(segue da qui)
Se Epitteto (Diss. 2:2,25) definisce ciò che è generale “il cattolico”, che non bisogna dimenticare, allora abbiamo in ciò qualcosa dello sfondo contro cui emerge la “chiesa cattolica” del probabile gnostico valentiniano, che verso il 165 a Roma scriverà sotto il nome di “Ignazio” (cfr. Ignazio, ad Smyrn. 8:2), e che non ha voluto sentir parlare del fatto che fosse “gnostico” — colui che aveva ancora davanti a sé l’antico vangelo alessandrino (ibid., 3:2), ma che ripetutamente assicura alla comunità (cfr. Ignazio, ad Trall. 9:1; ad Smyrn. 2) “che è realmente accaduto”. Già verso il 135 agli intellettuali di Roma era stato comunicato per iscritto dai capi della comunità, in 1 Clemente 51:1-2, che la comunità romana doveva essere una comunità per tutti. In Epitteto, certo, Dio ha i suoi “martiri” o testimoni proprio tra i sapienti (Diss. 1:29, 46; 3:26, 28), i quali però non devono, a momenti inopportuni, trasmettere i misteri della scuola filosofica proprio come neppure i predicatori eletti del Vangelo (Matteo 13:10-13, 34-35; Marco 4:10-13, 33-34; Luca 8:10) devono comunicare i segreti nei luoghi dove la parola è rivolta alle folle. Uno stoico, del resto, aveva come punto di partenza la dottrina del logos spermatikós, la dottrina del seme della ragione, del germe razionale, e questa implicava che non tutti gli uomini nascono per svilupparsi in una umanità pura e perfetta.

Nessun commento:
Posta un commento