martedì 22 agosto 2017

Cristo: Mito o Realtà ? (XII)

(continua da qui)
Asserzioni Prive di Fondamento Basate su Considerazioni Religiose e Teologiche
Molti anni fa ero presente ad un dibattito tra Anatolij Lunačarskij e il metropolita Vvedenskij sulla questione della personalità di Cristo. Il dibattito fu causato dalla pubblicazione di due libri su Cristo di Henri Barbusse. [1

Accadde nell'autunno del 1927. La sala del Teatro Sperimentale di Mosca era gremita. Il pubblico era uno abbastanza misto, ma in un certo senso poteva essere diviso in due campi. Uno di essi era costituito da membri dell'
intellighenzia, la maggior parte dei quali erano non credenti. Essi erano veramente interessati a risolvere i temi del dibattito, che sembrava avere un significato accademico ed educativo come pure un significato ideologico. L'altro campo era rappresentato da credenti e sacerdoti della Chiesa ortodossa e altre denominazioni. In quanto apostata per l'Ortodossia tikhonita Vvedenskij non era una figura popolare tra i credenti. Ma in questa occasione lui stava parlando da critico degli attacchi atei condotti agli insegnamenti della chiesa riguardanti la personalità di Cristo, e così gli fu assicurato il sostegno di tutti i credenti e i preti presenti nella sala.

Il metropolita non manifestò un sostegno incondizionato a Barbusse. Egli sottolineò fin dall'inizio che per lui Cristo era “Dio assoluto, nato dalla carne”, sebbene altri avrebbero potuto considerarlo un sognatore, un riformatore di successo o fallito, un moralista, ecc. Tra quelli “altri” figurava apparentemente Barbusse, per il quale Gesù  non era naturalmente “Dio assoluto”. Tuttavia,
Vvedenskij chiarì di essere ben disposto verso Barbusse, un comunista e un ateo, perché Barbusse riconosceva l'esistenza storica di Gesù ed esprimeva amore per lui, anche se Barbusse non avrebbe potuto comprendere correttamente la personalità di Gesù. È abbastanza chiaro che cosa Vvedenskij stava cercando di dire qui: nella nostra (così per dire) età atea, perfino questo non era una cattiva cosa.  Così, pur discordando con i principi filosofici generali di Barbusse, Vvedenskij fece suo il compito di sostenere la tesi che Gesù Cristo ebbe una reale esistenza storica.
Vvedenskij non analizzò  le relative fonti storiche; né tentò di confutare gli argomenti dei suoi possibili avversari. Neppure affrontò gli argomenti di Lunačarskij. Principalmente egli tentò di guadagnare il pubblico al suo punto di vista citando varie autorità. Egli elencò i nomi di Harnack, Soden, Klein, Sorel, Meyer e altri storici, filosofi e teologi che accettavano la storicità di Cristo. Il ragionamento di Vvedenskij sembra essere il seguente: dal momento che persone così eminenti credevano che Cristo esistette, come potresti tu dubitarvi?

Questa linea di argomentazione non fu convincente neppure ai sostenitori di
Vvedenskij, che si sentirono alquanto delusi. Essi si riebbero sù solo quando Vvedenskij si mostrò al suo meglio — nel dire battute spiritose, traendo brillanti paragoni e ricorrendo a sottile ironia, e allora essi ruppero in applausi. Eppure, fu necessario per Vvedenskij provare almeno alcuni dei suoi punti e confutare alcuni degli argomenti dei suoi avversari in una maniera logica. Proprio quando egli stava dichiarando la sua ferma convinzione che Lunačarskij era in errore qualcuno — non fu chiaro da quale campo nel pubblico — gridò dalla galleria: “Provalo!”.

Vvedenskij tentò di sviare: sembrava che stesse respingendo un attacco mentre in realtà stava cercando di coprire la sua ritirata. Egli disse: “Per dimostrare un punto oltre ogni dubbio non solo il docente ma anche il pubblico dovrebbero essere equipaggiati di una conoscenza approfondita di filosofia e teologia. Ma questo non è un seminario organizzato dal dipartimento di Storia e filologia”.

Dal momento che
Vvedenskij non poteva negare che Lunačarskij fosse ben versato in filologia, egli stava chiaramente affermando che il suo stimato avversario non fosse un teologo. Per quanto riguarda il pubblico, il metropolita ipotizzò che non sapesse nè di teologia nè di filologia. Così, egli non si preoccupò di provare il suo caso; era sufficiente fare una semplice dichiarazione di esso. E come per sottolineare il punto che non era obbligato a gettare perle davanti ai porci, Vvedenskij citò un'autorità in più: O.D. Chwolson, autore di un libro abbastanza ben noto dal titolo accattivante Hegel, Haeckel, Kaseut und das zwölfte Gebot. La cosa importante qui non è la lista imponente di nomi nel titolo, ma il riferimento ad un “dodicesimo comandamento” secondo cui non si dovrebbe parlare di cose che non si conoscono a fondo. L'implicazione era che solo i teologi potevano discutere la personalità di Cristo. 

Per cominciare, questo non è vero. Perfino se la questione riguarda Cristo il Dio, solo i credenti più fanatici penserebbero che i teologi abbiano un monopolio sul soggetto. Nessuno ha il diritto morale o qualsiasi altro diritto di impedire a una persona di decidere quale fede deve professare oppure se deve professare una fede qualsiasi. Nel dibattito di
Lunačarskij contro Vvedenskij la questione non era circa Cristo il Dio, ma circa Cristo l'uomo: fu una persona reale e se così, chi era? Una risposta definitiva a questa domanda può essere fornita solo dallo storico, non dal teologo. Anche molti teologi che scrissero libri sul cristianesimo utilizzarono il metodo dell'analisi storica (in questo caso essi possono essere considerati storici), che da solo permise loro di produrre un'opera di valore accademico. La pretesa di Vvedenskij secondo cui i teologi avevano un monopolio sul soggetto è pertanto priva di significato. 

I sostenitori dellaa chiesa applaudirono al metropolita. Rimane il fatto, tuttavia, che
Vvedenskij aveva chiaramente fallito di affrontare la questione principale del dibattito. 

Si dovrebbe dire, non per scopi di critica o di “denuncia”, ma semplicemente come affermazione di fatto, che coloro che sostengono l'opinione canonica della religione cristiana dovrebbero sostenere la storicità di Gesù, indipendentemente da come sia la materia alla luce di fatti storici oggettivi. Un'accettazione dell'esistenza terrena di un uomo che per un periodo di qualche decennio incarnò la seconda persona della Trinità, e della sua morte e resurrezione, è essenziale per il dogma cristiano. Senza il Gesù storico non ci può essere nessuna religione cristiana. 

È comprensibile che i teologi cristiani dovrebbero tentare a tutti i costi di sostenere la storicità del fondatore della loro fede. Ma poiché non c'è una dimostrazione sufficiente di questo, essi sono costretti ad assumere la posizione che una simile dimostrazione non sia necessaria. Naturalmente, asserire senza dimostrazione che Cristo l'uomo esistette sarebbe altrettanto inaccettabile quanto negare senza motivi sufficienti che egli esistette.

NOTE

[1]  Henri Barbusse, Jésus, Parigi, 1927; Les Judas de Jésus, Parigi, 1927. Per il rapporto stenografico di un dibattito tra A. Lunačarskij e A. Vvedenskij, si veda: A. V. Lunačarskij su Ateismo e Religione, Mosca, 1972, pag. 218-258 (in russo).