venerdì 19 gennaio 2018

Sull'Antica Storia del Dio Gesù (VII) — L'Antica Religione di Gesù

(continua da qui)

CAPITOLO VII

L'ANTICA RELIGIONE DI GESÙ

La storia dell'antica religione di Gesù risale indietro all'Età della Pietra ed è anteriore all'insediamento delle tribù cananee di Palestina. È evidente che si deve cercare nella Bibbia, proprio all'inizio, tracce delle religioni antiche che precedettero la religione di Jahvè in Palestina. Questo è reso possibile dal fatto che l'ebraismo tentò di incorporare nel corpo del culto jahvista tutto ciò che poteva assimilare dei credi antichi, e proscrisse il resto.
Gli studiosi moderni concordano nel riconoscere nei libri dell'Antico Testamento questa politica duale, che opera come segue:


1.
Le antiche divinità di Palestina sono trasformate dalla Bibbia in personaggi storici e convertiti in servi di Jahvè.

2. I loro santuari sono trasformati in santuari elevati da loro per Jahvè, oppure in tombe dove essi sono sepolti, oppure in monumenti delle loro imprese. A volte, comunque, i loro nomi, o quelli degli animali che essi erano stati in origine, si diedero ad un luogo, e non furono utilizzati più per indicarlo.
3. I nomi dei clan, derivati da quelle divinità e dai nomi degli animali che essi erano stati originariamente, diventarono i nomi di persone, e furono introdotti nelle interminabili genealogie inventate per glorificare grandi famiglie dello stato ebraico. Tutto questo fu realizzato per via di assimilazione.
4. Si effettuò una proscrizione dedicando all'abominio tutti i culti che offrivano resistenza.
5. Anche rendendo impuri animali simili siccome erano stati originariamente antichi dèi, proibendo il loro consumo, oppure lanciando una maledizione su di loro.
6. E trasformando alcuni dei riti e miti di quei culti in leggende storiche.

Applicando quei principi al Gesù-Giosuè della Bibbia, e notando i riferimenti che esistono nei documenti assiro-babilonesi e in altri documenti, i paralleli in religioni conosciute e nell'etnografia, e i riferimenti nel cristianesimo e nelle antiche eresie al culto del pesce, e del serpente, noi possiamo stabilire:

1. Che nel nome datogli di Giosuè Ben Nun, la parola Ben esprime un'affiliazione mistica e non una naturale.
2. Dato che Nun significa Pesce (o Serpente d'acqua) in aramaico (come in babilonese), Gesù Ben-Nun non significa Gesù figlio di un uomo di nome Pesce, ma “Gesù il Pesce” (oppure Gesù il Serpente d'acqua).
3. Che le parole Nun (Pesce o Serpente d'acqua), Nahas, e Nashon (entrambi che significano Serpente di terra) alludono in un numero di passi al Serpente-Pesce dell'acqua che fu in origine Gesù e al Serpente d'acqua al quale egli fu assimilato successivamente.
4. E che certi nomi sono l'equivalente di Ieshou.


