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Il Vangelo proveniente da Alessandria ha subìto non poche “correzioni” prima che la successiva ecclesia catholica, o chiesa universale, giungesse a possedere la versione quadruplice che d’allora in poi avrebbe presentato come quella autentica apostolica. Dopo la crocifissione — per accennare solo a questo — il fondamento dei nostri Vangeli presentava il racconto di una pesca miracolosa in Galilea (cfr. ancora Matteo 28:7.16 e Marco 16:7), il cui senso risuona in Luca 5:10, nelle parole, non adatte al contesto, secondo cui Simone, il portavoce, d’ora in poi avrebbe pescato uomini. [1] Un logion arguto e ironico! Di quella pesca miracolosa non si parla più nella versione del vangelo “secondo Matteo”; ma essa ricompare nella nostra versione romana “secondo Marco”, mentre non si trova alla fine del vangelo lucano — che rimane a Gerusalemme dopo la crocifissione — né nel vangelo efesino dei presbiteri “giovannei”. Così, a Roma, nel mezzo del 2° secolo, dove tutto confluiva, si sviluppò una contesa tra il “Marco” romano e le varianti derivate da una tradizione più antica; e Marco 16:9 e seguenti furono eliminati, per essere poi sostituiti dal finale che noi conosciamo — finale che, tuttavia, non è penetrato in tutti i manoscritti. Luca 5:15 e il racconto aggiunto più tardi a Roma in Giovanni 21 continuano a testimoniare che, nel frammento ritrovato del “vangelo di Pietro” — la cui affinità spirituale con la prima lettera di Pietro (forse scritta in Alessandria e “ratificata” a Roma) è innegabile —, nel Vangelo d’Egitto, con i suoi Dodici (cfr. Matteo 28:16; Marco 16:14; Luca 24:33; 1 Corinzi 15:5 vulg.), che tristi e piangenti (cfr. Giovanni 16:20; Luca 24:17; Marco 16:10) erano tornati alle loro case, e il loro portavoce, che in Galilea, di nuovo fra i pescatori ma lontano dal luogo della presunta futura “madre-chiesa”, andava incontro a un’apparizione del Crocifisso — in tutto questo era conservato il contenuto finale del vangelo originario. [2] Questo finale è presupposto nella lettera di “Ignazio ai Smirnesi”, dove, secondo la “Dottrina di Pietro” (come riferisce Origene) e secondo “il vangelo degli Ebrei” (come riporta Girolamo), si racconta che il Crocifisso apparve a Pietro e alla sua cerchia in corporeità tangibile. (Cfr. ancora Luca 24:34!) “Ignazio”, che si rivela suo malgrado come gnostico romano, leggeva dunque ancora a Roma il vangelo alessandrino — il vangelo degli Egiziani —, coloro che furono “gli Ebrei” della più antica Gnosi: [3] i Setiani, Cainiti e Naasseni. Egli leggeva ancora il vero racconto teosofico petrino alessandrino dei “minim”, attribuito a “Marco”. E vediamo subito che in 1 Corinzi 15:5 — con la sua menzione dell’apparizione prima a Cefa e poi ai “Dodici” — si fa ugualmente riferimento a quel “Proto-Marco” gnostico: cosicché il traditore Giuda (cfr. Matteo 19:28; Luca 6:16; Giovanni 14,22) deve essere considerato un’invenzione sinottica o, in particolare, romana. Nel “Proto-Marco” si deve invece presupporre un discepolo di nome Giuda che non si era dimostrato più traditore degli altri (cfr. Marco 14:50 e Giustino, Dialogo 106). Giustino Martire, che aveva ancora davanti a sé le “Memorie di Pietro”, non nomina infatti il traditore, così come non lo fanno i nostri “Pietro”, “Paolo”, “Clemente” e “Ignazio”, né l’autore delle Omelie clementine. E il fatto che il giudaismo ingrato, reso figura autonoma nel discepolo traditore (cfr. Atti 7:52), compaia nel nostro Vangelo “secondo Marco” (14:10-11), è uno dei molti segni che questo racconto gnostico romano non può essere innalzato al rango del libro petrino su Marco di cui parlava Papia.
NOTE
[1] “Il Risorto compie il grande miracolo della pesca, cioè la conversione di tutti i popoli” (H. Schell, ‘Apologie des Christentums’ II² 495). “La pesca miracolosa non ha il suo posto in Luca” (Le Roy, ‘Dogme et Critique’, p. 206).
[2] Loisy: “Si potrebbe ipotizzare una fonte o una redazione antica del vangelo di Pietro, che sarebbe stata conosciuta da Luca, da Giovanni e da san Giustino” (‘Le quatrième Évangile’, p. 867).
[3] “Eretici giudei, che precedettero i gnostici greci”; Barry, La tradizione scritturale (Firenze 1907) p. 240.

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