sabato 5 settembre 2026

Il dogma nascente della vita di Gesù — Prefazione

 


Il Dio di Coincidenza   

Può qualcuno negare che  

Una cosa dopo l'altra  

In sequenza e logica  

Mai vista prima   

Non può essere che la  

Interferenza di un Dio  

Determinata a provare che   

Ognuno che pretende  

Di conoscere ora  

Una cospirazione è   

Demente? 

(Kent Murphy)

Nel Credo cristiano, oltre a Gesù Cristo, sono menzionati altri due nomi umani: la Vergine Maria e Ponzio Pilato. Relego senza indugi la prima nell'ambito del midrash e mi soffermo sul secondo. 

Samuel Lublinski era già noto, nel suo primo libro sulle Origini cristiane (tradotto interamente da me qui), per aver sottolineato una spaccatura all'interno dell'ebraismo prima della distruzione di Gerusalemme: da una parte i farisei, che vedevano nella Legge l'unica e suprema autorità dell'essere ebrei; dall'altra ebrei e proseliti legati ai culti misterici. Finché Gerusalemme è rimasta in piedi, secondo Lublinski, le due correnti sono riuscite a convivere. Ma quando i romani guidati da Tito rasero al suolo la città e il tempio nel 70 E.C. per sedare la grande rivolta, il punto di riferimento geografico e fisico dell'ebraismo svanì. I farisei, da cui avrebbero poi preso origine i rabbini, reagirono mettendo la Legge sempre più al centro: l'obbedienza cieca e il rispetto di ogni norma, anche puramente esteriore come la circoncisione, passarono da semplice elemento distintivo a pilastro irrinunciabile dell'identità ebraica. L'ebraismo mistico e misterico, a cui aderivano molti proseliti (ovvero non ebrei che partecipavano ai misteri e pregavano il dio dei giudei senza essersi convertiti del tutto — magari anche solo per evitare i dolori e le complicazioni di una circoncisione in età adulta), non poteva e non voleva adeguarsi. E poiché i farisei incolpavano i mistici della distruzione di Gerusalemme e del Tempio, le tensioni esplosero. A un certo punto, secondo la tesi di Lublinski, si arrivò a una rottura sanguinosa: la setta ebraica dei Nazareni (o Cristiani) si trasformò in una religione autonoma con l'esigenza di un proprio mito fondativo. Il tutto accompagnato da accuse reciproche di blasfemia. E fin qui nessun storicista avrebbe obiezioni. Ovviamente, da buon miticista, Lublinski ipotizza semplicemente che ad un arcangelo ebraico — che già era adorato a livello mistico-mitologico con il nome di “Gesù” — sia stata appiccicata a tavolino una biografia umana risalente almeno a circa 50 anni prima, così che non potesse più essere verificata. Ciò che mi colpisce profondamente di Lublinski è l'indubbio merito di aver identificato per prima, lui solo tra tutti i miticisti, la ragione ultima e definitiva del perché, tra tutti i governatori romani candidati a ricoprire il ruolo, nella santa favola chiamata vangelo, di giudice ed esecutore materiale della crocifissione del Gesù di carta, fosse stato scelto da “Marco” (autore) proprio Ponzio Pilato.

Ecco la spiegazione avanzata da Lublinski (enfasi mia):

E ora il Pilato dei Vangeli! Questo debole e benevolo uomo, che esita davanti a una condanna a morte e non sembra nemmeno particolarmente turbato dal fatto che Gesù si chiami re dei giudei! È lo stesso Pilato che, su un semplice sospetto, fece attaccare e uccidere il profeta samaritano? Egli “si lava le mani in segno di innocenza” e consegna agli ebrei furiosi, che non riesce a placare, un innocente, che vorrebbe salvare, per la condanna a morte. Che contraddizione con il Pilato storico, che di solito non aveva certo tanti scrupoli con gli ebrei! Questa contraddizione è stata avvertita dai moderni storici, e Harnack cercò di superarla sottolineando la tendenza antigiudaica dei vangeli. Poiché i veri assassini del Salvatore dovevano essere i giudei, Pilato veniva via via sempre più scagionato. In effetti, che ironia: Pilato, il crudele tiranno, più mite dei giudei! Perfino un Pilato che incarna la nobiltà e l'innocenza del Salvatore: eppure i giudei rimangono induriti, i giudei uccidono comunque l'innocente! Certo, questa ironia  avrebbe potuto svilupparsi gradualmente dalla trasformazione di un fatto storico: ma forse questo fatto è stato inventato proprio per l'ironia. 

