Gesù, in luoghi dove Gesù non era mai stato, ma dove nondimeno il suo nome sembrò già conosciuto ed efficace. In una circostanza essi riferiscono di aver trovato un non-discepolo che esorcizzava nello stesso nome.
(9) Negli Atti degli Apostoli è detto ripetutamente che gli apostoli, quando giungono presso un villaggio, già vi trovano adepti e adoratori di Gesù in una maniera inspiegabile. 
(10) In 1 Corinzi 2:8, Paolo dice che “il Signore della Gloria” fu crocifisso da archontōn tou aionos, tradotti in modo fuorviante come “dominatori di questo mondo”, ma in realtà “Potenze degli Eoni” — vale a dire, Potenze Celesti, un'espressione gnostica. Essi sono i “Principati e le Potenze” contro cui combatte l'autore di Efesini (6:12; si veda il testo greco della versione riveduta, nota a piè di pagina). Così Gesù fu crocifisso in realtà da Potenze Celesti. Ma Pilato fu tutt'altro che una Potenza Celeste. Le epistole sono piene di idee gnostiche circa “Potenze” ed “Eoni”.
(11) In 2 Corinzi 11:4, Paolo si riferisce misteriosamente ad un “altro Gesù, che noi non abbiamo predicato”. Chi fu quest'altro Gesù?
Questi sono alcuni di quegli indizi strani e misteriosi. Possiamo comprendere solo imperfettamente ciò che significano. Ma essi ci consentono scorci di passaggio dello sviluppo reale che è celato dietro il velo della narrazioni quasi-storiche del Nuovo Testamento.

LE LEZIONI DEGLI INDIZI

Dai precedenti indizi  possiamo discernere ad ogni conto:
(1) Che il sacramento cristiano e gli episodi dei vangeli sono della stessa natura di molti che erano stati correnti per parecchio tempo nel mondo mediterraneo.
(2) Che, per antichi e influenti propagandisti, la crocifissione non era un fenomeno terreno ma un fenomeno celeste.
(3) Che un culto di Gesù era già in esistenza prima dell'alba dell'era cristiana.
(4) Che, siccome aveva sviluppato un dramma, questo culto dev'essere stato antico.
(5) Che un culto di Giosuè era stato per parecchio tempo in esistenza in Palestina.
(6) Che un numero di passi enigmatici puntano ad un Giosuè che era stato originariamente una deità palestinese davvero antica, il cui culto venne subordinato gradualmente a quello di Jahvé, e la sua leggenda riscritta come quella di un semplice eroe umano. Ma antiche credenze popolari sono di grande vitalità, e perdurano per secoli a dispetto dei tentativi sacerdotali ufficiali per sopprimerli. La cristianità moderna, e perfino le nostre stesse regioni, sono piene di questi retaggi non ufficiali a questo giorno. Anche così, è abbastanza chiaro che un antico culto di Giosuè stava perdurando in Palestina all'alba dell'era cristiana Quando alluso nei documenti scritti in greco il nome sarebbe apparso come “Gesù”.

UNA IPOTESI DI LAVORO

Se qualche uomo sostiene che il pianeta Marte è fatto di platino, non troviamo nessuna difficoltà nel mostrare che egli è alquanto grandemente in errore. Ma se, per recuperare la sua sconfitta, egli si volta ed esige da noi di mostrare di cosa sia composto il pianeta Marte, egli può metterci in difficoltà. Parimenti in questo caso. Non è difficile mostrare che il sistema cristiano non si originò nella maniera supposta comunemente. Ma quando tentiamo di scoprire i processi tramite cui si originò troviamo che i materiali per una teoria costruttiva sono scarsi. Nondimeno, come fu rimarcato mirabilmente da Huxley, un'ipotesi di lavoro è un cavallo eccellente da cavalcare, a patto che non ci prenda la mano e fugga con noi. Rammentando quella precauzione, una qualche ipotesi del genere si potrebbe abbozzare.
È stato sottolineato da Sir James Frazer che la Pratica è, in generale, anteriore al mito. Con la Pratica, allora, partiamo. Non esiste alcun dubbio che erano stati praticati sacramenti nel mondo mediterraneo da tempo immemore. Più di un dio era venerato così. Ma un dio la cui adorazione ancora persisteva in Palestina era un Giosuè. Il suo culto, comunque, era stato subordinato a quello di Jahvé, ed in ultima istanza soppresso dalla gerarchia jahvista ufficiale degli ebrei. Al pari di altri culti soppressi, comunque, esso sopravvisse tra la popolazione fino all'incirca l'era cristiana. Legato ad esso c'erano un sacramento e una processione rituale, con una finta incoronazione di “Gesù Barabba”, “Gesù, Figlio del Padre”, che terminava in una finta condanna a morte per “crocifissione” o “sospensione ad un albero”. C'era anche una rappresentazione drammatica o dramma misterico, probabilmente recitato in segreto (come lo erano comunemente queste cose) dai gruppi gesuisti tra la popolazione.
Fin qui tutto questo era più o meno oscuro, oppure ad ogni conto non pubblicamente esplicito, e non attraeva molta attenzione da parte o della gerarchia ebraica o delle autorità romane. Ma a causa della turbolenza sporadica che era stata costante fin dalle Guerre dei Maccabei, combinata alle persistenti speranze messianiche degli ebrei, come pure alla penetrazione in Palestina dell'influenza gentile, le condizioni infine cambiarono. Sorsero capi popolari, specialmente uno che combinava antecedenti ebraici con antecedenti ellenistici, e che sembra essere stato chiamato Paolo. Sotto di loro il culto antico e a lungo oscuro di Giosuè-Gesù subì una grande rinascita. È intrigante ipotizzare che il Gesù di Paolo potrebbe essere stato l'assassinato Gesù ben Pandira di un secolo prima o più. Ma se sia storica la stessa storia di Ben Pandira non è certo. Si sarebbe potuto trattare in realtà anche di una debole eco di un sacrificio rituale, e così associata in qualche maniera al culto antico. L'elusivo Gesù di Paolo e il “Signore” della Didaché costituiscono più probabilmente il dio a lungo oscuro di ancestrale antichità, riportato ancora una volta alla luce del giorno e celestialmente trasfigurato.
Così trasfigurato, anche parzialmente ellenizzato dal suo capo mezzo ellenico, e promosso dalla sua energica propaganda, il culto cominciò a diffondersi tra i gentili. Al che due cose ne seguì. Cominciò a sembrare un formidabile competitore del giudaismo ortodosso, e così incorse nell'ostilità della gerarchia ebraica. Ma una lacerazione si sviluppò anche al suo interno, tra coloro che avrebbero voluto preservarlo totalmente ebraico ed erano in amicizia al giudaismo e coloro che, intuendo che il suo futuro era in realtà tra i gentili, guardavano con un occhio amichevole a Roma. Tra i suoi capi arrivò ad esserci un'organizzazione di predicatori itineranti, che costituì il primo piccolo germe della gerarchia cristiana, la cui Storia terribile noi conosciam fin troppo bene, e la cui pressione è ancora su di noi a quest'ora.
Nelle mani di questa gerarchia si svilupparono i sacri testi cristiani. Questi testi erano essenziali al nuovo movimento, a causa del prestigio dei testi sacri ebraici, coi quali esso doveva competere. La letteratura è piena di tracce del conflitto entro la chiesa, di gentili contro ebrei, e del trionfo finale dell'elemento gentile. Sotto i capi gentilizzanti, familiari al metodo drammatico, una trascrizione del crudo dramma antico venne inserito nei vangeli sinottici.
Tra la nuova gerarchia, come pure tra i ranghi e le file, vi erano uomi di natura davvero varia — alcuni semplici e gentili, alcuni feroci, ambiziosi e mendaci. Coerentemente, l'etica incorporata nella letteratura è costituita parzialmente da un tipo, parzialmente dall'altro. Gli uomini migliori attinsero dalla miglior etica contemporanea, se di origine ebraica o pagana. Gli altri importarono una tendenza che ha recato al mondo una sofferenza inpronunciabile, da quel giorno fino a questo.
Una volta a galla una storia, i particolari di tempo e luogo saranno presto disponibili. Scott confessò che egli non avrebbe potuto raccontare di nuovo un episodio senza “presentarlo in una forma decisamente migliore”. Io ho più di una volta ripreso me stesso nell'atto di dare a qualche storia un momento e un luogo, solo per realizzare che essa era già nota al mio pubblico in connessione a qualche altro momento e luogo o con proprio nessuno. Uno dei miei amici intimi ha avuto una esperienza molto più singolare. “Miti” circa lui stesso hanno raggiunto due volte la sua attenzione. In un caso si trattava di un resoconto della sua stessa morte, che aveva preso luogo tre anni prima — con momento, luogo, e attori sulla scena che erano tutti quanti specificati! Così, dettagli locali e riferimenti a personaggi storici non sono alcuna prova di storicità. Al contrario, essi tendono a crescere sempre più espliciti col passare del tempo. Cosa provocò quei particolari nel caso presente? Se il culto era antico, perchè non doveva essere stato assegnato ad un periodo più remoto? Io penso che, a questo proposito, una considerazione importante è stata trascurata. Il sistema assunse la vecchia divinità “ufficiale” Jahvé, come, vista la sua origine in gran parte ebraica, era destinato a fare.
Ma così facendo adottò una regalità divina del genere più esclusivo. La grande rinascita del culto, tuttavia, prese luogo entro l'Impero romano, dove lo spirito degli uomini era di necessità permeato dall'idea del dominio universale. Le due idee furono inevitabilmente combinate, evolvendo così in quello che ho altrove definito Imperialismo Teocratico. Ora, se Gesù fosse stato relegato ad un periodo remoto, egli sarebbe stato fatto apparire quando il culto era abbastanza oscuro e (ciò che è ancor più importante) sulla scena ristretta dell'ebraismo. Per un nascente Imperialismo Teocratico ciò non era abbastanza. Quando egli apparve doveva accadere sulla scena del mondo — sulla scena universale. Doveva, perciò, essere in un momento in cui ebrei e romani avrebbero potuto apparire assieme. Ciò limitò il tempo al periodo durante il quale la Giudea era stata una provincia romana, ma prima dell'assedio di Gerusalemme.   
Ora, un'assegnazione a quel periodo era facilitata da varie circostanze. In primo luogo si collocava, sia per il compilatore del vangelo che per il lettore del vangelo, sul lato remoto del vasto cataclisma della Caduta di Gerusalemme, accanto al quale ogni episodio palestinese dev'essere stato sminuito nell'insignificanza. Noi che abbiamo vissuto attraverso la Grande Guerra possiamo realizzare a cosa rassomigliava ciò per la gente di quel tempo. In secondo luogo, Gesù era diventato un nome ebraico abbastanza comune. In terzo luogo, almeno due uomini con quel nome si erano presentati — uno come un capo popolare, l'altro come un profeta (pag. 16). Nessuno di loro è il Gesù evangelico, ma le loro caratteristiche come offerte da Flavio Giuseppe (“Galileo”, “pescatori e povera gente”, “Guai a Gerusalemme”, “non tentò alcuna risposta”, “non rivolse cattive parole”) sono chiaramente riprodotte nei vangeli. Così, nè un ebreo e neppure un gentile avrebbe notato qualche improbabilità in un Gesù evangelico, di cui essi stessi avevano udito poco o nulla, che era collocato nel detto periodo. Perchè no? Quelli erano i giorni anteriori al cataclisma: chi si preoccupava di indagare che cosa era accaduto in quei giorni? Certamente il crudele e impopolare Pilato aveva soppresso disordini con spargimento di sangue, così il suo era il tempo adatto perchè dovesse accadere qualcosa di quel genere. Potrebbe facilmente essere accaduto che qualche Gesù mai menzionato da Flavio Giuseppe fosse stato condannato a morte da Pilato, e avesse offerto un suggerimento per la data. Ma è veramente inutile ipotizzare questo. Poichè persino se non prese luogo realmente nessuna tragedia del genere sotto il governo di Pilato, ciò sarebbe stata un'inezia. La memoria storica è corta perfino tra gente abbastanza istruita del nostro stesso tempo, ancora più corta tra la gente incolta, e tra questa gente e i primi cristiani difficilmente ci sarebbe stata qualche tipo di memoria. Probabilmente non venne mai in mente ai fabbricatori e ai compilatori stessi di domandare a qualcuno.  

