(segue da qui)
IV
L’origine del “Vangelo” è teosofica. E così come il giudizio dei morti menzionato in Ebrei 9:27 e presupposto in Luca 16:23 non è mai stato un articolo di fede giudaico, così il Vangelo non è un racconto ebraico proveniente dalla terra d’Israele. Esso è, come “lieta novella” secondo cui tra gli Ebrei è apparso “il vero Giosuè”, che “Dio ha preposto a essere strumento di espiazione mediante la fede” (Romani 3:25), non un racconto messianico di eventi accaduti nel paese giudaico, ma una raffigurazione della “gnosi” giudaico-alessandrina, cioè di una conoscenza delle scritture non scientifica ma più profondamente pensata e meditata, propria degli ebrei alessandrini “filonizzanti” della seconda metà del 1° secolo della nostra era. Filone aveva notato, nel §3 del suo scritto sulla filantropia, che il capo del popolo di Dio, designato da Dio stesso e riconosciuto come tale da Mosè, si chiamava Gesù, successore di Mosè. E il racconto delle gesta miracolose di Giosuè, delle sue sofferenze, della sua morte e gloriosa resurrezione è un racconto simbolico o figurato, messo per iscritto – come si diceva inizialmente – dalla bocca di un certo Simone, indicato ancora in Marco 3:16, Luca 6:14 e Giovanni 1:43 come “pietra d’un portavoce”, concepito come rappresentante dei dodici primi discepoli, nei quali il narratore aveva simbolicamente riassunto il giudaismo come testimone della causa, con l’intento, almeno in un primo momento, di rivolgersi al giudaismo stesso, nelle cui cerchie ellenistiche intorno al Mediterraneo il Vangelo doveva diffondersi. L’autore, si diceva, si chiamava Marco; come interprete del capo degli stessi testimoni oculari e ascoltatori, aveva messo per iscritto le parole e le azioni evangeliche, portando ben presto il racconto ad Alessandria, dove, secondo la tradizione, fondò anche le prime comunità. Così, per un racconto che di per sé probabilmente non menzionava nemmeno il proprio autore, “i molti” ebbero una testimonianza storicizzata, di cui non potevano fare a meno per la loro fede, sebbene per i pochi iniziati lo spirito del racconto fosse uno spirito che testimoniava di sé e per sé. “Il Vangelo” fu ben presto, dopo la sua accettazione, riveduto, modificato e rielaborato, dapprima tra gli “iniziati” a Roma, dove sia il nostro vangelo più giudaizzante “secondo Matteo”, sia il più neutro ma, rispetto al primo, più illegittimo (Marco 7:3-4) e decisamente universale (Marco 13:10) “vangelo secondo Marco”, sia probabilmente il più puramente ellenistico ma altrettanto poco conciliato con il petrino alessandrino (Luca 22:32!) vangelo “secondo Luca”, furono fin dall’inizio accolti insieme. “Probabilmente un efesino” – così viene definito nel 1905 il nostro terzo evangelista da H. von Soden a p. 7 della sua “storia delle più antiche lettere cristiane” – e, come autore degli “atti degli apostoli”, egli appare certamente molto familiare con Efeso; altri, come Renan, avevano pensato a Roma, e a giudicare, ad esempio, da Atti 28:15, egli non era neppure lì uno sconosciuto. Il vangelo “secondo Giovanni” è una rivelazione di gnosi alessandrinizzata proveniente dalla Samaria e fu scritto probabilmente nella città di Eraclito, con riguardo anzitutto ai Giovanniti (cfr. Atti 19:1-4; Giovanni 1:20 e 3:30) e ai Simoniani (cfr. Clemente, Strom. 2:11; Ippolito, De Haer. 6:9; Giovanni 18:25; Matteo 26:69; Marco 14:54; Luca 22:55), ma anche, tra l’altro, per rispondere in modo decisivo al rimprovero che le cose principali del Vangelo (cfr. Atti 26:26) non erano state dette e compiute a Gerusalemme, ma “in un luogo marginale”, e che il “vero Giosuè” era andato solo alla fine nella capitale per giungervi immediatamente a una morte infelice. Tutti e dodici gli evangelisti avevano davanti a sé e utilizzarono, alla prima versione, il vangelo “non corretto”, la narrazione alessandrina di Pietro in Marco, a Roma e a Efeso; essi stessi furono, in modi più o meno diversi, degli “gnostici”, i quali narravano in modo simbolico ciò che narravano, sia che raccontassero della nascita del Salvatore, della fuga in Egitto, della sua tentazione o delle nozze di Cana, della guarigione dei ciechi, degli indemoniati e dei