In effetti, è un'ironia che è acquisita da tutti i lettori di commentari dei vangeli al loro primo approccio con la materia: Pilato, un sadico nel passato reale, è santificato nella carta dei vangeli! Nessuno avrebbe mai tentato una santificazione così spudorata di un tiranno del genere, se non per motivi diplomatici, ecco il solito leit motif che viene proposto come spiegazione, a cui io stesso non ho resistito, nonostante questa soluzione ammicchi fin troppo chiaramente alla forte tentazione di concludere che “Gesù è esistito”, perché — come l'argomentazione va — nessuno si sarebbe scomodato di farlo uccidere da un governatore romano, specie se ciò comportasse l'onere di fare acrobazie diplomatiche pur di esentare Gesù da ogni sospetto di sedizione antiromana. 

Ad esempio, così il serio e competente studioso Richard Carrier tenta di spiegare quelle forzature per motivi diplomatici sotto l'ipotesi mitica:

La logica del vangelo richiedeva che i poteri cospirassero per compiere il fato di Gesù, quindi i Romani dovevano essere coinvolti, da cui il modo artificiale per farli coinvolgere.   

Carrier ha certamente ragione per il motivo generale dell'introduzione di generiche autorità romane, eppure anche a lui sfugge il punto evidenziato da Lublinski circa perché fu scelto proprio Pilato e non Varo o Festo o Felice

Non perché Pilato crocifisse realmente Gesù. Piuttosto, perché tutte le aggiunte a proto-Marco sono favorevoli ai gentilizzanti e contrarie al culto del Tempio. Non che il proto-Marco sottostante nutrisse una prospettiva significativamente diversa, si badi bene: le aggiunte hanno solo alzato il tiro, rendendo l'attacco al culto del tempio ancora più forte e marcato. L'introduzione di Pilato in proto-Marco rientra del tutto in questa polemica crescente contro il culto del Tempio. Se perfino Pilato, che di solito non esitò ad offendere le sensibilità giudaiche in fatto di culto e di usanze legate al Tempio, non vide in Gesù quanto sarebbe bastato per condannarlo a morte, quanto più sospetta e ipocrita appare l'accusa dei sadducei e dei farisei contro Gesù?

Anzi, i sadducei e i farisei sono così pieni d'odio contro Gesù che perfino il loro più odiato governatore romano riconosce che l'accusa contro Gesù è infondata.

Quale odio è così disumano da giustificare una pressione simile sul pur odiato Pilato, solo al fine di assassinare Gesù ? Miglior risposta: soltanto l'odio di gente posseduta da Satana.

Più il Pilato storico calpestò tirannicamente gli ebrei, più nella santa favola, scagionando Pilato, diventa facile — perfino inevitabile — addossare la colpa ai sadducei e farisei. Molto più di quanto lo sarebbe se ci si fosse limitati a una mera lapidazione e impiccagione ebraica di Gesù (come si racconta nel Talmud). 

Quindi, mirabile dictu, Pilato non fu scagionato per motivi diplomatici dall'accusa di aver crocifisso Gesù nel passato reale. Il più esecrato tra i governatori romani fu introdotto nella favola evangelica al solo scopo di evidenziare quanto assai più i sadducei e i farisei esecrassero Gesù!

