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Ed è davvero così. “Paolo” è gnostico; le lettere paoline sono piene di concezioni e formulazioni derivate dallo gnosticismo, il quale non è posteriore, ma anteriore al cristianesimo, e getta più luce su Paolo che non Paolo su di esso. Bisogna dunque tenerlo ben presente una volta per tutte, di fronte a certe “scientificità” arretrate come quelle di Harnack, che ci assicura che la religione cristiana è stata portata fuori dal giudaismo per opera di Paolo e che l’importanza di Paolo come maestro consiste soprattutto nella sua cristologia (‘Das Wesen des Christentums’² 1900, pag. 111 e 114). “Le dottrine gnostiche”, dice P. Carus parlando del “Pleroma”, “non sono, per caso, eresie cristiane, come gli storici della Chiesa amano far credere; piuttosto, il cristianesimo è un ramo del movimento gnostico”. E chi ha compreso una volta che lo gnosticismo non può essere derivato dal Nuovo Testamento, ma che, al contrario, un passo paolino come 1 Corinzi 2:6-8 deve essere derivato dalla teosofia di quell’epoca, ha anche capito che le lettere di Paolo in realtà non testimoniano a favore, ma contro l’uomo Gesù della “teologia liberale”. Occorre innanzitutto tener fermo che lo gnosticismo risale a epoca precristiana; che tra gnosticismo e teologia paolina si deve riconoscere una somiglianza evidente; che lo gnosticismo ha persino servito da modello al paolinismo; e che l’intera cristologia, per quanto concerne il battesimo e la cena del Signore, si è collegata direttamente a concezioni “pagane” — che, insomma, il Vangelo stesso è un mistero greco-giudaico. E chi comprende tutto ciò, si domandi ora quanta forza di confutazione si possa trarre dalle lettere di Paolo contro i “seduttori” che già (2 Giovanni 7) nel 2° secolo avevano negato che Gesù Cristo fosse venuto nella carne.

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