lebbrosi, del placarsi delle tempeste e della moltiplicazione dei pani, della resurrezione di Lazzaro o del fico seccato, della resurrezione, dei discepoli di Emmaus o della pesca miracolosa. I Nazareni e i Minim palestinesi e siriani (cioè i “custoditi” – dal “Padre” – o i “settari” fuori della sinagoga) con il loro Vangelo aramaico degli “Ebrei” non possono essere considerati come originari, e quindi neppure come derivati: le notevoli varianti che si sono citate da quella versione evangelica non sono in alcun modo prove d’originalità contro l’ipotesi, che s’impone da altre fonti, secondo cui il primo vangelo degli Ebrei, come pure la “Lettera” agli Ebrei, fu un scritto di ebrei alessandrini o almeno ellenistici. Così come i Naasseni, gli Ofiti o “Esaltatori del serpente” (cfr. Genesi 3:5.22), per i quali il Nahas, il Serpente o “Drago”, era originariamente la sostanza umida o caotica (Ippolito 5:9), cioè la primordiale Tihâmat babilonese, furono spiriti affini ai “Terapeuti” alessandrini che ricordano l’essenismo, così anche i Nazareni, o “custoditi” (dal Padre), vanno probabilmente pensati in relazione con l’essenismo come è descritto da Flavio Giuseppe in Guerra Giudaica (2:8); inoltre, è da ammettere che vi furono relazioni e contatti tra tali alessandrini o discendenti di alessandrini e palestinesi o siriani. Ma già la “chiesa madre” di Gerusalemme sarà stata probabilmente una finzione, sorta spontaneamente quando le apparizioni furono spostate dalla Galilea (Matteo 28:7.16; Marco 16:7) alla capitale giudaica (Luca 24:6.33-34). Ed è certo che Barnaba, il levita di Cipro (Atti 4:36), Simone in Samaria (Atti 8:13), Anania a Damasco (Atti 9:10), i “Noi” di Atti 6:10, Aquila e Priscilla (Atti 18:2.26) con la loro chiesa domestica (1 Corinzi 16:19), Apollo di Alessandria, che predicava le dottrine su Gesù prima ancora di aver saputo qualcosa della sua vita, passione e morte (Atti 18:24-25), e, infine, la comunità romana (Atti 28:14-15; Romani 1:8; 15:14), che esisteva già da tempo ed era pienamente informata prima che un “apostolo” la visitasse, – difficilmente possono essere spiegati dal punto di vista di Gerusalemme in accordo con Galati 1:16; 2:7.10, ecc.; mentre, una volta presupposta la favola alessandrina dei testimoni palestinesi, si può comprendere la proliferazione di racconti su di loro, che trovarono presto la via anche verso la stessa terra d’Israele. Il carattere non storico di tutto ciò che nel Talmud si legge su Gesù e i suoi discepoli, e la completa assenza nel Talmud di qualsiasi traccia che possa dirsi memoria autentica, sono stati riconosciuti anche da studiosi “non sospettosi”. E il Simon Pietro delle Omelie Clementine – dietro cui si cela un ebreo evangelico-ellenistico dalle simpatie rimaste in gran parte giudaiche, il portavoce che combatte contro il “falso” Simone e contro il marcionismo, incarnazione del principio costantemente illegittimo – riconosce ancora verso il 165 che l’alessandrinismo della predicazione evangelica è più antico del palestinismo (Hom. Clem. 2:17). Ciò che intorno al 130 risuona ancora in Galati 1:6.15-17 sotto forma di leggenda è, in realtà, questo: che intorno al Mediterraneo, e anzitutto a Roma, i “dodici testimoni” galilei, trasferiti più tardi dalla leggenda a Gerusalemme, non erano mai stati conosciuti se non per sentito dire. Solo “ebrei” ellenistici, e in primo luogo alessandrini, ebbero per primi una predicazione di Gesù messa per iscritto, e ciò in un libretto alessandrino; il loro vangelo fu dunque quello poi chiamato “vangelo degli Egiziani”, che non deve per forza essere stato migliore in tutto dei suoi rivali più recenti, ma che può pretendere di essere riconosciuto come la versione in cui la gnosi del 1° secolo annunciò per la prima volta il Vangelo del 2°. E questo Vangelo, sebbene scritto sullo sfondo del messianismo e dell’escatologia giudaica, non fu un vangelo messianico o “cristiano” palestinese, bensì un vangelo ellenistico, teosofico e “chrestiano”, un vangelo per coloro che anzitutto cercavano l’immortalità e la futura beatitudine per la propria anima (cfr. ancora Hom. Clem. 1:5).

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