L'innocenza di Pilato nei vangeli non è semplice cautela politica, ma uso spietato dell'ironia e dell'iperbole teologica: lungi dall'evocare per il solo nome chissà quale nebuloso nucleo storico, la semplice presenza di Pilato nella santa favola serve invece a mettere al centro ancor di più i giudei come unici e assoluti responsabili della condanna, rei dunque di un odio mostruoso, disumano, al limite del diabolico, perché assente perfino nel più efferato dei tiranni romani. Se questa fosse stata fin dall'inizio l'intenzione di menzionare Pilato in un vangelo, cosa si salverebbe della certezza storicista secondo cui il fatto “più storicamente certo” delle Origini cristiane sarebbe proprio la crocifissione per ordine di Pilato?

Nel frattempo, il lettore originario di proto-Marco era invitato a rimanere, al termine della lettura, con l'amara sensazione che i sadducei e i farisei siano più distanti da Gesù di quanto mai fossero stati, nel passato reale, distanti da Pilato.

Quel lettore originario, possiamo starne certi, si sarebbe volto contro il discendente diretto del fariseismo, ovvero il rabbinismo talmudico, con un odio implacabile. Un odio che sarebbe solo potuto aumentare col passare del tempo (e con le aggiunte a proto-Marco). 

 G. Ferri


Samuel Lublinski 

Il dogma nascente della vita di Gesù       

Il mondo cristiano primitivo e il suo mito 

Secondo volume


L'intuizione storica dimostra in modo convincente che le forme di un tempo passato non sono applicabili a un tempo successivo; ma dimostra anche che nelle forme più disparate e strane può risiedere un contenuto valido per tutti i tempi. Uhland


Prefazione

Il secondo volume del cerchio terrestre del primitivo cristianesimo si occupa del problema del Cristo in senso stretto, o, che è lo stesso, del problema della vita di Gesù. Naturalmente, il confronto critico doveva assumere un ruolo centrale, dimostrando che non si può nemmeno parlare dell’esistenza storica di Gesù. Tuttavia, questa conclusione negativa non esaurisce il problema, poiché la vita di Gesù è solo una parte – sebbene la più importante – del mito cristiano della redenzione. Ora, poiché i lettori moderni, che non sanno guardare il Vangelo con gli occhi dei contemporanei originari, spesso sorvolano sul contesto mitologico, era fondamentale riportare Gesù a Cristo, l’uomo al Dio-uomo. Pertanto, la vita di Gesù doveva essere raccontata a partire dal mito e ricondotta ad esso. Questa parte positiva e sintetica dell’indagine viene affrontata nel secondo libro di questo volume, e sono rimasto fedele alla mia intenzione di offrire soprattutto una trattazione sintetica, sottolineando la grandezza di quel simbolo antico, per stimolare l’anima creativa del nostro tempo a una fruttuosa rivalità. Sono consapevole, tuttavia, che questo metodo mi pone in uno svantaggio tattico nei confronti di avversari senza scrupoli. Per quanto un torso mitologico – e questo mito ci appare essenzialmente come un torso gigantesco – possa essere ricostruito in modo corretto, logico e organico in base alle sue condizioni interne, non si potrà mai dimostrare con una cosiddetta prova inconfutabile che ogni altra possibilità di integrazione sia esclusa. Su questo punto i critici si attaccheranno per accusarmi trionfalmente di “arbitrarietà” e per giungere con un salto logico alla conclusione che, quindi, non si tratti affatto di mitologia, ma solo di storia. Un’assurdità simile sarebbe come se un critico d’arte, ritenendo falsa un’antica statua di un dio – diciamo un Apollo indiscutibile – ne deducesse che non si tratti affatto di una statua o di una divinità, ma solo di un dipinto raffigurante un venditore di verdure. Se da tutte le caratteristiche del torso si riconosce chiaramente Apollo, allora la nostra immaginazione ha il diritto di completare l’opera, purché ciò avvenga sulla base di una conoscenza approfondita dei mezzi espressivi artistici utilizzati per rappresentare le statue di Apollo. Pertanto, respingo fin dall’inizio l’accusa che certi critici senza dubbio solleveranno, e dopo questa esplicita dichiarazione e avvertimento, mi sento autorizzato a trattare tali persone come si trattano i nemici disonesti. Inoltre, esistono già abbastanza libri che presentano abbondante materiale mitico indiscutibile, selezionato con cura, rendendo vano ogni tentativo di negare il “mito di Cristo”. Il libro di Arthur Drews, giunto ora alla sua quarta edizione, ha arricchito il proprio materiale con ogni nuova ristampa, e l’autore ha recentemente trattato anche il mito di Pietro in un opuscolo separato. Allo stesso modo, i “Miti del Vangelo” dell’inglese John M. Robertson sono stati resi accessibili al pubblico tedesco grazie alla casa editrice Diederichs, che raccoglie sempre più questa letteratura. Il “Cristo precristiano” dell’americano Benjamin W. Smith è già da tempo disponibile in lingua tedesca, e si spera che la traduzione delle opere corrispondenti delle scuole olandese e francese non tardi ad arrivare. Quando ciò accadrà, sarà difficile per i teologi “liberali” continuare a utilizzare le tattiche consuete davanti al pubblico. Indirettamente, questa letteratura comprende anche la preziosa traduzione in tedesco dei documenti della Gnosi di Wolfgang Schult, sebbene l’autore abbia evitato di prendere posizione sulla questione della vita di Gesù e forse non condivida il nostro stesso punto di vista. Tuttavia, dal suo libro, come da quelli degli altri autori menzionati, emerge in modo travolgente e chiaro l’intero ambiente mitologico del cristianesimo, rendendo sempre più difficile tentare di individuare una differenza sostanziale tra quei movimenti e il cristianesimo primitivo. Di fronte a questa pressione, i teologi moderni cominciano effettivamente sempre più a rivaleggiare con gli scolastici del Medioevo. A me, però, non sarebbe stato particolarmente difficile attingere in misura ancora maggiore all'abbondante materiale mitologico accumulato e blindarmi contro le critiche provenienti da ogni parte. Tuttavia, il mio compito – come devo ribadire ancora una volta – era soprattutto quello di offrire una sintesi non tanto del mito del Cristo, quanto di quello di Gesù, e perciò ho preferito rinunciare ai numerosi strumenti ausiliari disponibili piuttosto che compromettere la coerenza della mia esposizione. Del resto, ciò non è nemmeno necessario, poiché ormai il lettore è stato informato su quali altri libri possano integrare la mia trattazione.  

