martedì 30 dicembre 2025

Gerard Bolland: IL VANGELO — Un ‘rinnovato’ tentativo di indicare l’origine del cristianesimo 5:8

 (segue da qui)


La comunità cristiana di Corinto, con il suo pasto del Signore in 1 Corinzi 11:20, che in 2 Corinzi 9:7 viene esortata alla generosità, aveva avuto precursori nella comunità ebraica di Delo, tra le altre, la quale era solita raccogliere denaro per scopi religiosi e, come confraternita ellenistica, teneva pasti comunitari (Flavio Giuseppe, Antichità Giudaiche 14:10.8; Guerra Giudaica 2:8.5), mentre traeva edificazione dalla raccolta di scritti alessandrina. Essa è presupposta nelle lettere paoline come esistente altrove e nella seconda metà del 2° secolo. Immaginata come comunità di una città dove Paolo, intorno al 53, sarebbe stato per la prima volta, vi avrebbe soggiornato un anno e mezzo, sarebbe tornato un paio di volte e, intorno al 60, sarebbe stato prigioniero a Cesarea: secondo le lettere di “Paolo ai Corinzi”, essa avrebbe dovuto quindi fiorire, crescere e ampliarsi in modo straordinariamente rapido. In generale, le lettere paoline non possono essere pensate ancora negli anni 55-60 della nostra era; e, alla luce delle divisioni di cui si legge, per esempio, in 1 Corinzi 1:12, si è tentati di mormorare: “È andata in fretta, questa faccenda!” Il fatto che Cristo (senza articolo) sia chiamato in 1 Corinzi 1:24 “potenza” e “sapienza” di Dio significa che egli rappresenta, per un’immaginazione più sapiente, la figura dietro cui si cela la Sophia, il Logos o la Ragione alessandrina e filoniana. Il Gesù crocifisso di 1 Corinzi 2:2 non è ancora la realtà autentica che, secondo 1 Corinzi 2:6, viene rivelata ai “maturi”, o che, secondo 1 Corinzi 2:10, lo Spirito — che scruta le profondità di Dio — deve scoprire da sé, ma piuttosto una rivelazione per i “piccoli”, come in Matteo 11:25 e Ign. ad Trall. 5. E “l’uomo spirituale” che, secondo 1 Corinzi 2:15, giudica ogni cosa senza che alcuno — cioè il “bambino”, l’“uomo psichico” di 1 Corinzi 2:14 — capisca davvero che cosa egli sia, annuncia un Vangelo di Gesù destinato alle masse, che egli stesso, però, intende interiormente come rappresentazione simbolica e salutare per i non-iniziati. Il “fondamento” della vita comunitaria “chrestiana-gesuana” menzionato in 1 Corinzi 3:11 è forse un fondamento che, ai tempi dello scrittore, era stato persona viva? O non è piuttosto, come il “fondamento” degli apostoli in Efesini 2:20 e i “testimoni” dell’evento secondo Atti 1:8, un concetto che il racconto evangelico stesso aveva messo in circolazione? Chi ha riflettuto attentamente su quanto è già stato esposto qui, conosce la risposta. In 1 Corinzi 4:1 l’autore si rivela come un chierico, presumibilmente a Roma, un capo “prescelto” — diremmo noi — intorno all’anno 125, che amministra misteri simbolici e segreti, nei quali il noto ignoto si manifesta come “mistero di Cristo” (Colossesi 1:27; 4:3) agli “umili” disposti a riceverlo. Le ammonizioni contro la cattiva compagnia in 1 Corinzi 5:11, 15:33 e 2 Corinzi 6:14 sono quelle di un uomo di cultura superiore che, come Seneca (Ep. 10) con Cratete, è consapevole che predicare alle masse non le rende spiritualmente forti (cfr. Matteo 18:6). In 1 Corinzi 6:1.7, la comunità cui si riferisce lo scrittore — che, come quella in realtà presupposta nella Lettera ai Corinzi di “Clemente” e in Matteo 18:17, sarà probabilmente la ecclesia romana — costituisce già uno “stato nello stato”, il che doveva, prima o poi, dar luogo a “persecuzioni” (cfr. Matteo 10:18; 13:21; Ippolito, Haer. 9:12). Non palestinese e di spirito ellenistico è il consiglio dato in 1 Corinzi 7:1 di “non toccare donna”, un consiglio del quale l’antisemita Marcione, verso il 140, fece amara e rigorosa applicazione di principio, e che i “pitagorici” di quei tempi avrebbero riconosciuto nel contesto del loro vegetarianesimo e astinenza da