lunedì 29 dicembre 2025

Gerard Bolland: IL VANGELO — Un ‘rinnovato’ tentativo di indicare l’origine del cristianesimo 5:7

 (segue da qui)


In Romani 1:8 si afferma che la fede della comunità romana — dove Pietro non è ancora presente e Paolo deve ancora arrivare (Romani 1:10) — è già proclamata in tutto il mondo, sebbene non tutti abbiano dato ascolto al Vangelo (10:16). In Romani 11:20 la ferma fede dei Romani, contrapposta all’ostinazione giudaica, appare già come un pericoloso motivo di superbia; e in Romani 15:14 i destinatari sono detti pienamente istruiti, mentre in Romani 16:1 la menzione di una sorella diaconessa rivela che ci si trova nel pieno di una vita comunitaria “chrestiana”, la quale tuttavia è ancora sotto l’influenza di una gnosi moderata e prudente. L’osservazione in Romani 2:14 — che i popoli al di fuori del mosaismo non sono privi di un senso morale innato che opera in loro come la “legge” negli ebrei — è linguaggio di sapienza ellenistica; e anche l’esclamazione in Romani 11:33 sulla profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio è espressione di speculazione ellenistica. Quando in Romani 3:8 si definisce calunnia l’affermazione secondo cui i compagni dell’autore agirebbero in modo da fare il male affinché ne derivi il bene, e quando in Romani 6:1–2 e 6:15 si respinge ancora esplicitamente l’idea che si possa peccare liberamente per far risaltare meglio la grazia, parla in realtà una gnosi proveniente da Alessandria ma già diffusa a Roma — una “teosofia” che, rispetto al severo Signore della legge mosaica, portava come segno della propria origine, sia nella riflessione “setiana” sia in quella “cainita”, la figura del Padre misericordioso del vangelo “gesuano”. Che “la fede giustifica” (Romani 3:28) è qui dunque una “esortazione” anti-legalista, non una “licenza”. Rimane tuttavia una dottrina gnostica e ambivalente quella secondo cui il Signore Gesù (Romani 3:24–25) è stato dato alla morte per le trasgressioni dei suoi fedeli ed è stato resuscitato per la loro giustificazione — una dottrina la cui natura simbolica (come in Ebrei 13:8, Efesini 2:6, Colossesi 2:12, Galati 2:20, Filippesi 1:21) risulta altrove chiaramente, ma che in Romani 6:4–5 viene enunciata in modo sorprendentemente diretto: noi infatti siamo detti sepolti con Cristo Gesù mediante il battesimo e, conformemente alla sua resurrezione, camminare in novità di vita — uniti con lui nella morte, e similmente nella resurrezione. La “regola di fede” menzionata in Romani 6:17 come trasmessa ai destinatari è, dunque, il formulario che secondo Ireneo (1:9,4) veniva consegnato al momento del battesimo: l’antico, poi ampliato, Symbolum Romanum, come lo conosceva anche Tertulliano. La lotta tra la buona volontà e la natura carnale descritta in Romani 7:18, comune con Matteo 26:41 (cfr. Marco 14:38), richiama Seneca (De Consol. 24:5) ed Epitteto (Diss. 2:26,1). Lo “spirito di Cristo” raccomandato ai Romani in Romani 8:9 (cfr. 1 Pietro 1:11) dev’essere stato lodato proprio a Roma! In ogni caso, poiché in Romani 10:4 è detto che Cristo è la fine della Legge, il mosaismo appare abrogato nel vangelo di un Figlio ellenistico, il cui simbolismo è svelato in Romani 6:4–5 e 8:3, e la cui idealità è insegnata in Romani 8:14 (cfr. 8:15). L’ebreo di Romani 9:3 usa, ad esempio, in Romani 4:6–8 la traduzione alessandrina delle Scritture; e che l’autore di Romani 9:1 si richiami al caso di Paolo per provare che Dio non ha del tutto respinto il suo popolo è segno di un ellenismo di epoca più tardiva, in cui — insieme al Pietro divenuto noto ad Alessandria — un predicatore