venerdì 11 settembre 2026

Il dogma nascente della vita di Gesù — Papia e Paolo

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 Papia e Paolo

Due storici profani provenienti dall’ambito della Chiesa stessa sono stati individuati dalla teologia liberale attraverso la “ricerca delle fonti”. Non possiamo fare altro che esaminare questa affermazione con attenzione.  

Il consigliere teologico di Costantino il Grande, il vescovo Eusebio di Cesarea, fu il primo a scrivere, nel 4° secolo, una “Storia della Chiesa”, attingendo naturalmente agli scritti dei suoi predecessori per le epoche più antiche. Circa duecento anni prima di lui visse – o si suppone sia vissuto – un vescovo di nome Papia di Ierapoli, al quale furono attribuiti cinque libri sugli inizi del cristianesimo. Secondo Eusebio, in quest'opera veniva riportata in modo peculiare la nascita del Vangelo di Marco. Si raccontava che Pietro avesse sconfitto Simon Mago a Roma e che la sua predicazione avesse talmente entusiasmato gli ascoltatori da spingerli a desiderare non solo un insegnamento orale, ma anche una registrazione scritta della dottrina divina. Essi si rivolsero quindi a Marco, compagno di Pietro, il quale esaudì la loro richiesta. L'apostolo stesso venne a sapere di questa trascrizione per mezzo dello Spirito Santo, ne fu molto felice e la approvò affinché fosse usata dalla Chiesa. Un altro passo di Eusebio riferisce che, secondo Papia, Marco avrebbe scritto il suo Vangelo basandosi unicamente sui resoconti orali di Pietro, non avendo conosciuto personalmente il Signore. Pietro, tuttavia, non raccontava la vita e gli insegnamenti del Redentore in un ordine cronologico, ma adattava la dottrina alle necessità del pubblico. Per questa ragione, Marco non poteva rispettare una sequenza esatta degli eventi e si limitava a riportare fedelmente ciò che il suo maestro gli aveva trasmesso. Questi sono i due passi di Eusebio tratti da Papia riguardo al Vangelo di Marco, e da essi la teologia liberale tenta di ricostruire un presunto proto-Marco (un ipotetico Vangelo di Marco primitivo) come fonte storica della vita di Gesù. Tuttavia, il carattere leggendario e la scarsa verosimiglianza di questa tradizione sono così evidenti che difficilmente si dovrebbe prenderla in considerazione. Perché Pietro avrebbe dovuto essere informato dallo Spirito Santo dell’esistenza di un Vangelo scritto dal suo fedele compagno, invece di saperlo direttamente da Marco stesso? Non avrebbe Marco sottoposto un'opera così sacra e importante al suo maestro per una revisione preventiva? Inoltre, sarebbe stato impensabile che l'apostolo avallasse un testo che non seguisse l'ordine autentico della vita del Redentore. Un tale livello di negligenza è ancora meno attribuibile a Pietro se si considera che, secondo la tradizione, i giudei già si opponevano ai cristiani e avrebbero quindi colto ogni imprecisione o falsità per contestarli. Troppi testimoni degli eventi erano ancora in vita perché fosse possibile alterare anche solo leggermente la narrazione. Di conseguenza, il racconto di Papia non dimostra altro se non che, già nel 2° secolo, esisteva un Vangelo di Marco in competizione con un’altra versione che presentava una diversa sequenza degli eventi e delle parole di Gesù. È probabile che il conflitto tra queste due narrazioni sia stato risolto con compromessi reciproci. Il Vangelo di Marco ottenne uno status canonico grazie alla sua attribuzione a Pietro e alla conferma dello Spirito Santo. La sua particolare distribuzione del materiale venne giustificata con l’aneddoto – ingegnosamente inventato – della “considerazione pedagogica” di Pietro. Un'invenzione non priva di astuzia, poiché non solo il secondo, ma tutti i Vangeli non avevano un obiettivo biografico, bensì un intento didattico e catechetico, adattato alle esigenze delle comunità cristiane. Ma come faceva Papia a conoscere questi dettagli sulla stesura del Vangelo? Non era stato Marco stesso a raccontarglielo, bensì un certo “presbitero Giovanni”. Se prendiamo per buona tutta questa catena di trasmissione, otteniamo comunque un risultato sfavorevole per chi cerca una biografia autentica di Gesù. Se Eusebio sapeva che Papia sapeva che il presbitero Giovanni sapeva che Marco aveva ricevuto da Pietro informazioni non in ordine cronologico sulla vita e le opere del Signore, noi – che apprendiamo tutto ciò solo attraverso Eusebio – non possiamo sapere con certezza quanto ciascuno di questi testimoni fosse affidabile. Eusebio appare abbastanza credibile, ma l'opera di Papia è andata perduta, e resta impossibile stabilire quanto fossero attendibili il presbitero Giovanni, Marco o lo stesso Pietro e la sua memoria. Tuttavia, è sufficiente constatare che già nel 2° secolo l’ordine degli eventi del Vangelo di Marco era contestato, il che scredita la sua pretesa di essere una fonte storica attendibile e rende la ricerca del proto-Marco un’impresa senza speranza. Papia menziona anche un Vangelo di Matteo in ebraico, che sarebbe stato tradotto in greco in modi molto diversi da persone diverse. Questo dimostra solo che, ai suoi tempi, non esisteva ancora un testo di Matteo riconosciuto come autentico. Interessante è anche la discrepanza tra Eusebio da un lato e Rufino e Girolamo dall’altro riguardo al maestro di Papia. I due Padri della Chiesa identificano Papia come discepolo dell’evangelista Giovanni, mentre Eusebio, basandosi sulla prefazione dei suoi scritti, lo nega. Papia non si appella al discepolo prediletto del Signore, ma solo agli anziani (“presbiteri”), e in particolare al presbitero Giovanni, che cita frequentemente. Tuttavia, si diceva che questo presbitero fosse sepolto a Efeso come l’evangelista, e lì si mostravano due tombe di Giovanni. Già Eusebio era perplesso da questa enigmatica duplice figura e non sapeva se attribuire l’Apocalisse al presbitero o all’apostolo. Ma se entrambe le figure fossero solo una, variazioni dello stesso concetto mitico-mistico? In tal caso, la contraddizione tra i Padri della Chiesa sulla formazione di Papia si dissolverebbe facilmente. Allo stesso tempo, il valore storico dei suoi cinque libri risulterebbe ancora più dubbio. Dalla prefazione citata da Eusebio, emerge che Papia si opponeva ad altre narrazioni, il che fa supporre che la sua opera fosse un prodotto della grande disputa tra Chiesa e gnosticismo. In tal caso, tutto vacillerebbe ulteriormente: non sapremmo neanche più se il venerabile vescovo sia realmente esistito o se sia stato un’invenzione di qualche storico ortodosso o montanista, come avveniva spesso con le falsificazioni pie dell’epoca. Comunque sia, in nessun caso il resoconto di Eusebio ci offre elementi utili per la ricerca storica sulla vita di Gesù. Bisognerà rinunciare a questa fonte.