vino; ma un ebreo “mosaico”, cresciuto in Palestina, avrebbe compreso ciò tanto poco quanto avrebbe saputo venerare la purezza esemplare del nazoreo Gesù stesso (cfr. Esodo 21:10; Deuteronomio 21:15; 17:17; 1 Samuele 1:2; 2 Samuele 12:8; Flavio Giuseppe, Ant. 17:12; Giustino, Dial. 141). “La sapienza ebraica dice: chi non ha moglie non è uomo” (Yebamoth 63a). Il fatto che, con la lettera di “Paolo ai Corinzi” non ci troviamo in un mondo apostolico del 55 circa, ma in un mondo teosofico già colmo di usi consolidati, risulta con tutta chiarezza anche da 1 Corinzi 7:36–38, non appena si impari a guardare oltre le traduzioni e le interpretazioni fuorvianti. Se il “gamizein” di 1 Corinzi 7:38 è autentico, deve aver significato “prendere (una donna) in moglie”, e il passo nel suo complesso tratta delle vergini conviventi — le quali, nella Chiesa antica, hanno dato luogo a tante difficoltà — come vere e proprie tentazioni irresistibili per l’ideale teosofico-maschile della castità. La “figlia in età da marito”, in cui la vergine di 1 Corinzi 7:36 è stata trasformata nella nostra traduzione sinodale del 1866, e la semplice “figlia” di cui pare si parli in 1 Corinzi 7:37, sono falsificazioni tanto quanto le versioni cattoliche di Genesi 3:15, Proverbi 30:19 [1] e 1 Corinzi 15:5. Notiamo che l’autore di 1 Corinzi 7:40 non rivendica per sé più che una comune ispirazione, e che i giudaizzanti, a quanto risulta da 1 Corinzi 9:1, non riuscirono a trovare nel paolinismo un insegnamento propriamente “apostolico”. L’interpretazione che in 1 Corinzi 9:9-10 viene data del passo sui buoi in Deuteronomio 25:4 è un esempio di allegoresi “gnostica” del tutto ordinaria; e il fatto che la “pietra” spirituale o Cristo, che secondo 1 Corinzi 10:4 seguiva i giudei ai tempi di Mosè, non lasci nulla a desiderare quanto alla sua affinità con il più tipico alessandrinismo filonico, solo un Harnack potrebbe negarlo. “La dura roccia è la sapienza di Dio” — dice infatti Filone d’Alessandria nel suo scritto De Allegoriis Legum (2:21) — e secondo “Paolo”, “Cristo la roccia” di 1 Corinzi 10:4, è “la sapienza di Dio” di 1 Corinzi 1:24. “Il pane che spezziamo”, si legge in 1 Corinzi 10:16–17, “non è forse una comunione con il corpo di Cristo? Poiché uno solo è il pane, noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo, giacché tutti partecipiamo a quell’unico pane”. In altre parole: come lo Spirito del Chrestos è una divina Sophia e Logos, così anche la comunità chrestiana di quello Spirito è il corpus mysticum. “Che cos’è dunque il pane?” — scrive Filone — “È la parola che il Signore ha stabilito” (De Profugis 25). Nella Sapienza d’Alessandria (16:20, 26) si era parlato di un nutrimento angelico con pane celeste, affinché i figli di Dio imparassero che il vero cibo non era il prodotto della terra, ma la parola di Dio che conserva coloro che credono in lui. “Infatti”, scrive ancora Filone, “è detto: ‘Ecco, io farò piovere per voi pane dal cielo’ (Esodo 16:4). Ma quale cibo, in verità, è qui piovuto, se non la sapienza celeste?” (De mutatione nominum 44; cfr. Giovanni 6:32, 35, 58). “E chi potrebbe versare per l’anima beata, che offre il proprio pensiero come un calice consacrato, le coppe sacre della vera gioia, se non il dispensatore divino, il capo del banchetto, il Logos stesso? Egli, che non è diverso dalla bevanda stessa, ma è egli stesso la pura gloria!” (De Somniis 2:37; cfr. Giovanni 6:55–56). “Paolo”, invece, non si esprime così chiaramente: egli si mostra rispettoso (1 Corinzi 10:25–29) verso la “moltitudine debole”, come già Filone (L.A. 2:21) aveva definito la grande massa. Ancora una volta, il suo “spirito di Cristo” si rivela non giudaico, là dove si afferma che non si addice a un uomo pregare o profetare a capo coperto, mentre la donna deve invece avere qualcosa sul capo (1 Corinzi 11:4, 7, 10). E più avanti, in 1 Corinzi 14:4, la glossolalia — un parlare estatico e teosofico, pieno di parole incomprensibili pronunciate da non iniziati — viene relegata, rispetto all’ordinata interpretazione della Scrittura per la comunità, al rango di un’inutilità incomprensibile. L’autore doveva conoscere membri di chiesa che si erano abituati a parlare liberamente — e in modo estatico e insensato — su Padre, Figlio e Spirito, su peccato, grazia e nuova nascita, nelle assemblee devote (cfr. 1 Corinzi 14:16). Il capitolo 1 Corinzi 15 si scaglia forse, dal punto di vista del vangelo alessandrino, contro il nostro quarto Vangelo? Abbiamo visto che i “Dodici” di 1 Corinzi 15:5 possono essere considerati alessandrini; e mentre in Giovanni 1:9–13, 8:12 e 17:4–8 l’incarnazione è il centro della riconciliazione, in 1 Corinzi 15:17 non è più nemmeno la passione e la morte, ma la resurrezione il fatto decisivo. In 1 Corinzi 15:29 risultano già in uso costumi molto peculiari e “eterodossi”, che di fatto risalgono alla prima metà del 2° secolo, poiché, secondo Epifanio (28,6), i cerintiani, e secondo Giovanni Crisostomo i marcioniti, praticavano il battesimo vicario per i defunti. In 1 Corinzi 15:47, “il Figlio dell’Uomo” del Vangelo è chiamato “il Secondo Uomo”, e proprio nella gnosi del 2° secolo (Ireneo, Adv. haer. 1:30,1) risulta che ciò significava la stessa cosa: in quanto “uomo dal cielo”, egli è per natura il Figlio dell’Uomo celeste o del Padre celeste, e non banalmente un bar nāšā galileo, un uomo come gli altri. Lo sfondo è piuttosto una speculazione teosofica (o, meglio, “psicosofica”), come mostra nella Ṛgveda-saṃhitā (10,90) il canto di Puruṣa, l’inno al Grande Uomo, e che gli Alessandrini, a loro volta, avevano potuto sviluppare a partire da Daniele 7:13 (ed Enoc 46:3 e segg.). L’uomo (finito) era stato chiamato microcosmo (piccolo mondo), mentre il cosmo (infinito) veniva detto macroanthropos (grande uomo), come risulta ancora dal §31 del trattato di Filone sull’erede delle cose divine, e ad Alessandria si diceva: noi tutti siamo figli di un solo Uomo” — cfr. Genesi 42:11 LXX e §28 del trattato di Filone sulla confusione delle lingue. In relazione a ciò, un tale Valentino, a metà del 2° secolo (Clemente, Strom. 2:6), scrisse che Adamo era stato formato dalle potenze demiurgiche εἰς ὄνομα ἀνθρώπου [=“nel nome dell’uomo”], ma aveva ricevuto un frammento proveniente dall’essere superiore, e che già da principio “l'Uomo primigenio” si era manifestato in lui. In forma personificata si diceva dunque anche che il Padre di tutti era “il primo Uomo” e (idealmente inteso) il figlio dell’Uomo, “il secondo Uomo” (Ireneo, Adv. haer. 1:30,1), e gli gnostici provenienti da Alessandria e stabiliti a Roma veneravano perciò un “Uomo” e un “Figlio dell’Uomo” (Ippolito, Refut. 5:6; 8:12). A ciò si può aggiungere che anche l’Adam Qadmôn, o “Primo Uomo”, della Qabbalà ebraica è l’idea giudaizzata dell’uomo nel pensiero divino — cfr. Filone sulla creazione del mondo §46 — e che “il vero Adamo”, in quanto idea delle idee e θεὸς μετάθρονος (o, nel linguaggio talmudico-cabalistico, Metatron), è uno con Dio. Quando egli discende dal cielo (Matteo 10:23; 16:28; 24:30; Giovanni 3:13; 6:62; 1 Corinzi 15:47), allora il Figlio del Padre (eterno) appare come il Figlio del (vero) Uomo. — Il primo giorno della settimana di 1 Corinzi 16:2 (cfr. Barnaba 15:9 e Ignazio ad Magnesios 9:1) è, nuovamente, manifestamente non giudaico e di epoca secondaria (secondo secolo), posteriore al riposo sabbatico di Ebrei 3:9 e anche posteriore al vangelo degli Egiziani, in cui l’osservanza del sabato era stata spiritualizzata, non abolita.

NOTE

[1L’almâ palestinese, da ricordare qui, non significa necessariamente ‘vergine’, ma ‘giovane donna’ che non ha ancora partorito, e sotto questo aspetto dunque ancora ‘fanciulla’. Cfr. inoltre Isaia 7:14 e Matteo 1:23.

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