Ci siamo riferiti alle prove nell'Antico Testamento del rito di crocifissione (capitolo V; nel paragrafo intitolato “Golgota”). I primi Padri della Chiesa trovarono  nell'Antico Testamento anche numerosi riferimenti alla crocifissione di Gesù.
Tracce della comunione del nutrimento del dio sono non meno apparenti, ma la proibizione del consumo del pesce del tipo di un anguilla o serpente d'acqua è conclusiva (Levitico 11:10-12).
La maledizione del serpente nel Libro di Genesi 3:14 è più significativa. Il dio Jahvè dice al serpente:
“Sii tu maledetto più di tutto il bestiame e più di tutte le bestie selvatiche; sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai”. Ci si ricorda dell'arguzia di Voltaire: “Prima della maledizione, allora, il serpente non strisciava! In precedenza aveva le zampe?”. Le spiegazioni imbarazzate dei teologi giustificheranno la sua battuta. Prima della maledizione il serpente non strisciava, e neppure aveva zampe, perché, essendo un anguilla o serpente d'acqua, esso nuotava. La maledizione consisteva nel condannare a vivere sulla terra un animale che era fino ad allora vissuto nell'acqua. Il serpente non fu trasformato, ma esiliato.
Ciò che chiamiamo il serpente d'acqua fu, in realtà, i tipo di anguilla presente nel Giordano. Le persone ignoranti al giorno d'oggi distinguono l'anguilla dal serpente solo in virtù del suo habitat. La parola “anguilla” in francese è “anguille”, ed è derivata dalla parola latina
“anguis”, che significa serpente. Per l'editore jahvista, come per la gente ignorante, l'anguilla fu un serpente che visse nell'acqua. Quella è la spiegazione della condanna, che significa “tu vivi nell'acqua, d'ora in avanti tu dimorerai sulla terra”. Una terribile condanna in una terra arida sotto un sole cocente, in cui la fioritura più piccola crea un autentico Eden. L'anguilla (Nun) sarebbe diventata ora un serpente (Nahash).
Qual è la ragione di questa maledizione? Il serpente d'acqua fu maledetto perchè l'anguilla (Nun) fu uno degli antichi dèi di Palestina, la cui adorazione il culto jahvista cercò di sopprimere.
Come abbiamo visto, il culto jahvista aveva numerosi metodi per la soppressione di dèi rivali. A volte li rese servi di Jahvè, a volte li anatemizzò. Nel caso di Ieshu, l'anguilla, furono utilizzati entrambi i metodi. Ieshu diventò il patriarca Giosuè, il serpente d'acqua fu maledetto; e infine, per rendere impossibile la comunione del nutrimento del dio, l'animale fu proclamato impuro. I Padri della Chiesa erano pienamente giustificati nel vedere nella crocifissione del serpente di bronzo la figura del Figlio di Dio, come fecero anche gli eretici Naasseni. Se non fosse stato un dio, il serpente d'acqua sarebbe diventato un comune pesce. Ma Nun, che fu più tardi chiamato Gesù, era il Serpente d'acqua fresca o Anguilla, che il culto di Jahvè assimilò a Nahash, il Serpente di terra, condannato a strisciare miserabilmente nella polvere. Da qui il tabù riposto sul nutrimento del cibo divino nella Legge mosaica coll'aggiunta dell'anguilla nella lista di animali impuri.
Coll'occupazione di Palestina da parte dei cananei nella prima metà del terzo millennio, la religione di Gesù si fuse nelle religioni cananee. Il Serpente d'acqua diventò un Baal, con la sua funzione a dargli il suo nome Baal Giosuè, il
“Signore della Salvezza”, o “Guarigione”, dato che la forma di sicurezza che esso rappresentò in quel periodo lontano fu ciò che dovremmo chiamare “salute”. Nel diventare un Baal esso assunse una forma umana e regnò nei luoghi sacri appartati nell'ombra di alberi, con pietre verticali o cromlech, come per esempio Gilgal presso Gerico, e i luoghi alti di Ai e Makkeda, dove esso veniva crocifisso ritualmente. La sua adorazione non fu interrotta quando apparvero le tribù degli israeliti nella seconda metà del secondo millennio.
Ma giunse un cambiamento nel regno di Davide, che insediò il culto di Jahvè a Gerusalemme e lo impose su tutta la Palestina. Davide sembra essere stato un adoratore di Gesù che a Hebron passò al culto jahvista. Alla morte di Salomone, suo successore la Palestina si separò in due regni: uno di nome Israele al nord, e l'altro Giuda al sud. Sotto l'aspetto religioso la storia di quei regni è quella di una lotta tra il nuovo dio e gli dèi della regione.