Nella parte critica, naturalmente, non potevo apportare molte novità, se non l'argomento secondo cui la narrazione dei Vangeli fa riferimento alle condizioni delle fazioni ebraiche del 2° secolo, e non del 1°. Per il resto, non si troverà nulla che non sia già emerso nel dibattito suscitato da Drews, tanto più che da parte degli avversari non sono stati portati alla luce punti di vista realmente significativi. Per quanto possibile, ho risposto alle loro argomentazioni; tuttavia, non era assolutamente fattibile occuparsi di tutte le innumerevoli pseudo-prove che sono state sollevate come schiuma dalle onde della discussione. Questa schiuma la si deve lasciare depositare, poiché sarà il tempo stesso a provvedere alla sua confutazione. Al momento attuale, era piuttosto essenziale formulare in modo incisivo le ragioni pro e contro e impedire che i principi fondamentali della discussione si perdessero nel caos delle singole questioni. È proprio a questo che mi sono dedicato in particolare in questa parte, e spero che, in tal modo, agli avversari non risulterà più così facile confondere le linee guida della discussione.

Il problema della “vita di Gesù” si trasforma ampiamente in un problema di Paolo e Pietro, poiché i due apostoli, in origine, non erano altro che doppi del dio mediatore e, pertanto, sono indissolubilmente legati, direttamente o indirettamente, alla sua biografia. In particolare, il problema di Paolo è di una tale complessità e ampiezza che ben presto si è rivelato impossibile, nei limiti ristretti di una “vita di Gesù”, andare oltre semplici accenni e contesti di sfondo. Sarebbe necessaria un’apposita monografia, che forse un giorno scriverò, a meno che – come desidero ardentemente – qualcun altro non mi sollevi da questo compito.  

