sabato 17 gennaio 2026

LA GRANDE QUESTIONE per la Cristianità dei nostri giorni — Gesù è esistito? 1:3

 (segue da qui)




Ma qui per noi moderni si pone in modo decisivo la domanda: il cristianesimo ha nel suo Redentore e Salvatore una determinata personalità, apparsa nel tempo e poi scomparsa? Per l’immaginazione, certamente sì. E il prologo del Vangelo di Giovanni — peraltro un’aggiunta secondaria a esso — insegna persino esplicitamente che la divina Ragione si è fatta carne e ha “abitato” in mezzo a noi; “lui”, dice la scrittura cristiana (Ebrei 2:9), “che per poco è stato reso inferiore agli angeli, noi lo vediamo coronato di gloria e di onore a motivo della sofferenza della morte, che egli ha subìto, affinché per la grazia di Dio gustasse la morte per tutti”. “Conoscete”, così si legge in 2 Corinzi 8:9, “la grazia del nostro Signore Gesù Cristo, che, essendo ricco, si è fatto povero per voi, affinché mediante la sua povertà diventaste ricchi”. E fin dalla metà del 2° secolo la direzione della comunità romana o cattolica, seguita poi dalla Chiesa cattolica, richiede ai suoi fedeli la professione di fede che l’unico Figlio del Padre, Gesù Cristo nostro Signore, concepito dallo Spirito Santo e nato dalla vergine Maria, fu crocifisso e sepolto sotto Ponzio Pilato, per risorgere il terzo giorno dai morti, ascendere al cielo e da allora sedere alla destra del Padre celeste. “Abbiate in voi”, dice ancora la Scrittura ecclesiastica stessa (Filippesi 2:5-11), “gli stessi sentimenti che furono anche in Cristo Gesù, il quale, pur essendo nella forma di Dio, non considerò un'usurpazione l’essere uguale a Dio (come Adamo), ma svuotò [1] sé stesso, assumendo la forma di servo, divenendo simile agli uomini; e, trovato nell’aspetto come un uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte, e alla morte di croce. Per questo Dio lo ha esaltato sopra ogni cosa e gli ha dato un nome che è al di sopra di ogni nome, affinché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi — nei cieli, sulla terra e sotto la terra — e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre”. “Avendo dunque un grande sommo sacerdote che è passato attraverso i cieli, Gesù il Figlio di Dio, manteniamo ferma la confessione della fede. Poiché non abbiamo un sommo sacerdote incapace di compatire le nostre debolezze, ma uno che è stato tentato in ogni cosa come noi, però senza peccato” (Ebrei 4:14-16). “Il nostro Signore Gesù Cristo stesso e Dio nostro Padre, che ci ha amati e ci ha dato, per grazia, una consolazione eterna e una buona speranza, consoli i vostri cuori e vi fortifichi in ogni buona opera e in ogni buona parola!” (2 Tessalonicesi 2:16-17).


NOTE

[1] ἐκένωσεν [=“si svuotò”]. Questa parola è di antica matrice teosofica e richiama il “kenoma” (= vuoto) come l’altro del “pleroma”, che significa riempimento, pienezza, completezza, e va pensata in ambito alessandrino. Πλήρωμα νεώς [=“pienezza di una nave”] è chiamato da Filone di Alessandria (“De Abr.” 23) l’equipaggio di una nave, e l’anima gli appare (“De praemiis et poenis” 11) concepibile come “pleroma” delle virtù, così come nella teosofia ermetica (6:4) Dio stesso è chiamato “pleroma” del bene. Inoltre, presso Filone (“De confusione linguarum” 27) tutto è detto pieno di Dio, ὑπὸ τοῦ θεοῦ πεπλήρωται πάντα [=“tutto è stato riempito da Dio”], e Dio, egli afferma (“De allegoriis legum” 3,2), riempie il mondo, πάντα πεπλήρωκεν ὁ θεός [=“Dio ha riempito ogni cosa”], per essere al tempo stesso (“Quod deterius potiori insidiari soleat” 16) egli stesso il Dio pieno, ὁ πλήρης θεός [=“il Dio pieno”], αὐτὸς ἑαυτοῦ πλήρης  [=“pieno di sé stesso”] (“De allegoriis legum” 1:14); l’Essente (= l’Eterno) è pieno di sé stesso, τὸ ὂν … αὐτὸ ἑαυτοῦ πλῆρες [=“l’Essere … pieno di sé stesso”], dice Filone (“De mutatione nominum” 14) in un passo. Più tardi, nella gnosi, le particolarità del Pleroma, o del divinamente pieno, risultano chiamarsi æoni o secoli, eternità, essenze eterne, che sono pertanto identici ai logoi (Ippolito 6:43), ὧν ἔτυμον ὄνομα αἱ ἰδέαι [=“il cui nome proprio sono le idee”] (Filone di Alessandria, “De sacrificantibus” 13), e che propriamente si chiamano idee, e che esse stesse (Proc. in Plat. Parm. 1) ἔννοιαι τοῦ Πατρός εἰσι [=“sono pensieri del Padre”]; esse provengono, afferma lo gnosticismo (Ireneo 2:17,6), dalla Ragione divina come i rami da un albero, per rimanere nell’essere una cosa sola con il Padre e riempire la sua grandezza come le dita costituiscono la completezza di una mano. E nel Salvatore, si dice ancora (Ireneo 2:14,5), sono confluiti di nuovo tutti gli æoni, come potremmo dire noi stessi che nell’uomo perfetto tutte le idee sono unite. Si leggano ora Ebrei 1:2; 11:3; Colossesi 1:19; 2,9; Filippesi 2:7 nel testo originale, e si comprenda.

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