(segue da qui)
Chi conosce l’andamento delle più recenti ricerche sa che il punto di vista qui indicato è stato, da varie parti, avvicinato a poca distanza. Ma la parola decisiva — quella che il ricercatore e l’investigatore della “Buona Novella”, nella sua forma più antica, perderebbero appena pronunciandola — naturalmente non viene detta. Parlando del nostro primo vangelo, H. von Soden afferma, alle pag. 100–101 dell’opera sopra citata, che si può assumere con sicurezza Roma come luogo di origine di quel testo, e che Roma avrebbe messo la propria mano sul Vangelo proveniente da Pietro. A pag. 139 aggiunge poi che, nella prima lettera di Pietro, l’intera concezione del mondo è di impronta alessandrina. Ma nessuna deduzione viene tratta nella nostra direzione. Si potrà tuttavia domandare da dove siano venute, allora, le “memorie” di Pietro, e la risposta dovrà essere: certamente non da Roma stessa, dove un racconto scritto di propria mano dal traduttore di Pietro, Marco, avrebbe dovuto essere conservato come preziosa reliquia e mantenuto in onore; ma non vi è a Roma alcuna traccia di autografi apostolici! Secondo la tradizione ecclesiastica, “il segretario di Pietro”, Marco, avrebbe lasciato il proprio racconto alla comunità di Alessandria, di cui sarebbe stato il fondatore; ma il nostro “vangelo secondo Marco” — dice, tra gli altri (a pag. 75), ancora von Soden — “è impossibile che sia un’opera di prima mano”, in quanto già nel 1907 A. Loisy lo definiva, nel suo studio sui vangeli sinottici (1:112), “una compilazione anonima”. “Bisogna dunque”, scrive Loisy, “distinguere in questo libro ciò che proviene dalla fonte e ciò che appartiene alla redazione” (1:105–106). “Se un discepolo di Pietro ha avuto parte nella composizione del secondo vangelo, non può essere stato … il vero autore di questo libro, ma … l’autore del documento utilizzato dall’evangelista, in cui si può riconoscere un’eco … dei ricordi di Pietro” (1:113). Si impari dunque a concepire come “Memorie di Pietro” il Vangelo “degli (alessandrini) Egiziani”, e a riconoscere nel nostro, in verità assai poco originale e rielaborato da più mani, vangelo “secondo Matteo”, un’eco romana di quello; e non ci si immagini di possedere nel nostro vangelo “secondo Marco” qualcosa di più autentico! Del più antico di questi vangeli fu a conoscenza, tra gli altri, anche Giustino, e siffatto più antico vangelo era “apocrifo” nel pieno senso della parola: “Se Giustino,” scrive ancora Loisy (I:41), “non dipende dal vangelo di Pietro, dipende da una fonte evangelica da cui dipende pure il pseudo-Pietro”. La realtà è che egli dipende dal testo originario, che in seguito divenne noto come “vangelo degli Egiziani” e fu considerato apocrifo, al quale egli aveva imparato ad aggiungere, a Roma, i nostri vangeli sinottici; che il Vangelo degli “Ebrei” alessandrini era il racconto corrispondente alle “memorie” del Pseudo-Pietro; e che un altro, diverso dal leggendario Pietro alessandrino, quale autore della cosiddetta “Buona Novella” messa per iscritto da Marco dalle sue parole, non è mai esistito. Del nostro vangelo di Marco, von Soden afferma (a pag. 82): “Il luogo della sua origine è indubbiamente Roma”. Ma si domandi ancora una volta: se anche il nostro secondo vangelo è nato a Roma, ma (pag. 221) “è un resoconto di seconda mano”, dove mai avrebbe scritto la “prima mano”? Dove sarebbe nato il cosiddetto “Proto-Marco”? E la risposta dovrà essere ancora: in una capitale del giudaismo ellenizzato, con la quale la comunità di Roma sarebbe presto venuta a competere per diventare la prima all’interno della comunità gesuana, vale a dire — con ogni probabilità — ad Alessandria.

Nessun commento:
Posta un commento