giovedì 11 dicembre 2025

Gerard Bolland: IL VANGELO — Un ‘rinnovato’ tentativo di indicare l’origine del cristianesimo 4:6

 (segue da qui)

Che il conservatorismo delle comunità di Roma e di Alessandria possa provare qualcosa contro il vangelo degli Egiziani, che nel corso del 2° secolo venne espulso da quelle comunità, è un’osservazione altrettanto, o per meglio dire, meno istruttiva dell’affermazione che il conservatorismo alessandrino provi qualcosa contro l’Apocalisse di Giovanni — accolta a Roma ma a lungo respinta ad Alessandria come “chiliastica” — o che il conservatorismo romano provi qualcosa contro l’antichissimo scritto “agli Ebrei”, mantenuto ad Alessandria ma a lungo rigettato a Roma a causa del testo di Novaziano (cioè Ebrei 6:4-6). L’approvazione romana, che portò il vangelo di Giovanni e la seconda lettera di Pietro (di composizione tardiva) nel canone cattolico, a vantaggio delle proprie fabbricazioni evangeliche, fu sottratta nel corso del 2° secolo al vangelo alessandrino; ecco il fatto, che si spiega facilmente con la rottura occorsa con gli gnostici rimasti fedeli all’antico Vangelo. E la ekklesia alessandrina, che in seguito rifiutò di espellere, per via del testo di Novaziano, l'antica “lettera” agli Ebrei, seguì ben presto la ecclesia romana nel 2° secolo anche per quanto riguardava il “vangelo” di quegli Ebrei o Egiziani, spinta dal timore di un intellettualismo o “gnosticismo” eccessivo. Dalle opere del vero pensatore e sentire gnostico, Clemente, si può mostrare come nella comunità di Alessandria la gente semplice fosse diventata ostile agli intellettuali, e come lo stesso Clemente non osasse più difendere il vangelo della propria comunità, avendo già abbastanza difficoltà a mantenersi accettabile con la sua “gnosi”. Verosimilmente, il Vangelo degli Egiziani resistette ancora per qualche tempo nella comunità alessandrina più che in quella romana, dove dovette cedere, poco dopo la metà del 2° secolo, ai suoi concorrenti più recenti “secondo Matteo, Marco e Luca(no)”. Ma ben presto anche ad Alessandria si fece intendere alla gente comune che il vangelo dei “filosofi” non era quello autentico. Ciò non testimonia un “conservatorismo”, ma una frattura tra i capi popolari delle comunità, attivi tra il 150 e il 175, e gli oratori o maestri che possedevano effettivamente le più antiche lettere, ma che, a causa dell’imbarbarimento della loro gnosi nel cerchio troppo vasto degli “eletti” o iniziati, erano ormai diventati davvero “impossibili” per “i molti”. La Gnosi aveva spiritualizzato nel 1° secolo le rappresentazioni cosmogoniche ed escatologiche dell’antichità in discorso velato, trasformandole in attese apocalittiche “evangeliche”, e così, con il suo quid pro quo “Gesù è, come Figlio di Dio (Atti 9:20), il Cristo” (Atti 18:28), aveva fatto sorgere, fuori della sinagoga mosaica, una ekklesia di Gesù. Ma nel 2° secolo aveva allargato troppo il cerchio degli “eletti”, sicché la fantasia gnostica non poté più restare al di qua del fantastico. Allora “padri” e “pastori” sorti “dal popolo” cominciarono — per frenare la dissoluzione manifesta del Vangelo — a difendere alla lettera la parola velata (ormai spesso rivista e modificata a Roma), rigettando gli elementi immaginativi accessori. Ecco la spiegazione del fatto che gli scrittori cristiani del 2° e 3° secolo combatterono la Gnosi con mezzi gnostici, e che la Chiesa, la quale senza la Gnosi non sarebbe sorta, finì per scomunicarla. In tutto ciò è compreso che, proprio riguardo al vangelo di Marco degli (alessandrini) Egiziani, furono gli intellettuali stessi — quelli che gli oratori e gli scrittori “dei molti” trasformarono in settari esterni alla Ekklesia (Barbeliti, Setiani, Cainiti, Naasseni) — i veri conservatori, proprio come essi, in quanto minim gesuani, erano stati espulsi dalla Sinagoga (Giovanni 16:2). Nella comunità, d’altro canto, è del tutto comprensibile che i testi canonici giunti fino a noi fossero più facilmente utilizzabili. E non è detto che ciò che viene per primo sia anche il migliore: le originarie “Memorie di Pietro” potevano, nel complesso, essere inferiori ai nostri testi canonici, e tuttavia — o proprio per questo — costituire la versione più antica, quella che i nostri evangelisti, tutti assieme, non vollero riconoscere come definitiva, proprio come il secondo non fu soddisfatto della versione del primo, né il quarto di quella dell’alessandrino e dei tre racconti romani messi assieme. Lo spirito ascetico, tuttavia, che animava il vangelo alessandrino e che aveva operato a Roma prima che là fossero scritti Romani 14:21 o 1 Timoteo 4:3 — quello spirito di pazienza e di abnegazione che parla in Matteo 16:24 e in passi affini — non “maledisse” il matrimonio, ma espresse semplicemente, in modo inattuabile per la moltitudine e inapplicabile a comunità di “tutti”, ciò che nel senso originariamente “chrestiano” di castità è essenzialmente implicato; ciò che, anche senza menzionare la verginità, è tuttora proposto concretamente dal modello evangelico stesso e continua a risuonare in Matteo 19:12, 22:30, Luca 14:26, 1 Corinzi 7:1 (Galati 3:28), 1 Giovanni 2:15 e Apocalisse 14:4. “Salome chiese al Signore: ‘Fino a quando gli uomini morranno?’, Egli le rispose: ‘Fino a che le donne partoriscono. Sono venuto a distruggere le opere della femmina’. (Cfr. Ireneo, 1:31,2) Quando ella dice: Ho fatto bene dunque a non partorire', il Signore le risponde: ‘Mangia ogni pianta; ma la pianta che ha amarezza, non la mangiare’. Alla richiesta di Salome, quando sarebbero state note le cose di cui lo interrogava, rispose il Signore: ‘Quando calpesterete l’indumento dell’infamia, e quando le due cose diventeranno una e il maschile col femminile (non sarà più) né maschile né femminile’” (2 Clemente 12:2; Clemente, Strom. 3:6.9.13.)

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