mercoledì 24 dicembre 2025

Gerard Bolland: IL VANGELO — Un ‘rinnovato’ tentativo di indicare l’origine del cristianesimo 5:2

 (segue da qui)


In tal senso, le lettere di Paolo si rivelano allora come interpretazioni di un mistero che non è stato accidentalmente mescolato in seguito con elementi miracolosi e figurativi — come se prima del leggendario più tardo si nascondesse una precedente “vita di Gesù” —, ma che fin dall’origine fu una concatenazione di rappresentazioni allegoriche, un’esposizione simbolica di “ebrei” o autori giudaici “secondo le Scritture” (1 Corinzi 15:3), come si leggevano e si comprendevano ad Alessandria nel 1° secolo della nostra era. Con ciò risulta cadere automaticamente il fondamento della fede ecclesiastica liberale, secondo la quale nelle lettere di Paolo si troverebbe una prima garanzia del fatto storico della passione e morte di Gesù. E tuttavia, nonostante Bauer, Pierson, Loman, Meyboom, Matthes, Van Manen, Steck e Kalthoff, si continua fino ai tempi più recenti a parlare e scrivere come se non vi fosse alcuna obiezione fondata — nessuna obiezione seria e ragionevole — contro la fede nell’autenticità apostolica delle cosiddette lettere paoline principali, che sarebbero state scritte poco dopo la metà del 1° secolo e dovrebbero rimanere un solido sostegno alla nostra fede nelle parole e nelle opere di quel Gesù che, purtroppo, Paolo aveva già divinizzato. Ancora nel 1902, ad esempio, mons. Pierre Batiffol, allora direttore dell’Istituto cattolico di Tolosa, affermava: “delle epistole di san Paolo, la cui autenticità non suscita attualmente alcuna controversia fra i critici” (Six Leçons, p. 75); e quando, il 28 ottobre 1907, in risposta all’enciclica papale del mese precedente, apparve “Il programma dei modernisti”, vi si leggeva la dichiarazione: “Le epistole paoline, nella loro maggior parte, sono state riconosciute lealmente come autentiche dalla critica, nonostante gli attacchi dell’ipercritica dei teologi olandesi” (p. 58). Eppure già nel 1840 David Friedrich Strauss aveva osservato che, così come negli scritti dell’apostolo Paolo non si possono non riconoscere tracce di familiarità con gli apocrifi ellenistici dell’Antico Testamento, così anche la sua cristologia richiama da vicino ciò che essi insegnano circa la sapienza divina (Die christliche Glaubenslehre 1:419). Chi, dopo tutto quanto precede, non vede che cosa ciò significhi in realtà? Già Schopenhauer aveva trovato difficilmente spiegabile come Paolo — le cui lettere principali egli riteneva autentiche — potesse aver preso sul serio un uomo morto così di recente, quando molti dei suoi contemporanei erano ancora in vita, per un Dio fatto uomo e lo stesso Creatore del mondo, mentre deificazioni di siffatto genere e portata richiedono di norma molti secoli per maturare gradualmente; d’altra parte, egli stesso riteneva che da ciò si poteva trarre una prova contro l’autenticità delle lettere paoline in generale (Reclam-Ausgabe 5:403).

Nessun commento:

Posta un commento