martedì 6 gennaio 2026

Gerard Bolland: IL VANGELO — Un ‘rinnovato’ tentativo di indicare l’origine del cristianesimo 5:13

 (segue da qui)

Eusebio menziona (Hist. Eccl. 3:36) sette lettere che si dice siano state scritte da Ignazio, vescovo di Antiochia — un uomo che, secondo Giovanni Malala, cronista antiocheno del 6° secolo, trovò la morte nel 115, durante un terremoto, sotto gli occhi di Traiano, allora residente ad Antiochia. Girolamo scrisse ancora che le sue reliquie si trovavano ad Antiochia, nel cimitero, ma secondo le lettere di Ignazio — delle quali il gruppo di sette, nella loro versione del 2° secolo, dovette essere nuovamente distinto con accurato discernimento da una raccolta fortemente contaminata e interpolata — Ignazio fu condannato ad Antiochia a essere gettato in pasto alle bestie feroci nell’anfiteatro di Roma. Si racconta che sarebbe stato condotto fin là non per mare, ma per un lungo e tortuoso viaggio via terra, sotto la custodia di dieci “leopardi” di soldati, che, nella loro aspra crudeltà, gli concedevano tuttavia piena libertà di ricevere credenti nelle città dove sostavano e di scrivere lunghe esortazioni alle comunità. Ma l’autore di queste “lettere” è in realtà un chierico romano del 165 circa, che adopera termini come acceptadepositadesertor ed exemplar, che data “il 23 agosto, il nono giorno prima delle calende di settembre” e che chiama Filadelfia, la città dell’Asia Minore situata in Lidia, alla maniera romana, “Philadelphia in Asia”. Egli dichiara di non volersi porre sullo stesso piano di Pietro e Paolo, ma non dimentica di ricordare la preminenza di Roma. Colpisce che egli parli del Plērōma (“la Pienezza”) e degli “Arconti”, tanto cari alla terminologia gnostica; che tratti della “manifestazione” del Salvatore in modo decisamente gnostico; e che, in un passo chiaramente valentiniano, menzioni persino la Sigē o Silenzio, da cui il Logos sarebbe scaturito, trasformando così gli Eoni, o essenze eterne — diremmo oggi “categorie” — in esseri concreti, cosa difficilmente concepibile prima della metà del 2° secolo. Ciononostante, egli cita ancora dalle evangeliche “memorie di Pietro”, ossia dal “vangelo di Marco” degli “Ebrei” alessandrini. [1] Il frammento che ci rimane di quest’opera racconta, dopo la crocifissione e la resurrezione: “Noi, i dodici discepoli del Signore, piangevamo e ci rattristavamo; ognuno, afflitto per l’accaduto, se ne andò a casa sua. E io, Simon Pietro, e Andrea, mio fratello, prendemmo le nostre reti e andammo al mare, e con noi era Levi, figlio di Alfeo, che il Signore…” A questo punto il frammento si interrompe. “Ignazio” narra: “Quando, dopo la sua resurrezione, venne da coloro che stavano attorno a Pietro, disse loro: ‘Prendete, toccatemi e vedete che non sono uno spirito incorporeo’. E subito lo toccarono e credettero, persuasi dal suo spirito”. Si vede dunque che “Ignazio” non vuole assolutamente essere preso per un doceta; è infatti un chierico che sa molto bene ciò di cui i “piccoli” hanno bisogno e ciò che non sono in grado di sopportare, tanto che non vuole che si parli troppo apertamente davanti alla comunità. Più in particolare, le sue cosiddette lettere sono scritte per raccomandare e promuovere l’autorità episcopale ancora nascente, e come tali formano un insieme coerente che appartiene alla grande famiglia delle pie falsificazioni ecclesiastiche.

NOTE

[1Si tenga qui presente ancora che i giudei sono chiamati, nel loro contesto ellenistico, “Ebrei” da Filone (de S. 2:38; Dec. 30), negli oracoli sibillini (3:69) e altrove.

Nessun commento:

Posta un commento