domenica 22 febbraio 2026

LA GRANDE QUESTIONE per la Cristianità dei nostri giorni — Gesù è esistito? 1:39

 (segue da qui)

Che in una simile derisione dell’Evangelion, come se fosse un ’Awôn-gillajon o “libro del peccato”, non si conservi alcuna testimonianza risalente all’anno 71 è cosa del tutto evidente: ciò che in essa risuona è un’inimicizia che si può concepire solo a partire dal 2° secolo, e che da allora, come reazione ai principi o alle dottrine cristiane, si è talvolta espressa in aneddoti malevoli. Nell’epistola di Barnaba — nella quale la costruzione del tempio di Adriano in onore di Giove Capitolino non sembra ancora essere conosciuta, e neppure vengono usati i nostri vangeli — si dice, intorno al 125, che i Giudei (16:2) hanno adorato Dio nel tempio quasi come i pagani, che (4:8) la loro alleanza è stata infranta e che Dio (4:14) li ha abbandonati. Solo a partire da un simile atteggiamento diventa comprensibile l’odio dei giudei contro il Vangelo. È contro questo sfondo che risalta il principio giudaico di ‘Aboda Zara 27b, secondo cui non si devono avere rapporti d’affari con i Minim (eretici) e non ci si deve neppure lasciar curare da loro — motivo per cui anche il rabbì Ismaele non volle che un suo nipote fosse guarito da Ja‘acob di Kefar Zechanja nel nome di Gesù figlio di Pantera. Solo in questa luce si comprende che, secondo una Tosefta a Baba Meçi‘a, era lecito spingere i settari e gli apostati in un pozzo, ma non tirarli fuori. Tutto ciò viene dopo l’inizio del 2° secolo. In uno scritto del 1904 sulle antiche parabole giudaiche e le parabole di Gesù, P. Fiebig ha richiamato l’attenzione sulla somiglianza che si può notare fra le parabole evangeliche e quelle giudaiche dell’inizio del 2° secolo. E verso il 115 il rabbì Samuele il Minore — sul quale il venerando Gamaliele II sembra aver pronunciato, intorno al 120, l’orazione funebre —, adempiendo a una sua richiesta, avrebbe redatto contro i Nazorei e i Minim (Berachot Babilonese 28b) una formula di maledizione, ritrovata da S. Schechter di New York nella geniza (o deposito) della sinagoga del Vecchio Cairo e resa di nuovo nota dal 1898. Essa figurava nella dodicesima delle Diciotto Benedizioni, nella Tefillà, la preghiera per eccellenza dei giudei, e nella sua autentica versione palestinese suonava così: “Per gli apostati non vi sia speranza; il regno dell’arroganza sia presto distrutto nei nostri giorni; possano i Noṣrīm e i Minīm perire immediatamente! Siano cancellati dal libro della vita e non siano iscritti con i giusti! Benedetto sei tu, Jahvè, che umili gli arroganti!” (Strack, pag. 66–67).

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