sabato 8 novembre 2025

Gerard Bolland: IL VANGELO — Un ‘rinnovato’ tentativo di indicare l’origine del cristianesimo 2:15

 (segue da qui)


Nei giorni di Pericle, quando già Eraclito di Efeso aveva esposto la dottrina di un “logos” che contiene tutto, che porta tutto con sé e rende comprensibile ogni cosa, Anassagora aveva concepito nell’aria invisibili “spermata”, cioè semi e germi, ossia la disposizione, il principio di tutto ciò che ci circonda. Più tardi Platone, nel suo progetto di uno Stato modello, nella suddivisione delle attività in una comunità concepita come esemplare, aveva tenuto conto della curiosità, dell’irruenza e dell’avidità umane, vale a dire della prevalenza, nell’uno, dell’elemento spirituale, in un altro di quello animico, in un terzo di quello materiale; e a questa differenza in particolare la Stoà non rimase affatto cieca. Essa volle essere qualcosa per la moltitudine, ma stimava che questa non fosse in grado di formulare un giudizio giusto e ponderato; anzi, per la Stoà il giudizio dei più era un giudizio confuso e grossolano (Clemente, Strom. V, p. 554 Sylb.), e Cleante aveva detto che “gli ignoranti” si distinguono dagli animali solo per la forma del corpo (Giovanni Stobeo, Flor. 4:90). Così anche la Stoà parlò a sua volta di un logos spermatikós, una ragione seminata, un germe di razionalità sviluppato in misura diseguale. “I semi della ragione divina”, aveva già detto Crisippo (citato in Origene, Contra Celsum 4:48), “la materia li ha ricevuti, e li conserva in sé a beneficio dell’ordine del mondo”. Plutarco (Quaest. Conv. 2:3,3-4) riferisce: “Essi definiscono il logos spermatikós come un seme che ha bisogno di crescere”. La concezione tripartita dell’umanità in Platone è stata esplicitamente accolta da Posidonio (135–51 A.E.C.), che secondo Galeno definì la concupiscenza vegetativa, l’ardore passionale animale, e solo la razionalità nell’uomo propriamente umana; Seneca scrisse poi che la Natura ha dato a tutti i fondamenti e il seme delle virtù (Ep. 108:8), e anche Musonio (Giovanni Stobeo, Ecl. 2:8,8) disse che in ciascuno di noi si nasconde un seme di virtù. Che “padre Zeus”, ossia la nostra comune origine “il Cielo”, presentato e descritto come “Padre celeste”, che padre Zeus potesse essere chiamato spargitore di semi, pertanto in generale il Seminatore, Epitteto lo sapeva bene: Diss. 1:13,3. Harnack “il prudente” e con lui l’intera “scienza ecclesiastica” di orientamento liberal-critico, attenta a mantenere aperta ogni possibilità, qui fanno gli ingenui e si guardano bene dal mettere in luce che la Stoà si rivela su questo punto come precursore fondamentale del Vangelo alessandrino-gesuano, che presso i “Naasseni” a Roma insegnava ancora senza corruzione: Il Seminatore uscì a seminare. Una parte cadde lungo la strada e fu calpestata; una parte sul terreno roccioso, e germogliò, ma poiché non aveva profondità, si seccò e morì; una parte invece cadde su un terreno bello e buono e portò frutto, chi cento, chi sessanta, chi trenta volte tanto. Chi ha orecchi per udire, oda! (Ippolito romano, Ref. Haer. 5:8; cfr. Matteo 13:3-9; Marco 4:3-9; Luca 8:5-8). Così il Vangelo degli “Egiziani” (cfr. Ippolito 5:7) risulta essere il chiaro fondamento delle nostre versioni evangeliche sinottiche da un lato, in evidente dipendenza dalla Stoà dall’altro; se Jülicher ha attribuito le parole “incomprensibili” di Marco 4:10-13, 33-34 e Matteo 13:10-13, 34-35 — a proposito dell’incomprensibilità e segretezza delle parabole evangeliche — al secondo evangelista, noi intendiamo invece che anzitutto la stessa parabola del Seminatore non sia meno “inautentica” della riflessione sul suo significato: essa proviene di per sé dalla mano dell’evangelista. La parabola del Seminatore non ha con l’annuncio palestinese che il Regno è vicino un legame più “autentico” di quello che hanno il granello di senape, il lievito e il mondo di Matteo 13:31,33,38, o il Figlio non risparmiato, la città incendiata e il padrone che tarda a venire in Matteo 21:37; 22:7; 24:48. Essa non appartiene al filo conduttore di Matteo 3:12; 4:17; 6:10; 10:7; 15:24; 16:28; 24:29-30; 26:64, ma va pensata in connessione con Matteo 1:21; 10:38; 11:29; 16:24; 18:11,20; 20:28; 21:5; 26:28; 28:18-20. 

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