(segue da qui)
Se Wellhausen ha imparato a collocare la composizione del nostro ‘vangelo secondo Marco’ tra il 50 e il 60, e Harnack a comprendere che il nostro Luca è stato scritto non molto dopo il 60, Clemente di Alessandria sapeva ancora riferire, sulla base di tradizioni dei presbiteri, che il nostro primo e il nostro terzo vangelo erano più antichi degli altri due, mentre Origene riteneva ancora di sapere che il terzo si discostava, con intento correttivo, dal più antico vangelo degli Egiziani. E Steudel scrive con maggiore libertà di vedute: “In verità non si può addurre alcuna seria ragione contro l’ipotesi che il vangelo di Marco, insieme con le due versioni corrispondenti, sia stato scritto solo poco prima della metà del 2° secolo” (‘Het Christusprobleem’, pag. 64). Il lettore tenga presente, o consideri, a questo proposito, che per Gesù e per Paolo non esistono testimonianze ebraiche, greche o romane del 1° secolo; che le lettere paoline presuppongono già una vita comunitaria sviluppata e tuttavia non conoscono ancora “i nostri” vangeli; che è persino evidente che “i nostri” vangeli — cioè i vangeli come li possediamo — devono essere posteriori alla Lettera di Barnaba e alle Epistole di Clemente; e che, anche tralasciando i racconti dei miracoli e la provenienza dei detti evangelici, perfino — o proprio — il racconto sinottico della crocifissione deve essere considerato del tutto non giudaico, leggendario e privo di valore storico. La crocifissione — cfr. Numeri 28:18 — non è avvenuta, e non può essere avvenuta, nel giorno di Pasqua, come narrano i resoconti sinottici o nel modo in cui essi ne parlano. “La crocifissione di Cristo” — riconosce nel 1893 D. Chwolson, a pag. 108 del suo saggio ‘L’ultima cena pasquale di Cristo e il giorno della sua morte’ — “non può aver avuto luogo il primo giorno di Pasqua”. Anche W. Brandt ha dichiarato nel suo libro del 1893 (pag. 303–304): “La data sinottica della morte di Gesù è storicamente insostenibile, e quella giovannea ha altrettanto poco valore come testimonianza storica”. E P. Wernle, tra gli altri (‘Bronnen’, pag. 27), non ha potuto chiudere gli occhi di fronte alle impossibilità qui segnalate; anche P. W. Schmiedel ammette (‘Het vierde Ev.’ pag. 104), pur riluttante, che i resoconti sinottici della cattura, condanna, esecuzione e sepoltura di Gesù collocano tutto ciò in un giorno “in cui tutto questo avrebbe incontrato notevoli difficoltà”. Successivamente, nel 1908 (‘God-Heiland’, pag. 46), M. Brückner ha ribadito che, nel Vangelo di Giovanni, la data della morte di Gesù è determinata dal sacrificio dell’agnello pasquale. Se si presuppongono i giorni di Pilato come quelli degli eventi di cui si tratta, dobbiamo allora dire che, quanto al tempo e al luogo, nei nostri vangeli si narra da lontano. Inoltre, fin dall’origine — cioè nella versione seguita poi anche da “Giovanni” — si raccontava una morte in croce simbolica, un “mistero della Nuova Alleanza”; e chi, come Schmiedel, non comprende perché nei sinottici il giorno simbolico della croce risulti spostato, non ha ancora riflettuto sul fatto che il Signore Gesù, mangiando ancora un po’ di carne d’agnello prima della sua crocifissione, testimonia in questo modo, nello stile più pratico di Roma, contro il vegetarianesimo evangelico degli alessandrini (cfr. Epifanio, Panarion 30:22).

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