Come il periodo cananeo-israelita testimoniò l'apice della religione di Gesù, così l'epoca jahvista segnò il suo declino, particolarmente nel regno di Giuda. Ma, sebbene Gesù rimpicciolì di fronte a Jahveh, egli in ultima analisi prenderà la sua rivincita.
Le invasioni assire e babilonesi posero una fine ai due regni. Nell'anno 721 A.E.C. gli assiri si impadronirono del regno settentrionale, deportarono una porzione degli abitanti, e li sostituirono con persone di tutte le razze e credi. L'invasione babilonese un secolo e mezzo più tardi deportò parte degli abitanti di Giudea, ma non sostituì gli esuli con stranieri, e così rese più facile la restaurazione che avvenne settant'anni più tardi, quando si stabilì la dominazione persiana. Ma la restaurazione del culto jahvista in Giudea, accanto a un culto jahvista scismatico in Samaria, non impedì ai vecchi culti cananei una sopravvivenza di nascosto.
La Galilea, una provincia al nord di Palestina e a sud-ovest di Siria, soffrì nell'ottavo secolo le deportazioni e le immigrazioni forzate già menzionate. Durante i secoli dal sesto al settimo che seguirono la distruzione del regno di Israele, la Galilea e Giuda erano stati isolati, non solo nel senso politico ma anche nel senso religioso. Dai sei ai dieci secoli è un lungo periodo, e in quel tempo la Galilea era diventata di nuovo una regione pagana, dove vi rimasero porzioni dell'antica popolazione israelita e cananea, che aderivano all'adorazione di Gesù. Durante lo stesso periodo la Giudea, al contrario, sviluppò la religione stabilita da Davide e la trasformò nell'ebraismo. Ma lo sviluppo della nuova religione si limitò a Gerusalemme e ai suoi dintorni, e l'ebraismo non conquistò il resto di Palestina finché la Giudea non riscoprì la sua indipendenza sotto Giuda Maccabeo nell'anno 165 A.E.C.
Fu lo zelo per il proselitismo imperialista che risultò da quest'evento che condusse alla giudaizzazione della Galilea. Questa fu realizzata non da una penetrazione pacifica, ma mediante una violenza armata — un fatto di solito ignorato da storici cristiani. La legge di Mosè si impose sulla Palestina col ferro e col fuoco, e gli abitanti furono costretti a scegliere tra circoncisione ed espulsione. La Galilea soffrì il fato comune della conversione mediante violenza, ma non può esserci nessun dubbio che gli abitanti preservarono in segreto i loro culti segreti, come in Europa il cristianesimo successivo fallì di estirpare i riti pagani. Abbiamo illustrato come i culti misterici preistorici, i quali, durante la nascita e lo sviluppo delle religioni ufficiali dell'antichità, si mantennero oscuramente, riapparvero infine ai margini di quest'ultime in risvegli o rinascite.
Di questi rinascimenti quello che conosciamo meglio è il risveglio della religione pre-ellenica di Dioniso in Grecia tra l'ottavo e il sesto secolo. Louis Gernet ha stabilito pienamente che non stiamo trattando qui un culto o un dio importato, ma un culto pre-ellenico che era stato soppresso e che riapparve di nuovo in piena luce. I riti e i credi che si stavano allora diffondendo per tutta la Grecia hanno tutti gli aspetti di culti primitivi, compreso il mito del ritorno alla vita del dio messo a morte nella maniera rituale, celebrato sotto la doppia forma di un sacro dramma e di una tragedia, in cui i Baccanali e le Baccanti si appagano in una vera festa del nutrimento del dio. Questo è indiscutibilmente un ritorno al passato oscuro.
E questo movimento religioso, al pari del cristianesimo, fu il prodotto di una pressione sociale. Infatti, come dichiara il signor Gernet, “in Grecia, come nell'Oriente, un movimento comunista fu tradotto in formule religiose più o meno segrete”. Ma, appena il risveglio dionisiaco venne alla luce secoli prima del risveglio cristiano, esso preservò al principio parecchio della sua barbarie primitiva. Così la comunione del nutrimento del dio nel culto dionisiaco consisteva nel consumo della carne cruda dell'animale sacro, ma nel cristianesimo consistette nel consumo del pane che rappresentava il corpo del dio. Al pari di Dioniso, Osiride, Attis, Adone, e molti altri, Gesù è un antico dio che fino a poco tempo fa era considerato come un nuovo dio. Un'osservazione davvero suggestiva di Erodoto dovrebbe esortare ad una riflessione salutare quelli che lo considerano risalente al primo secolo. Parlando di Dioniso, uno dei più antichi degli dèi greci, che entra nella letteratura solo dopo molti dèi successivi, Erodoto scrisse:
“Egli fu l'ultimo ad essere conosciuto”.