  SOMMARIO

Potrebbe aiutare a chiarire le cose se i punti principali di questo saggio siano sintetizzati brevemente.
(1) Non esiste nessuna prova esterna di un Gesù storico.
(2) Nessun Gesù storico è noto a Paolo.
(3) Nessun Gesù storico è noto agli autori della Didaché.
(4) Nessun episodio storico di azione può essere estratto dai vangeli con qualche affidabilità.
(5) Il problema “Nazaret” è estremamente oscuro, ed è dubbio se un villaggio del genere esistette al tempo.
(6) I Dodici Apostoli sono ignoti a Paolo, e sono chiaramente mitici nei vangeli.
(7) Un'etica derivante da un Gesù storico è ignota a Paolo, e nei vangeli è o di origine esterna oppure successiva.
(8) Un definito insegnamento “cristiano” ci sfugge nei vangeli.
(9) Lo stile del Gesù evangelico non è quello di un uomo reale e vivo.
(10) Le scene finali, quando esaminate, collassano come Storia reale.
(11) Paralleli ad ogni episodio saliente dei vangeli sono dischiusi dalla Mitologia Comparativa.
(12) Le scene finali sono interpretabili come dramma, e solamente come dramma.
(13) Undici indizi disseminati indicano uno sviluppo reale dietro quello che appare sulla superficie delle narrazioni.
(14) Un'ipotesi di lavoro è possibile; ed indica che la sorgente reale del sistema e della storia cristiani non era un uomo storico, ma un culto davvero antico di un divino Giosuè.

