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“Se il Cristo è nato e dimora da qualche parte, egli è comunque sconosciuto. – Voi seguite una vana diceria e vi fabbricate da voi un Cristo”. Così, intorno al 160, il giudeo Trifone nel § 8 del ‘Dialogo’ di Giustino, in conformità con quanto si legge, ad esempio, nel Targum a Michea 4:8, dove è detto che il Messia è già presente, ma rimane ancora nascosto a causa dei peccati del popolo. Al tempo stesso si rivela qui che i giudei non possedevano da sé alcun dato concreto riguardo a Gesù di Nazaret. Il testo ‘Gesù, gli eretici e i cristiani secondo le più antiche testimonianze giudaiche’ — così come pubblicato nel 1910 con traduzione e commenti di H. L. Strack — mette tutto ciò in luce con sufficiente chiarezza, e lo stesso Strack deve ammettere che la sua scorta di documenti, che già in precedenza era apparsa assai scarsa agli studiosi imparziali, si è ora ridotta ulteriormente. “Tutto ciò che è stato detto su Ben Stada”, riconosce Strack, “è ormai chiaro: si deve ammettere che originariamente si riferiva a qualcun altro, e solo due secoli e mezzo più tardi è stato trasferito su Gesù”. Nella ‘Kultur der Gegenwart’ (Teubner, 1905), A. Jülicher ha sostenuto che il Talmud ha derivato la sua conoscenza di Gesù dai vangeli. Si è tuttavia voluto far credere che dal Talmud risulti che scribi giudei già verso l’anno 71 avessero saputo dell’esistenza di un vangelo. Si racconta che il rabbì Gamaliele II — figlio di colui che è menzionato in Atti 5:34 e 22:3, e che dopo il 70, alla morte del padre allora perito, fu presidente del sinedrio riunito a Jamnia — avrebbe avuto una controversia sull’eredità paterna con la propria sorella, e che davanti al giudice le sarebbe stato detto qualcosa da cui risulterebbe che il vangelo esisteva già poco dopo il 70. Ma al sinedrio giudaico di Jamnia spettava precisamente la giurisdizione civile, e finché tale tribunale giudaico esistette, la sorella di Gamaliele non avrebbe potuto appellarsi ad altra istanza; l’intera causa è dunque un’invenzione, e quanto si legge in Strack, op. cit., pp. 19–20, non è altro che un esempio della comune satira giudaica tardiva. “Imma Shalom” — dice il Talmud babilonese, Sanhedrin 116 — “era la moglie del rabbì Eliezer e sorella di rabbì Gamaliele. Nelle loro vicinanze abitava un filosofo noto per non lasciarsi corrompere, e vollero un giorno renderlo ridicolo. Imma gli portò allora un candelabro d’oro, e i due comparvero davanti a lui; ella disse: desidero una parte dei beni di famiglia. Egli rispose: dividete. Allora rabbì Gamaliele disse: per noi è scritto (cfr. Numeri 27:8) che, se vi è un figlio, la figlia non eredita. Ma il filosofo replicò: da quando siete stati scacciati dal vostro paese, la legge di Mosè è stata abolita e ci è stato dato l’awôn-gillajon, [1] e in esso (?! cfr. Luca 12:14) è scritto che il figlio e la figlia devono ereditare insieme (cfr. Romani 10:4; Galati 3:28). Il giorno seguente, rabbì Gamaliele gli portò a sua volta un asino libico, ed egli disse: Ho guardato più a fondo l’awôn-gillajon, e vi è scritto: io, awôn-gillajon, non sono venuto per togliere qualcosa alla legge di Mosè, ma per aggiungervi qualcosa. E vi è scritto: dove c’è un figlio, la figlia non erediterà. Allora Imma disse (cfr. Matteo 5:14–16): La tua luce risplenderà come il candelabro. E rabbì Gamaliele concluse: L’asino è venuto e ha dato un calcio al candelabro”.
NOTE
[1] “Evangelium ... ipsi propria lingua malitiosissime immutantes vocant Havongalion, quod interpretatur latine iniquitatis revelatio”. Amolo, arcivescovo di Lione (841-852), ‘contra Judaeos’ § 10.

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