Attualmente, i teologi “liberali”, ossia razionalisti, si trovano in uno stato di agitazione comprensibile, sorprendentemente condiviso anche nel campo cattolico, sebbene i cattolici coerenti dovrebbero essere più vicini alla posizione dei miticisti che a quella dei razionalisti. Non si può dire che gli avversari combattano sempre con armi corrette, e questi cosiddetti esperti, scienziati esatti e ricercatori delle fonti, cercano di influenzare il dibattito con le tecniche di propaganda tipiche dei giornalisti più faziosi. Confesso di non riuscire a capire come i teologi possano ancora avere il coraggio di definire dilettanti i loro avversari, dopo aver accettato senza riserve, o addirittura con entusiasmo, il dilettantismo, frutto di eccessivo zelo, del libretto del signor von Soden. Anche la teoria assurda di Weinel – in contrasto con ogni conoscenza storico-evolutiva – secondo cui la teologia della religione della “vita di Gesù” dovrebbe prima di tutto eliminare gli elementi “cristiani”, è stata accolta senza proteste dalla maggior parte dei teologi. E Harnack vorrebbe persino proibire ai filologi e agli storici di occuparsi di questa materia, come se il movimento cristiano non fosse stato eminentemente storico e, pertanto, non dovesse essere spiegato e compreso primariamente in base alle sue condizioni storiche. Invece di affrontare il problema, ci si rifugia nell’“individuale”, che è qualcosa di così assolutamente e irrimediabilmente misterioso da permettere di trincerarsi dietro di esso per sfuggire a qualsiasi ricerca e conoscenza. Tuttavia, questi signori sembrano dimenticare che anche il culto di Mitra, quello di Iside e Osiride o quello di Attis avevano le loro peculiarità, le loro caratteristiche distintive, fortemente percepite e sottolineate dai loro adepti. È nella natura di ogni comunità cercare un destino proprio e differenziarsi dalle altre. Ma dove c'è una volontà, si trova anche un modo, e non è difficile trasformare una semplice sfumatura in una questione di vita o di morte, in un principio discriminante. Per l’osservatore esterno, che non condivide l’interesse delle fazioni in lotta, l’elemento comune può comunque prevalere, e le differenze non essere altro che sfumature. Lo psicologo sa bene che ogni individuo si distingue profondamente da ogni altro nel suo nucleo più intimo, ma sa anche che, nel complesso, prevale la comunanza. Così è stato anche il rapporto tra il mistero e il cristianesimo delle origini, ed è per questo che lo storico dell’antichità tarda ha il diritto, anzi un diritto maggiore, di intervenire in questa discussione rispetto allo specialista di teologia. Non ci si venga a spaventare con il ruolo delle grandi personalità nella storia. Ho già detto l’essenziale su questo punto, senza alcuna filosofia della storia, nel Tert, e qui voglio solo osservare che noi, che nei nostri anni giovanili abbiamo conosciuto Friedrich Nietzsche, probabilmente sappiamo meglio dei dotti professori Harnack e Wendland cosa sia una personalità. Abbiamo il diritto di rifiutare qualsiasi lezione al riguardo.  

Così, mio malgrado, sono caduto in una polemica, pur dispiacendomi che una disputa su questo punto sia nata, perché ciò oscura il vero significato del movimento cristologico. In realtà, cosa potrebbe esserci di più fruttuoso che rappresentare quel grandioso simbolo dell'Uomo-Dio come una delle più grandi creazioni dello spirito umano e valutarlo nel suo significato più profondo? Quei teologi ortodossi e cattolici che desiderano essere in accordo con la scienza, senza però abbracciare Haeckel, trovano qui una solida base per le loro riflessioni. Basta eliminare il miracolo, ma non la metafisica, non il significato soggettivo ed eterno del simbolo per una certa concezione del mondo. I liberali, invece, non possono fare propria questa tradizione antica, ma dovrebbero e potrebbero creare con la stessa potenza d’animo un simbolo della moderna individualità e cultura, proprio come fece il cristianesimo delle origini, anziché cercare di razionalizzare e banalizzare il passato. Quando la teologia, finora solo apparentemente liberale, comprenderà finalmente questo suo compito più profondo?

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