(segue da qui)
Ciò che Weiss qui non aggiunge è un riferimento all'origine reale di quanto narrato nel nostro “Marco”: un'origine che non è la Galilea. L'origine di Matteo 10:16.28 e Luca 10:3.12:4 risulta essere, in 2 Clemente 5:2-4, il vangelo degli Egiziani — cosa che Harnack ha visto e lasciato intendere, [1] ma non ha detto esplicitamente; presso Ippolito a Roma (Ref. 5:8) risulta che il vangelo egiziano è l'origine di Matteo 13:3-9, Marco 4:3-9 e Luca 8:5-8, cosa che nessuno accenna neppure, e che in Matteo 4:1-11, Marco 1:13 e Luca 4:1-13 si leggano echi di una parabola verosimilmente alessandrina, di carattere teosofico e giudaico, è un fatto che non viene certo proclamato ai quattro venti. Per cominciare, il lettore di queste righe deve comprendere che lo spirito maligno che in Matteo 4:6 cita la Scrittura è lo spirito malvagio del fanatico messianismo nazionale, che tanto in Matteo 4:10 quanto in Matteo 16:23 viene respinto simbolicamente come “Satana”. Inoltre, si deve riconoscere nel racconto della tentazione un’eco delle leggende buddhiste, che verosimilmente poterono giungere, attraverso l’India — dove il buddhismo allora ancora fioriva — ad Alessandria, e di lì al Vangelo. La leggenda buddhista narra come il Bodhisattva, digiunando, resistette nel deserto alle tentazioni dello spirito malvagio del desiderio, che voleva indurlo a mangiare e bere, e come egli non rispose alla sua richiesta di prostrarsi davanti a lui. In cambio della rinuncia alla propria dignità, Māra gli offrì il dominio su tutta la terra; al che il Buddha rispose: “So che mi è destinato un regno, ma non desidero un regno mondano; io diventerò Buddha, e farò esultare di gioia il mondo intero”. “Il mio regno è finito!” gridò infine Māra, dopodiché spiriti celesti vennero a servire il vincitore, e perfino gli animali dei campi e delle selve vennero a rendergli omaggio. Che i nostri evangelisti romani abbiano letto qualcosa di simile nel vangelo degli “Egiziani” è tanto più probabile, in quanto l’attacco di Māra, alla testa di un esercito di mostri, contro il Bodhisattva seduto sotto il sacro albero aśvattha, di cui parla la leggenda buddhista, mostra analogie con un attacco degli spiriti maligni contro sant’Antonio in Egitto, di cui racconta il Breviario Romano il 17 gennaio. Per il resto, nella storia evangelica delle tentazioni si può inoltre riconoscere una terza caratteristica, più propriamente ellenistica. Il dio pastore Pan, con le sue corna, gli zoccoli di capra e la coda, che secondo il diciottesimo inno omerico è un dio dei monti, diventa, nei giochi della mitologia ellenistica posteriore, il Pan o Tutto — diremmo: la personificazione di quel Tutto. E sulla scia di Evemero, Ennio (Lattanzio, Inst. div. 1:11) tramanda riguardo al dio del cielo che un giorno “Pan lo condusse su un monte, chiamato la Colonna del cielo, e dopo che egli l’ebbe scalato, vide da lontano le terre e su quel monte costruì al cielo un altare”.
NOTE
[1] “La nostra citazione ci conduce oltre i Vangeli”. Atti dell'Accademia Prussiana, 1904, pag. 190.

Nessun commento:
Posta un commento