mercoledì 31 dicembre 2025

Gerard Bolland: IL VANGELO — Un ‘rinnovato’ tentativo di indicare l’origine del cristianesimo 5:9

 (segue da qui)

Marcione e Teofilo (Ad Autolycum 1) conobbero, nel 2° secolo, un’unzione dei neofiti appena battezzati; i Naasseni a Roma erano detti “unti con un’unzione ineffabile” (Ippolito, Confutazione 5:7.9), e questa unzione, che presso Teofilo, intorno al 175, appare come una pratica cristiana generale, viene invece giudicata eretica, circa il 185, da Ireneo di Lione (1:21,3). Essa è presupposta probabilmente, come si può confrontare con 1 Giovanni 2:26, in 2 Corinzi 1:21. In 2 Corinzi 5:20 si mostra di nuovo che a parlare è il chierico, l’episcopo o sorvegliante, che può dire assieme agli altri presbiteri che è Dio che esorta “per mezzo loro” e che “loro” sono ambasciatori di Cristo. Perciò non bisogna chiedersi se Paolo, discepolo di Gamaliele (Atti 22:3), abbia scritto in 2 Corinzi 6:15 il “Beliar” che le nostre traduzioni rendono con “Belial”: “Belial” è il termine giudaico-ellenistico per indicare la malvagità (Salmi 17:5 LXX) del tempo. (Cfr. a questo proposito, tra gli altri, gli Oracoli ‘Sibillini’ 3:63.73). La mansuetudine e benevolenza di Cristo, di cui si parla in 2 Corinzi 10:1, costituiscono ancora una volta il segno distintivo per cui il Chrestos ellenistico, attorno al 125 E.C., può essere riconosciuto rispetto al giudeo ellenistico, il quale, circa il 100 A.E.C., aveva fatto incidere a Rheneia, presso Delo, una preghiera di vendetta per le proprie figlie assassinate, Marthine ed Heraklea. L’ellenista “mosaico” più antico e l’ellenista “gesuano” più recente avevano entrambi utilizzato la traduzione alessandrina delle scritture; ma il primo aveva pensato soltanto al Signore giusto e vendicatore, che avrebbe fatto giustizia al suo servo e alla sua serva, mentre il secondo era ormai salito oltre, fino al Padre misericordioso e pieno d’amore del Figlio buono e mite, nel quale e per mezzo del quale tutto sarebbe infine riconciliato nell’unità. Secondo 2 Corinzi 4:4, il Vangelo è una predicazione dell’“immagine” di Dio, come già Filone aveva chiamato il Logos “immagine di Dio” (De Mon. 2:5), e come l’autore del libro della Sapienza (7:26) aveva detto che la Sapienza è “immagine della bontà di Dio”. Non dovrebbe dunque persino Harnack, “il prudente”, ammettere che la predicazione evangelica paolina è la predicazione di un ideale alessandrino? Se tra il 55 e il 60 un autentico Paolo, parlando di discepoli galilei viventi di Giosuè (2 Corinzi 11:15), ha affermato di non essere in nulla inferiore a quegli “eminenti” apostoli, bisogna allora chiedersi: i “superapostoli” di 2 Corinzi 12:2 erano davvero discepoli galilei viventi di un Gesù nazoreo, oppure si trattava, nella rappresentazione di uno scrittore “minim” successivo, di predicatori itineranti che esortavano all’osservanza della Legge giudaica? Il “giudeo” di 2 Corinzi 11:22 è in ogni caso un giudeo ellenistico, probabilmente a Roma; il “dapanân” o “spendere” di 2 Corinzi 12:15 corrisponde all’impendere di Seneca (Ep. 9:10). In ogni caso, il “terzo cielo” di 2 Corinzi 13:2 è il terzo di una serie teosofica o gnostica di sette cieli, presupposta anche da Valentino (Ireneo 1:5,2) e più tardi, per esempio, ancora da Ireneo (Dimostrazione della predicazione apostolica 9). Infatti, i Padri della Chiesa provenienti dalle comunità non conobbero altro contenuto di fede se non quello che, senza saperlo, avevano ereditato dai maestri precedenti della stessa gnosi che essi combattevano.

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