Il risveglio cristiano apparve con le stesse caratteristiche che segnarono i risvegli delle altre religioni misteriche. Tra le cause che sembrano averlo sprigionato, due in particolare sono degne di nota: l'intrusione dell'ebraismo in Galilea, e la diffusione del pitagorismo che penetrò tutte le regioni del mondo mediterraneo. Come mostra Isidore Levy nella sua opera erudita, The Legend of Pythagoras (1927), le dottrine e i riti di Pitagora furono adottati da migliaia degli ebrei ad Alessandria e in Palestina, e ispirarono allo stesso tempo i farisei, gli esseni, e altre sette meno note, come per esempio i nazareni, i sadociti, e i dositei. Che influenzarono anche la setta pre-cristiana non può esserci nessun dubbio, visto che il nome nazareni fu dato ai cristiani di Palestina.
Di tutti gli aspetti del pitagorismo, il credo nella resurrezione sembra aver giocato la parte prevalente nel risveglio pre-cristiano. Questa dottrina avrebbe stimolato in particolare gli adepti di una religione come l'antico culto di Gesù, che perpetuarono l'antico rito sacrificale di resurrezione.
Dal momento che l'intrusione dell'ebraismo in Galilea fu prodotta da una forma di persecuzione, essa tese a contribuire a questa rivolta. Persecuzione e oppressione, quando falliscono di distruggere completamente, creano uno stato di agitazione particolarmente favorevole ad un risveglio religioso.
Sappiamo che in Galilea l'ebraismo impose le sue pratiche sugli adoratori di Gesù, ma non poteva impedirli dal seguire i loro propri, e, costringendoli alla segretezza, esso tese ad accrescere l'ardore della loro devozione. Propagando la sua propria dottrina della resurrezione, l'ebraismo contribuì, al pari del pitagorismo, al risveglio delle vecchie idee sepolte per secoli nel cuore del gesuismo. Così, nel rivedere le circostanze in cui il risveglio pre-cristiano diventò cristianesimo, dobbiamo tenere a mente l'aspetto essenziale del culto —
il dramma e la festa sacra, ereditato dagli uomini della prima generazione cristiana dai loro predecessori, che fu destinato in seguito a rifornire gli evangelisti del tema della storia della Passione.
Abbiamo già illustrato come lo scenario di questo sacro dramma si incarnò nei racconti evangelici. Gli studiosi critici concordano nella descrizione dei tratti della Passione di Gesù come sia leggendari che tendenziosi, e nel riconoscimento delle loro flagranti contraddizioni, sia dal punto di vista del senso razionale che, ciò che è anche più serio, dal punto di vista  della verità storica. Così il grande studioso francese il Professor Guignebert offre una dimostrazione ampia e convincente di questo nel suo lavoro
Jesus (pagine 549-599), e conclude che i dettagli della Passione “non riescono palpabilmente a resistere ad un esame accurato”, e così “finalmente passano completamente fuori dalla storia”. Lo stesso risultato è raggiunto da Alfaric, che si preoccupa di mostrare che la maggior parte dei tratti dell'intera vita di Gesù sono nient'altro che una riduzione all'azione delle profezie che gli evangelisti desideravano che Gesù dovesse realizzare. [1]
Altri studiosi sono stati impressionati dalla rassomiglianza tra la Passione di Gesù come raccontata nei vangeli e le cerimonie delle sagre popolari, come per esempio la festa delle Sacee a Babilonia, la festività di Crono in Grecia, e le Saturnalia in Italia. [
2]
Lo studio di culti religiosi indusse Loisy a descrivere i diversi episodi di quelle storie come “le catastrofi di un dramma liturgico”, e a concludere infine che “la tradizione più antica che possiamo trovare relativa alla morte di Gesù è già, al pari di quella del suo ministero, una leggenda liturgica; e l'evoluzione di questa leggenda nella letteratura apostolica ha la stessa natura rituale, complicata da preoccupazioni apologetiche”. [
3] La conclusione logica è riconoscere nella Passione di Gesù la trasposizione del sacro dramma del suo culto preistorico.
Abbiamo visto come la storia comparativa delle religioni ci spinga ad assimilare il corso che Gesù seguì con quello seguito dagli altri dèi misterici; un sacrificio del dio che diventò un crimine contro la sua persona. Che ci spinge qui ad una conclusione analoga. Se le storie delle Passioni di Dioniso, Attis, Osiride e Demetra sono le trasposizioni di drammi del culto, e non eventi reali, difficilmente può essere altrimenti con la Passione di Gesù.
È evidente perciò che la maggior parte degli episodi della sua messa a morte, sebbene insostenibili come Storia, sono perfettamente spiegabili come trasposizioni leggendarie di episodi rituali; e quel che è vero della crocifissione è egualmente vero della resurrezione.