di Gesù, Paolo, era ormai assurto a grandezza leggendaria. In Romani 11:11–12 il modo di parlare dei giudei presuppone la distruzione di Gerusalemme nell’anno 70; e l’ammonimento di Romani 12:3, secondo cui alcuni tendono a pensare in modo troppo elevato e devono moderarsi, è l’ammonimento di un maestro di gnosi, che va situato ben dopo l’anno 70. Che la ecclesia romana sia rimasta fino al 3° secolo una comunità ellenistica, la quale conservava nel proprio greco dei latinismi, va ricordato a proposito di Romani 12:19: qui infatti l’“apostolico” scrittore ai Romani — probabilmente un “eletto”, un uomo “spirituale” della comunità, un giudeo “minim” della capitale attorno al 115 — dice: “Non vendicatevi da voi stessi, diletti, ma lasciate posto all’ira”. “Lasciar posto” è l’unica traduzione letterale possibile in greco di “dare spazio”, e Seneca, parlando dell’ira (2:32; 3:39), aveva scritto: “Le daremo spazio; la vendetta, anche quando è detta giusta, è cosa disumana”. “Non rendete a nessuno male per male”, dice l’autore di Romani 12:17 — molto “chrestianamente” e, in realtà, anti-cristianamente o anti-messianicamente; perché che cos’era il Messia dell’attesa giudaica, se non un glorioso vendicatore? “Rivestitevi del Signore Gesù Cristo”, si legge in Romani 13:14, proprio come Seneca scrive nelle sue lettere (ep. 67:12): “Rivestitevi dello spirito di un grande uomo”. In Romani 14 la fratellanza ellenistica risulta turbata dall’ascesi pitagorica, cinica e in generale teosofica, con il suo rifiuto del consumo di carne e vino (14:2,21): vi si esalta la libertà, ma se ne sconsiglia l’esercizio — approccio tipicamente gnostico; poiché lo gnostico era un intellettuale che comprendeva più di quanto dicesse apertamente e insegnava sistematicamente come comportarsi e parlare tenendo conto dei “piccoli” (Matteo 11:25), dei fratelli più semplici. Così “Paolo”, l’autore della lettera alla comunità di Roma — che in Atti 28:16–22, al suo arrivo, non è ancora conosciuto, né lo conosce l’“Erma” romano — appare come uno scrittore nello spirito teosofico originario della comunità romana. Egli stesso dichiara di non aver fondato quella comunità. Chi ha fondato dunque la comunità romana? Essa si sarà sviluppata da una sinagoga ellenistica — nota, per esempio, anche a Flavio Giuseppe (Antichità Giudaiche 14:10, 8) — composta di giudei e di “timorati di Dio”, evolvendosi dall’ambito petrino del vangelo alessandrino. Quella sinagoga ellenistica si sarà trasformata, in modo paolino-teosofico, dal “vangelo della giustizia del Signore” alla grazia del “Padre” rivelata nella filiazione esemplare del “Figlio”, diventando così una “confraternita” anch’essa inizialmente ellenistica (Atti 28:13–15). In Romani 15:31 tale confraternita “gesuana” mostra ancora rispetto per Gerusalemme, come nella ecclesia romana catholica l’origine giudaica risuona tuttora nel silenzioso sabato tra la crocifissione e la resurrezione, nelle versioni giudaiche della liturgia. Ma in Romani 16:25–27 la ecclesia romana appare “minim” o gnostica: “la predicazione di Gesù Cristo secondo la rivelazione di un mistero taciuto nei secoli ma ora manifestato e reso noto per mezzo di scritti profetici” non è altro che la proclamazione popolare di un’interpretazione scritturale elaborata e rappresentata simbolicamente — una predicazione allegorica trasfigurata in mito. Con ogni probabilità, “Paolo”, l’autore della lettera ai Romani, fu un “iniziato” residente a Roma, uno gnostico e un “naasseno” o “setiano” attivo tra il 100 e il 125. Diciamo: attorno al 115.

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