L’ultima ancora di salvezza rimane dunque l’apostolo Paolo, il quale, pur non avendo visto personalmente il Signore, fu almeno suo contemporaneo e rese testimonianza di lui nelle sue lettere. Tuttavia, molti critici hanno contestato che le cosiddette lettere paoline provengano effettivamente dall’apostolo stesso, poiché il loro contenuto e la loro tendenza rimandano al 2° secolo. Di fatto, la maggior parte dei teologi liberi e con formazione storica ha ormai rigettato quasi interamente l’epistolario attribuito a Paolo. Solo quattro lettere dottrinali – una ai Romani, una ai Galati e due ai Corinzi – vengono ancora considerate autentiche e attribuite con certezza a Paolo. Metterne in dubbio l’autenticità viene bollato come un “travisamento” della critica e un atto di “mancanza di rigore scientifico”. Eppure, anche questa concessione non apporterebbe grandi vantaggi, poiché in queste lettere si parla soltanto di un Gesù trascendente, non di un Gesù terreno. Si dovrebbe quindi accettare l’enorme improbabilità che un ebreo profondamente religioso, completamente immerso nell’idea di un Dio trascendente, abbia proclamato uomo e contemporaneo suo un secondo Dio (o, che è lo stesso, Dio stesso). Questo passaggio estremo – necessario per ottenere una testimonianza contemporanea dell’esistenza di Gesù – dovrebbe già di per sé far crollare l’intera ipotesi. Inoltre, l’ostinazione nel ritenere autentiche queste quattro lettere non è giustificata. Le epistole ai Romani e ai Galati discutono ampiamente il rapporto tra la Nuova e l’Antica Alleanza, tra ebrei e greci, tra fede e legalismo, esprimendo il fermento di un’epoca profondamente travagliata. Ma prima della distruzione di Gerusalemme, non vi era alcun motivo per dibattere tali questioni: all’epoca, infatti, non si era ancora consumata la rottura tra l’ebraismo ufficiale e le correnti misteriche. Solo quando l’ebraismo si irrigidì nel legalismo e le correnti mistiche e magiche dovettero lottare per la loro sopravvivenza, scoppiò un conflitto in cui gli gnostici cercarono di spingere l’opposizione tra legge e fede fino all’assoluta antitesi. La Chiesa ufficiale fu allora costretta a stabilire un rapporto preciso tra questi concetti. Proprio questi sforzi emergono chiaramente nelle lettere ai Romani e ai Galati, documenti preziosi che possono essere soltanto il frutto di quella grandiosa crisi iniziata alla fine del 1° secolo e superata solo a metà del 2°. Anche la prima lettera ai Corinzi non avrebbe potuto nascere in un’epoca diversa. Essa affronta, nella parte conclusiva, il medesimo problema tra fede e legalismo e cerca di mediare tra le varie sette e divisioni, affermando il principio di una Chiesa unitaria. Fintanto che le sette erano ancora legate all’ebraismo, non avevano alcun motivo particolare per entrare in contatto tra loro, dato che il loro comune punto di riferimento era Gerusalemme. Solo con il distacco dalla Chiesa madre nacque l’esigenza di trovare un nuovo centro e di affrontare le questioni organizzative, che in questa lettera – che in realtà non è rivolta soltanto ai Corinzi – vengono trattate approfonditamente. La seconda lettera ai Corinzi si concentra invece principalmente sui falsi apostoli e sugli eretici, indicando ancora più chiaramente un’epoca di profonde spaccature e violenti conflitti, ovvero il 2° secolo. Già da queste considerazioni storiche, senza nemmeno entrare nelle obiezioni filologiche, si deve negare in maniera definitiva l’autenticità delle quattro lettere come testimonianze storiche del 1° secolo.

