giovedì 12 febbraio 2026

LA GRANDE QUESTIONE per la Cristianità dei nostri giorni — Gesù è esistito? 1:29

 (segue da qui)


Lo scritto in cui si trova il passo sopra citato è un documento di carattere “clericale”. Esso si presenta come una lettera della comunità romana indirizzata alla comunità di Corinto — già descritta (14:6) come antica —, ma sarà stato composto verosimilmente per essere letto come omelia nella stessa Roma, dove gli gnostici o intellettuali rendevano la vita difficile ai pastori della già numerosa schiera di laici. L’autorità ecclesiastica, pur esortando ancora in generale (63:2) all’unità e alla pace, invita ora (54:1–2) gli intellettuali a lasciare la comunità, che ormai (51:1) deve essere una comunità popolare. In ciò è implicito — o almeno da intendersi — che la nostra “epistola di Clemente” proviene da un’epoca non troppo lontana dalla frattura tra il clero romano e i maestri gnostici, cioè verso la fine del periodo paolino e l’inizio di quello petrino: dai giorni, dunque, in cui anche i “nostri” Vangeli — che nella lettera non sono ancora presupposti — venivano redatti. Essa sarà stata scritta intorno al 135. Da qui — cfr. 2 Corinzi 11:28 — la messa in secondo piano della figura di Paolo, ormai esistente ma divenuta più o meno scomoda, rispetto alla ancora nebulosa figura di Pietro, di cui non si osa ancora affermare apertamente che sia stato e sia morto a Roma. Si dice questo forse di Paolo? Se il passo citato dovesse già contenere un’allusione alla persecuzione dei cristiani sotto Nerone dopo l’incendio di Roma, essa sarebbe quanto mai oscura. E Giustino Martire, che visse a Roma nel pieno del 2° secolo, sembra non saperne nulla. In un Martyrium Pauli, che può essere collocato intorno al 175, l’apostolo viene messo a morte per ordine di Nerone in una persecuzione che nulla ha a che fare con l’incendio; e negli “acta” di Pietro dell’inizio del 3° secolo si racconta che, ai tempi di Nerone, per ordine del prefetto Agrippa, Pietro fu crocifisso perché aveva allontanato dalle loro signore e concubine i loro mariti — circostanza che richiama piuttosto la nostra epistola di Clemente che non l’incendio di Roma. Anche Clemente di Alessandria, nelle sue raccolte di citazioni da autori profani, non menziona questo fatto.

Nessun commento: