giovedì 6 novembre 2025

Gerard Bolland: IL VANGELO — Un ‘rinnovato’ tentativo di indicare l’origine del cristianesimo 2:13

 (segue da qui)

Dagli scritti di Filone si può dimostrare che in Matteo 1:21; 2:14-15; 3:9; 5:8, 29, 48; 6:19-20; 7:14; 9:13, 16-17; 10:37; 11:28-30; 12:35; 13:44; 15:14; 19:12; 27:30 risuona l’alessandrinismo; che dunque nel nostro vangelo “secondo Matteo ci stia davanti l’originario Vangelo alterato e rielaborato, viene suggerito in Matteo 13:52, e ciò che di fatto abbiamo davanti a noi è una versione romana. Si noti già da subito la “custodia” di Matteo 27:65-66; 28:11! Romano è in Matteo 17:25-26 il rifiuto del gesuano di pagare la tassa pro capite imposta dai giudei, la secolarizzata tassa del tempio (cfr. Giuseppe, Guerra Giudaica 7:6,6 e Svetonio, Vita di Domiziano 12); la “palingenesi” di Matteo 19:28, il “battologeîn” e la “polilogia” di Matteo 6:7 e i giochi di parole greci in Matteo 6:16; 21:41; 24:30 sono a loro volta ellenismi, che non possono essere ricavati da un testo aramaico di base. Il synarài lógon per “fare i conti” in Matteo 18:23 è stato ritrovato in un papiro magico egiziano, e ciò che nel Vangelo pur sempre testimonia di conoscenza della terra giudaica, va spiegato ad opera di Alessandria; nondimeno, è significativo che la traduzione latina di Matteo 21:41 (“malos male perdet”), 24:15 (“qui legit intellegat”), 24:29 (“luna non dabit lumen”), 24:41 (molentes in mola) e 24:46 (cum venerit invenerit) fornisca altrettanti giochi di parole, che non diminuiscono la plausibilità che il primo dei nostri evangelisti sia stato un abitante grecofono di Roma. Il nostro secondo evangelista, presso il quale troviamo tra l’altro (in Marco 13:35) una suddivisione romana della notte, parla del census (Marco 12:14, cfr. Matteo 22:17), di centurioni (Marco 15:39, 44, 45) e di denari (Marco 6:37; 12:15; 14:5), di un grabatus (Marco 2:11, cfr. Giovanni 5:8), di una legione (Marco 5:9, 15), di un praetorium (Marco 15:16), di un quadrante (Marco 12:42, cfr. Matteo 5:26) e di uno speculator (Marco 6:27), come se fosse stato un romano; così anche in Marco 2:23; 14:56 e 15:15 ricorrono termini greci per ciò che in latino si pensava come iter facereverberibus accipere (essere accolto a colpi) e satisfacere. Inoltre anche il terzo evangelista, a giudicare da Luca 12:58 e 14:18, avrà detto talvolta da operam e habe me excusatum, per menzionare in occasione satis accipere (cfr. Atti 17:9); e che lo scrittore di Romani 12:19; 13:14 conoscesse gli scritti di Seneca, si lascia supporre, ad esempio alla luce di De ira 3:39 e di Epistulae 67. “Concedi spazio all’ira”, dice il primo, e il secondo scrive: dabimus illi spatium; “rivestitevi del Signore”, esorta “Paolo”, e Seneca aveva detto: indue magni viri animum. Anche il “dapanàn” di 2 Corinzi 12:5 corrisponde, del resto, all’“impendere di Seneca, Epistulae 9:10; inoltre, ad esempio, la doctrina sana di 1 Timoteo 1:10; 2 Timoteo 4:3 e Tito 2:1, il gratiam habeo di 1 Timoteo 1:12, il praejudicium che si cela in 1 Timoteo 5:2 e il quamobrem, che l’autore di 2 Timoteo 1:6 avrà avuto per abituale, sono altrettanti segni che negli scritti del “Nuovo Patto” si debba pensare non solo ad Alessandria ma anche a Roma. 

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