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“Ai cristiani, una razza di gente appartenente a una nuova e scellerata (o forse magica?) superstizione, è stata inflitta la pena di morte” — così sembra dire all’improvviso anche Svetonio, quando tratta di Nerone. Tuttavia, né Seneca, né Flavio Giuseppe, né Plutarco hanno tramandato alcunché su questo punto, e neppure Giustino, Ireneo o Dione Cassio. E nel suo opuscolo del 1910 ‘La leggenda di Pietro’ (pag. 45), A. Drews osserva: “Che il passo corrispondente in Svetonio non sia altro che un falso cristiano, su ciò i ricercatori imparziali sono da tempo concordi”. Forse autentico, ma singolarmente oscuro, è invece un altro passo di Svetonio, in § 25 della Vita di Claudio: “I giudei, che per l’istigazione di (un certo) Chrestus provocavano continue agitazioni, egli li espulse da Roma”. “Lo storico dell’imperatore”, commenta H. von Soden, “sa dunque che la contesa accesa di quelle teste calde aveva riguardato una determinata personalità; soltanto sbaglia, quando immagina che questo Cristo fosse presente a Roma — forse per effetto della fede dei cristiani, secondo la quale il loro Cristo era in spirito in mezzo ai suoi e operava in loro” (‘Ha vissuto Gesù?’, pag. 10). Ma ciò significherebbe appunto che si tratta, in realtà, di un dio! Del resto, non è affatto detto che tra i giudei di Roma fosse sorta una potente agitazione “a causa di Cristo”; e inoltre, Flavio Giuseppe non menziona affatto l’episodio, benché in Atti 18:2 si dica che Claudio aveva ordinato che “tutti i giudei” lasciassero Roma. Che ciò fosse in relazione con movimenti “cristiani” non vi si aggiunge; e Dione Cassio (61:6) afferma invece che ai giudei erano state proibite le riunioni, ma che non potevano essere espulsi a causa del loro gran numero. Che fare, allora, con un certo Chrestus ai tempi di Claudio, come sobillatore dei giudei a Roma? È la somiglianza del nome una semplice coincidenza, e il Chrestus di Svetonio non sarebbe stato altro che un fastidioso giudeo? “Chrestus”, cioè “il Buono”, non era un nome raro a quell’epoca, e si può ben pensare a un ebreo ellenistico residente a Roma. È anche concepibile che si tratti qui di un’eco confusa di dispute messianiche che avevano agitato la comunità giudaica romana ai tempi di Claudio, sebbene, in base a questa ipotesi, resti singolare che “tutti i giudei” dovessero essere espulsi. E se Svetonio, in questa circostanza, ha confuso i giudei con i cristiani, ciò mostra al tempo stesso quanto poco ancora, nel 120, i Romani sapessero dei cristiani — cosa che, a sua volta, getta luce sul passo di Tacito. “Il passo di Svetonio”, osserva anche Joh. Weiss (pag. 88), “mostra una conoscenza dei fatti così imprecisa, che non può essere preso in considerazione come testimonianza in una questione seria”. Così come il passo ci si presenta, esso non prova nulla per il nostro scopo: “Cristo” non era mai stato a Roma, e comunque non era più in vita quando un certo “Chrestus” istigava i giudei nella capitale. Inoltre, secondo Atti 28:16-22, quando Paolo giunse a Roma, la comunità giudaica romana era in una condizione di tale tranquillità che i giudei dovettero ancora informarsi sul significato della questione di Gesù Cristo. “Che comunque”, scrive il pastore Fr. Steudel (pag. 61) nel suo opuscolo ‘In lotta per il mito di Cristo’, “ai tempi dell’imperatore Claudio ci fossero già a Roma dei ‘cristiani’, cioè giudei che attendevano la venuta del Cristo, nessuno è più disposto ad ammetterlo di noi”.

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