venerdì 19 dicembre 2025

Gerard Bolland: IL VANGELO — Un ‘rinnovato’ tentativo di indicare l’origine del cristianesimo 4:13

 (segue da qui)


“Vangelo”, dice Ippolito dei basilidiani (7:27), “è per loro la conoscenza del mondo sovrasensibile”. Ma il mondo di pensiero gnostico aveva un aspetto interiore e uno esteriore, e in generale si esprimeva verso l’esteriore, o a partire dall’esteriore, in una esposizione simbolica, ricca e misurata, nella quale alla fede dei semplici veniva proposta allegoricamente la dottrina secondo cui “la Verità” era ormai giunto dai giudei ai popoli. “La maggior parte degli uomini” — ha scritto nella seconda metà del 2° secolo il ben noto medico razionalista Galeno — “non sono in grado di seguire con l’intelletto un ragionamento ordinato e hanno perciò bisogno di un insegnamento in parabole, come vediamo oggi che le persone chiamate cristiani hanno tratto la loro fede da parabole. Tuttavia, queste persone a volte si comportano come i veri filosofi: il loro disprezzo per la morte, ad esempio, è davanti agli occhi di tutti, così come si vede che per moderazione provano ripugnanza per le impurità; infatti, tra loro vi sono uomini e donne che per tutta la vita si sono astenuti dal rapporto coniugale, e altri che, per temperanza, autocontrollo e serio sforzo verso una condotta nobile, non sono in nulla inferiori ai veri filosofi”. In altre parole, i cristiani erano stati formati “teosoficamente” (cfr. ancora 1 Corinzi 1:21 e 2:7) a divenire filosofi senza filosofia, e “martiri” o testimoni convinti — se necessario, anche testimoni di sangue — di ciò che era stato loro impresso senza prove dei fatti salvifici in quanto tali. “Quando gli apostoli”, dice nel 1904 a p. 122 del suo scritto Idealismo greco e realismo cristiano il sacerdote cattolico L. Laberthonnière, “quando gli apostoli partirono per il mondo per annunciare la buona novella, non vediamo che si siano preoccupati di autenticare storicamente la loro testimonianza, né che coloro ai quali testimoniavano e che si convertivano alla loro parola si siano preoccupati di verificarne storicamente l'autenticità”. Il contenuto del Vangelo, dunque, non proviene dalla terra giudaica; esso presuppone l’attesa messianica nazionale ebraica per superarla, ed è dall’inizio alla fine la trasformazione, l’inversione e la spiritualizzazione in senso cosmopolita della soteriologia giudaica. Così come è facile immaginare che verso l’anno 33 della nostra era in Galilea circolasse una predicazione di speranze giudaiche di redenzione, altrettanto difficile è comprendere come la tensione tra quelle attese vendicative e la benevolenza riconciliatrice che emerge nel Vangelo possa provenire da una “lieta novella” recata da pescatori incolti della terra d’Israele; e non è probabile che un Simon Pietro, come portavoce della “lieta novella”, sia mai realmente esistito. Che il Vangelo si sia diffuso attorno al Mediterraneo come “la buona novella proveniente dalla terra giudaica” è un fatto; e che il senso o contenuto di tale buona novella sia in contrasto con la concezione giudaico-palestinese delle cose, è altrettanto indubitabile. Chi voglia mantenere nel Vangelo una qualche storicità possibile dovrà ricondurlo a un’attesa giudaica rimasta inappagata; e chi si chieda di quale natura siano nel Vangelo il senso e il contenuto, approderà inevitabilmente a un giudaismo ellenizzato che ebbe il proprio centro ad Alessandria. Valentino, quando presentò la sua teoria come dottrina segreta di un certo Teoda o Teodades, discepolo di Paolo, poté aver poi raccontato favole per incutere timore “alle moltitudini”; e anche Basilide poté chiamare per facciata, e dunque “ingannevolmente”, un certo Glaucia, “interprete di Pietro”, suo maestro (Clemente Alessandrino, Stromati 7:17). Ma ciò non era altro che la prosecuzione di un uso “evangelico”: il fatto che, verso la fine del 1° secolo, i predicatori evangelici alessandrini si richiamassero a Marco, “interprete di Pietro”, come predicatori del vero Giosuè, costituiva una garanzia dello stesso genere. Del resto, ciò è comprensibile alla luce dello spirito “pseudepigrafico” di quei tempi, nei quali con simili espedienti non si intendeva fare nulla di male e ai quali, in particolare, la rinata setta pitagorica partecipava a sostituzioni di attribuzione in modo benevolo o addirittura devoto; non è stato un “impostore” nel nostro senso della parola colui che ha posto il libro alessandrino della Sapienza sotto il nome di Salomone.

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