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

Si dirà che noi stiamo spogliando il mondo di una personalità diletta e bellissima. Al che si potrebbero fare le seguenti considerazioni. Per coloro che sono stati in precedenza sotto l'incantesimo di quella personalità poche cose sono più impressionanti di quelle che avremmo mai potuto provare in quel modo. Per coloro che non sono mai stati sotto quell'incantesimo questa attrattiva non esiste. Mi è stato comunicato da Buddhisti singalesi che loro non trovano affatto attraente la figura. Il Gesù sinottico compie e dice molte cose che, fossero trovate in una letteratura “pagana”, sarebbero prontamente brandite dagli apologeti come dimostrazioni dell'inferiorità dell'etica pagana. Anche quando si pronunciano sentimenti ammirevoli, come per esempio “amore”, egli non li pronuncia in una maniera amorevole e affascinante. Egli li presenta come “comandamenti”, in maniera dittatoriale, con un'aria di superiorità, come se parlasse ex cathedra. Se un contemporaneo ci parlasse a quella maniera, dovremmo provare molta attrazione per lui?
Dovesse, allora, la critica risultare nella scomparsa di un Gesù storico, gli uomini non perderanno in realtà alcunché. Nobiltà, devozione, e amore erano nel mondo secoli prima che venisse pensato un Gesù storico, e ci saranno ancora secoli dopo che quel ritratto sarà svanito dall'immaginazione degli uomini. Creazioni di nessun maestro, ma cose della stessa evoluzione della Natura, esse sono al sicuro e inespugnabili nei più intimi recessi del cuore dell'uomo.

BIBLIOGRAFIA

Questo saggio, che è essenzialmente una condensazione di argomenti avanzati nei lavori di Robertson, Drews, Whittaker e Couchoud, non può avanzare nessuna pretesa di originalità. I lettori che desiderino entrare in profondità nel problema dovrebbero consultare i lavori seguenti:

J. M. Robertson, Christianity and Mythology.
Pagan Christs.
A Short History of Christianity.
The Historical Jesus.
The Jesus Problem.
T. Whittaker, Origins of Christianity.
A. Drews, The Witnesses to the Historicity of Jesus.
The Christ Myth.
W. B. Smith, Der Vor-Christliche Jesus.
Ecce Deus.
P. L. Couchoud, The Enigma of Jesus.
G. Brandes, Jesus—A Myth.
L. G. Rylands, The Evolution of Christianity.
E. Greenly, “Types of Monotheism” (Lit. Guide, gennaio, 1925).
— “Sources and Types of Religious Intolerance”
(R.P.A. Annual, 1925).
— “Theocratic Imperialism” (R.P.A. Annual, 1924).


NOTE



[1Apparentemente il nome “Gesù” gli era sconosciuto.



[2Ma il resoconto della Cena in 1 Corinzi 11 è francamente abbandonato dal reverendo signor G. W. Cox e altri studiosi come un'interpolazione (Relig. Syst. World, pag. 242); la quale cosa è, in effetti.


[3Un unico passo, che il regno è “dentro di voi”, appare penetrante, sebbene anche quello non ci comunica che cos. Anche pochi lettori sembrano notare che a margine della Versione Autorizzata ἐντὸς ὑμῶν è reso “tra di voi” e a margine della Versione Riveduta “nel mezzo di voi”. Infine, l'espressione si trova solo nel dichiaratamente successivo terzo vangelo (17:21). Allora, se era stata particolarmente illuminante, quale ragione avrebbe potuto avere Matteo per ometterla? Chiaramente è un'aggiunta successiva, e non-storica.



[4Esiste solamente un'unica allusione a Pilato nella letteratura epistolare, e quella è in 1 Timoteo (6:13), una delle epistole “pastorali” che sono, per consenso generale dei Critici Radicali, post-paoline. Tra molti altri punti, il paolinista Marcione le omette dal suo elenco delle epistole paoline (Encycl. Bibl., col. 5083).


[5Ancora meno sarebbe passato attraverso una tale farsa come quella della pulizia delle mani, che, per giunta, non era un rito romano, ma un rito ebraico.