(segue da qui)
Il fatto stesso che lo scrittore della lettera “agli Ebrei” richiami immediatamente alla mente l’alessandrino Apollo di Atti 18:24–28, con la differenza però che egli sa fin dall’inizio che il vero Giosuè (cfr. Ebrei 4:8), come “Giosuè, il Figlio di Dio” (4:14) e “mediatore di una nuova alleanza” (12:24), è ormai venuto, sarebbe, come effetto di un vangelo proveniente dalla Palestina, una curiosa conseguenza di tipo filoniano. Questo alessandrino, che si mostra ignaro delle “nostre” narrazioni evangeliche, non è tuttavia ancora giunto al punto di sostituire il sabato con la domenica celebrata dagli adoratori di Mitra (4:9; cfr. Matteo 24:,20; Marco 13:18; Giustino, Apol. 1:67; Tertulliano, Apol. 16); egli è ancora e si sente ancora ebreo. Tuttavia, egli afferma che la legge giudaica non ha portato nulla alla perfezione (7:19), che essa non è che un’ombra della realtà vera (10:1), e che il sangue di tori e capri non può purificare dal peccato (10:4). L’autore non è ancora giunto, presso gli ebrei ellenistici, ad abbandonare le assemblee giudaiche (10:25) — e tuttavia anche sì, poiché egli è favorevole alla fondazione di comunità di Gesù autonome (13:3), nelle quali “il grande pastore delle pecore” (13:20) — forse secondo il modello di una comunità “ermetica” esistente ad Alessandria — venga venerato in modo diverso da quello giudaico tradizionale, e anche più degno di quanto avveniva presso i “Melchisedechiani” che non erano andati oltre Filone (7:15), come riflesso di Dio (1:3). Il Figlio e Pastore è, per dirla in modo filoniano, il vero sommo sacerdote della nostra confessione (3:1); non si tratta più da tempo di Mosè, ma del Logos di Dio (13:7). E poiché il sacerdozio è stato cambiato, anche la legge deve essere cambiata (7:12). Dunque, via la legge antica, poiché non serviva a nulla (7:8): così esclama qui, chiaramente non molto tempo dopo la comparsa del Vangelo, la gnosi giudaica in modo schiettamente ellenistico, e maldestramente sull’esempio dei maestri palestinesi. H. von Soden osserva (a p. 134 dell’opuscolo citato sopra) che l’autore della Lettera “agli Ebrei” — “questo cristiano alessandrino” (p. 133) — è del tutto estraneo alla teologia paolina. Egli definisce (p. 127) il nostro scritto come il primo e molto significativo monumento dell’“infiltrazione” dell’alessandrinismo nella comunità cristiana, aggiungendo che “già Paolo” mostrerebbe affinità con quel particolare mondo spirituale. Ma l’alessandrinismo non è “penetrato” nella comunità cristiana: una comunità cristiana anteriore al cristianesimo alessandrino non è mai esistita; e già il “Paolo” di Roma rivela la parentela tra il pensiero cristiano alessandrino e quello romano.

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