domenica 4 gennaio 2026

Gerard Bolland: IL VANGELO — Un ‘rinnovato’ tentativo di indicare l’origine del cristianesimo 5:11

 (segue da qui)

Le lettere paoline non sono lettere di un Paolo del primo secolo, bensì trattati dottrinali della prima metà del secondo secolo. In 1 Clemente 36:2-5 viene ripreso Ebrei 1, in 1 Clemente 35:5 Romani 1:29-32, e in 1 Clemente 47:1-3 si parla di 1 Corinzi come della “lettera del beato apostolo Paolo”; ma questo non significa altro se non che le “lettere paoline” erano conosciute, verso il 135, in ambienti “clericali” romani. E la prima cosiddetta lettera di Clemente ai cristiani di Corinto fu scritta probabilmente con riferimento alla stessa Roma, dove gli intellettuali (1 Clemente 7:1; 34:7) rendevano la vita troppo difficile ai pastori meno colti ma più scaltri del gregge già numeroso (16:1; 44:3; 57:2) di laici (40:5), secondo i loro gusti (1:1; 51:1-2; 54:1-2). Lo scritto proviene da un’epoca non molto anteriore alla frattura tra il clero romano e i maestri gnostici, che ebbe luogo — dopo il tentativo fallito di Valentino di impadronirsi dell’episcopato (cfr. Tertulliano, Adversus Valentinianos 4, per esempio in rapporto con 1 Clemente 44:1 e De Baptismo 17) — intorno alla metà del 2° secolo. La Gnosi, della quale, secondo Schmiedel (nell'Encyclopaedia Biblica di Cheyne, 1622), nel nostro scritto non vi sarebbe traccia, non era ancora stata espulsa da Roma (1 Clemente 1:2; 40:1; 48:5), e il vangelo “chrestiano” (14:4) degli Egiziani (di Alessandria) era ancora in uso nella grande comunità romana, come più tardi presso i “Naasseni” (2:1; 13:2; 46:8; 49:5); sebbene la comunità di Corinto fosse già antica (46:6) e la regola della fede (cfr. Romani 6:17) una tradizione ormai “clericale” romana (7:2), la quale parlava in modo non realistico dei dibattiti corinzi sulla resurrezione (24:27). La concezione simbolica dell’economia dell’Antico Testamento è detta, come già presso l’alessandrino Barnaba (9:8), anche per la dirigenza della comunità romana (1 Clemente 40:1), una gnosi divina; tuttavia, contrariamente a quanto affermato nelle parole romane di Marco 4:33-34, una gnosi apostolica all’inizio della predicazione evangelica — cioè una tradizione orale quale fonte di precisazioni correttive nei più recenti scritti evangelici (Ireneo 3:2,1) — verrà più tardi negata da Ireneo di Lione (3:3,1) in conformità con la comunità romana (3:3,2). È presumibilmente con riferimento al “Vangelo” (Didaché 15:3; 2 Clemente 8:5), come era stato prodotto dalla gnosi alessandrina e come ancora, dopo il 150, era conservato nei circoli gnostici di Roma, che in 1 Clemente 58:2 (cfr. Epifanio, Haer. 62:12) viene invocata incidentalmente la santa Trinità di Dio, Gesù Cristo e lo Spirito Santo. Si noti anche il modo in cui, per affermare la dignità di Cristo, si uniscono insieme sacerdozio, profezia e regalità come Levi, Efraim e Giuda (1 Clemente 32:2), tutti provenienti da Giacobbe (31:4)! Sommo sacerdote (Levitico 4:3), profeta (Salmi 105:15) e re (1 Samuele 24:7) era detto il Messia ebraico, il Cristo o l'Unto ‘in quanto’ Unto; e Filone di Alessandria (De vita Mosis 2:23) chiama Mosè sommo sacerdote, profeta e re. Come successore di Mosè, anche il Giosuè evangelico possiede le stesse dignità (Eusebio, Hist. Eccl. 1:3,8). Ora, se Giosuè figlio di Nun, secondo Numeri 1:10 e 1 Cronache 7:26, era della tribù di Efraim, e per questo, presso l’alessandrino Barnaba (12:8, cfr. Deuteronomio 18:15), è noto come profeta, in 1 Clemente 32:2 egli è posto, tra i sacerdoti e tutti i Leviti da un lato, e i re o governanti di Giuda dall’altro, come colui dal quale, da Giacobbe, discende il Signore Gesù secondo la carne. “Gesù secondo la carne” — come osserva il dott. G. A. van den Bergh van Eysinga — è dunque il Gesù profetico, Giosuè o Jeshua di Efraim, il vero Israele, e il Giosuè evangelico, cioè il vero e autentico successore di Mosè: un Giosuè spiritualizzato dell’allegoresi sinagogale, una figura tanto più significativa e simbolica quanto più in essa si concentrava il senso delle Scritture. A questo fine era stata necessaria la Gnosi; ma già si annuncia all’iniziato che la comunità romana deve essere una comunità per tutti (1 Clemente 51:1-2), una Chiesa cattolica, come si dirà ben presto a Roma (Ignazio, Ad Smyrn. 8:2). E il clero, sebbene esorti ancora in generale all’unità e alla pace (1 Clemente 63:2), invita già (54:1-2) i capi gnostici ad abbandonare la comunità e a lasciarla a sé stessa. Chi segue il clero, secondo 1 Clemente 56:1, obbedisce a Dio; e in 1 Clemente 40:5 si trova già una parola sui diritti dei sacerdoti e sui doveri dei laici, che possiamo, con Jean Réville (Revue de l’histoire des religions, 1907, p. 42), interpretare come “una grande parola che risuona come un annuncio anticipato del clericalismo”. La madre della Ecclesia — la gnosi evangelica simbolica, derivata dalla sinagoga ellenistica — sarà ben presto emarginata, e il clero romano prenderà in mano la gestione della sua chiesa in modo tale da tenere prudentemente lontani i laici dalla ricerca di un mistero nascosto dietro la lettera della dottrina.

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