Soprattutto, la questione fondamentale: l’esistenza di un uomo chiamato Paolo è tanto problematica quanto quella di un uomo chiamato Gesù. Gli Atti degli Apostoli, unica fonte da cui possiamo sapere qualcosa sulla sua vita, sono composti, proprio come i Vangeli, da elementi sia mitici che razionali. Non è accettabile, neanche in questo caso, considerare apocrifa la leggenda manifesta senza al contempo nutrire sospetti anche sui presunti elementi storici, che potrebbero anch’essi essere stati inventati per motivi di tendenza teologica. Inoltre, l’assenza di carattere storico di alcuni eventi apparentemente plausibili può essere dimostrata negli Atti degli Apostoli in maniera ancora più evidente che nei Vangeli.  La rapida diffusione del cristianesimo a Gerusalemme, l’esecuzione di Stefano, la prima sanguinosa persecuzione della comunità cristiana e, infine, le ripetute rivolte contro Paolo – in cui sarebbero state coinvolte sia le più alte autorità giudaiche che quelle romane – sono eventi che uno storico come Flavio Giuseppe o Filone non avrebbero potuto tacere, ancor meno di quanto avrebbero potuto ignorare la crocifissione di Gesù. La crisi tra gli apostoli e la prima comunità cristiana, fino alla partenza di Paolo per Roma, si dice che sia durata diversi anni e avrebbe dovuto destare enorme clamore sia in Palestina che nella Diaspora. Almeno, se il racconto degli Atti degli Apostoli fosse anche solo parzialmente veritiero. Se invece si ritiene che contenga esagerazioni, allora l’unica fonte che possediamo risulta screditata e non sappiamo assolutamente nulla di quegli eventi. Di conseguenza, non costa nulla negarne del tutto la storicità. Inoltre, l’intera narrazione è piena di tali e tante contraddizioni interne che è impossibile considerarla anche solo in parte un resoconto storico.