La tradizione dei
“tre giorni” conferma il nostro argomento. Al pari di tutte le cerimonie del culto, quelle del sacro dramma perseguivano un ritmo fissato in anticipo, ed erano distribuite di solito su parecchi giorni per corrispondere ai diversi episodi del mito. L'azione di un culto intesa a celebrare la morte e resurrezione di un dio avrebbe bisogno di dispiegarsi in due giorni per corrispondere a quei due episodi, il dio che muore nel corso del primo episodio e che viene a vivere nel corso del secondo episodio. A quei due giorni, alcune delle religioni che stiamo considerando aggiunsero un terzo. Osiride muore il diciassettesimo giorno del mese di Athyr, e ritorna alla vita (oppure è ritrovato) al diciannovesimo. La festa di Adone costituì ad Alessandria un affare di tre giorni. Nel seguire le storie nei quattro vangeli, la Passione di Gesù si dispiega in esattamente tre giorni. Il primo è quello dell'esecuzione; il secondo quello della sepoltura e del sonno nella tomba; il giorno della resurrezione è il terzo. Il giorno ebraico terminava al tramonto, così che Gesù, dal momento che egli fu sepolto dopo il tramonto al giorno della crocifissione, fu sepolto al secondo giorno. Si deve riconoscere in questa successione cronologica il ricordo di eventi reali, un ricordo che per una strana coincidenza si conforma alla storia di così molti altri dèi nel ritmo del sacro dramma? È sufficiente rispondere che, lungi dal presentarsi come un capitolo di episodi, i vangeli li presentano come un programma prefissato annunciato ripetutamente in anticipo esplicitamente da Gesù, quando egli li predisse e offrì come un segno la distruzione del tempio e la sorte di Giona. La formula si trova anche nelle epistole paoline, e così deduciamo che risale al periodo più antico del cristianesimo. [4] Dovremo riconoscere perciò in tutti quei passi l'eco di una tradizione antica fondamentale al culto primitivo di Gesù in quanto l'ispirazione delle storie della Passione. Nessuna tradizione del genere si può far rintracciare all'ebraismo, a parte la leggenda di Giona, da cui non si può derivare nessuna chiara conclusione. Quel mito potrebbe essere derivato proprio da una fonte non-ebraica — in realtà, dall'antica religione di Gesù stesso. La pretesa fatta in 1 Corinzi 15:4 che la resurrezione del terzo giorno fosse “secondo le Scritture” non si può sostenere perciò.
Come abbiamo indicato, il luogo della celebrazione del sacro dramma fu Gilgal, o Golgota, un luogo elevato davvero antico, situato, non alle porte di Gerusalemme, ma su una collina presso Gerico che si eleva da una depressione vicino il Mar Rosso. E da tempo immemore il sacro dramma fu seguito da una festa sacra. Feste simili erano celebrate nel periodo greco-romano in molte religioni, ma avevano perso la loro natura del nutrimento del dio.
L'esistenza della festa sacra pre-cristiana è indicata dalla Didachè, un testo rivolto ad un gruppo cristiano non di origine galilea. Nel resoconto che presenta della festa sacra non si fa nessuna menzione dell'istituzione dell'Eucarestia, provando così che il gruppo aveva preservato l'antica festa pre-cristiana.
Che questa festa fosse celebrata immediatamente dopo l'esultanza per la resurrezione è provato dal fatto che domenica, il giorno della resurrezione, fu anche nella Chiesa antica il giorno della festa di Comunione, e dalla tradizione a cui attestano i vangeli. [
5] Abbiamo mostrato che il cibo di comunione della festa pre-cristiana aveva in tempi antichi tre forme — pesce, pane, e agnello. Il pesce sembra esser persistito tra i pescatori galilei, e il pane tra i gruppi agricoli e urbani di Palestina. Nella Diaspora il pane fu utilizzato tra i gruppi nell'Oriente del Mediterraneo, soprattutto nei gruppi paolini, e il pesce in congiunzione al pane a Roma, come si può vedere nelle raffigurazioni delle catacombe. La pratica congiunta si incontra nuovamente nel miracolo evangelico della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Perciò sembra probabile che il pesce fu il cibo nell'antico gruppo di Gerusalemme, ma che San Paolo praticò solo la Comunione del pane, e che quest'ultima venne infine adottata generalmente, perché corrispondeva alle idee della Diaspora.


NOTE

[1] Evangile selon Marc, et pour comprendre la vie de Jésus (1929).

[2] Wendland, Jésus roi des Saturnales (1898). Reinach, Cultes, Mythes, et Religions, I, pag. 352 et seq.

[3] Loisy, Naissance du Christianisme, pag. 104, 108.

[4] Si veda 1 Corinzi 15:3-4, e Romani 6:3-6.

[5] Luca 24:30-51; Giovanni 20:19 e 21:4-14; Marco 16:14-19.