A Gerusalemme, su iniziativa del Sinedrio, scoppia una persecuzione contro la giovane comunità cristiana. Stefano viene processato, condannato a morte e lapidato dal popolo fanatizzato. Molti vengono arrestati e incatenati, altri fuggono, mentre Saulo parte per Damasco con l'intento di scovare anche lì i cristiani, catturarli e consegnarli a Gerusalemme. Eppure, contro i dodici apostoli, i capi della comunità, coloro ai quali si deve la diffusione della nuova fede, non viene intrapresa la minima azione. Essi restano tranquillamente a Gerusalemme e continuano la loro opera, come se nulla fosse accaduto, e anche la comunità cristiana si comporta come se non avesse subito alcuna persecuzione. Si tratta di un fanatismo persecutorio piuttosto strano: dopo la vittoria, i principali avversari vengono lasciati liberi di continuare a fare propaganda. Mentre dunque gli apostoli rimangono del tutto indisturbati a Gerusalemme, Saulo – che in questa occasione diventa Paolo – dovrebbe arrestare i giudeo-cristiani a Damasco e inviarli nella capitale. Tuttavia, non ne ha né il diritto né il potere, dato che Damasco è una città completamente autonoma e non soggetta in alcun modo alla giurisdizione del Sinedrio di Gerusalemme. I damasceni e i romani non avrebbero certo tollerato un simile usurpatore, ponendo rapidamente e definitivamente fine alle sue azioni. Queste due incongruenze fanno crollare l’intera narrazione, tanto più che il suo scopo e le sue motivazioni sono fin troppo evidenti. La morte di Stefano è una controparte della morte di Cristo, di cui egli è il primo vicario sulla terra. Ma questo aspetto appartiene a un altro contesto. Inoltre, ci viene detto che i perseguitati, fuggiti da Gerusalemme, iniziano a predicare ovunque e a diffondere la nuova religione: in Samaria, ad Antiochia, in Asia Minore e a Damasco. Paolo stesso, in questa occasione, diventa addirittura l’apostolo dei gentili. L’intento era quello di ricondurre il cristianesimo, che nel 2° secolo aveva acquisito consapevolezza di sé e si era ormai diffuso in tutta la Diaspora, alla città di Gerusalemme, presentandolo come il legittimo successore della sinagoga. Gesù era stato crocifisso a Gerusalemme, lì era caduto il primo martire, lì era nata la comunità madre, e attraverso un miracolo e una catastrofe, da lì la nuova religione si sarebbe diffusa nel mondo... Per sostenere questa tesi, furono inventate le relative parti degli Atti degli Apostoli. [1]

Molti anni dopo questa presunta persecuzione, Paolo, il grande apostolo dei gentili, ritorna a Gerusalemme. I giudei lo odiano perché seguace del Nazareno e vogliono distruggerlo. Tuttavia, non possono agire contro di lui, cittadino romano di Tarso, a meno che non abbia commesso un crimine punibile con la morte. Lo accusano di aver introdotto dei Greci nel Tempio, un reato che, secondo una legge locale rispettata anche dalle autorità romane, comporterebbe la pena capitale. Ma Paolo può dimostrare che l’accusa è completamente falsa, e solo la sua aperta confessione di fede in Cristo scatena la furia della folla. La gente vuole ucciderlo, ma per sua fortuna arriva in tempo un centurione romano con i suoi soldati, che lo strappano ai fanatici. La situazione sembra quindi estremamente semplice: le autorità romane non possono permettere che un cittadino romano, che non ha violato alcuna legge, venga assassinato dal Sinedrio ebraico. I suoi nemici lo accusano anche di incitare alla ribellione contro Roma, ma né i due governatori né il re Agrippa credono a tali accuse. Tutti ritengono Paolo innocente, e non esiste alcuna legge che vieti la nuova religione, che per i Romani era ancora considerata una setta ebraica. Paolo risulta quindi completamente scagionato e dovrebbe essere immediatamente rilasciato. Invece, inizia un continuo rinvio che dura anni: egli resta in prigione e i governatori non sanno cosa fare con lui. Si trova una giustificazione piuttosto goffa, secondo cui Felice aspettava una tangente da lui. Tuttavia, Felice dovette presto lasciare la Palestina e non aveva alcun interesse a consegnare Paolo come prigioniero al suo successore. L'idea che volesse compiacere i giudei non è una spiegazione sufficiente per una tale violazione della legge nei confronti di un cittadino romano. Inoltre, nel caso di Festo, tali motivazioni non sussistono più, e quando anche il re Agrippa conferma esplicitamente l'innocenza di Paolo al governatore, il suo esitare e il suo imbarazzo diventano del tutto incomprensibili. Alla fine, Paolo fa appello al Cesare per essere giudicato a Roma, e ci si deve davvero meravigliare che non abbia già usato questo mezzo decisivo molto tempo prima, per esempio di fronte all’estorsore Felice. L’aspetto più grottesco è che, alla fine, il governatore e il re Agrippa dichiarano apertamente che Paolo è innocente e dovrebbe essere rilasciato. Tuttavia, poiché ha fatto appello al Cesare, questo non è più possibile, e così, nonostante sia innocente, viene trasportato come prigioniero a Roma, dove vivrà tutte le avventure che ci vengono raccontate. Ora, bisogna rendersi conto dell’assurdità di questi presunti atti processuali. Sarebbe come se in Germania un detenuto in custodia cautelare comparisse davanti a un giudice pronto ad assolverlo, ma l’imputato, come colpito da una sorta di follia, facesse appello alla Corte Suprema dell’Impero. A quel punto, il giudice gli risponderebbe: “Sei innocente, ma ora non posso più liberarti perché hai presentato ricorso”. Un iter giudiziario così assurdo non è mai esistito né in Germania né nell’Impero Romano. Si mostrerà che Paolo in origine fu davvero ucciso a Gerusalemme e che quindi rappresentava una sorta di sosia di Stefano e persino di Cristo stesso. Tuttavia, l’attendibilità storica degli Atti degli Apostoli non può essere sostenuta e, di conseguenza, Paolo, il presunto testimone autentico dell’esistenza di Gesù terreno, perde a sua volta la propria esistenza storica e sprofonda completamente nel mito, lo stesso mito che dobbiamo considerare non solo nella vita di Gesù, ma anche in quella dei suoi due apostoli, Pietro e Paolo.

NOTE

[1] Benjamin W. Smith ha dimostrato molto bene e nei minimi dettagli questa connessione nel suo Il Gesù precristiano.

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