mercoledì 2 settembre 2026

La nascita del cristianesimo dalla cultura antica — Il cristianesimo fu un movimento sociale?

 (segue da qui)

 Epilogo

Il cristianesimo fu un movimento sociale?

In questo capitolo la parola sociale viene intesa nel senso della «questione sociale» e del socialismo moderno. Soltanto a causa di questa teoria, ancora oggi ampiamente diffusa, trova posto in questo libro una simile trattazione, che in verità non vi apparterrebbe; infatti l’autore, attraverso la sua esposizione complessiva, esprime già la propria concezione sull’origine del cristianesimo e in tal modo prende sufficientemente posizione rispetto alle teorie di natura diversa. Tuttavia, di fronte al dibattito ancora oggi molto vivo, non è possibile un silenzio assoluto; e perciò non si potrà evitare di esaminare brevemente tali idee.

Ciò che dava alla teologia sociale un certo vantaggio rispetto a quella liberale era il suo senso per le grandi connessioni, per l’atmosfera complessiva della vita delle masse di un’epoca e di un movimento. Mentre il liberalismo teologico si smarriva in una «critica delle fonti» dei Vangeli tanto minuziosa quanto priva di speranza e cercava febbrilmente di distillare un nucleo personale di un uomo Gesù, non conservando nelle proprie mani altro che una sorta di predicatore gnomico piuttosto incolore, adatto a una delicata cultura etica; e mentre la teologia liberale non sapeva neppure che cosa fare con il materiale storico da essa stessa accumulato mediante un lavoro fedele e rigoroso, perché le mancava il legame spirituale che lo unificasse: al contrario, al teologo socialista riuscì, già al primo sguardo, di scoprire il punto di partenza dell’intero problema. Il cristianesimo non doveva essere compreso come qualcosa di assolutamente nuovo nella tarda antichità, bensì come la sua espressione più alta; occorreva dunque scoprire la corrente complessiva all’interno dell’umanità di quel tempo, che alla fine si cristallizzò in quella religione di portata universale e storico-mondiale. Il riconoscimento del problema e la stessa formulazione del problema costituiscono il merito straordinario di Albert Kalthoff, che in Germania fu il primo, dopo Bruno Bauer, ad aver riconosciuto e formulato il compito realmente presente per lo storico. Ma se egli deve certamente alla sua formazione socialista lo sguardo capace di cogliere le connessioni generali, non avrebbe dovuto dimenticare che non era lecito trasferire nel passato le correnti e le tendenze proprie della sua epoca. Ciò gli era altrettanto poco consentito quanto ai suoi avversari liberali; sebbene, a sua giustificazione, si potesse osservare che, in quanto pioniere, non poteva evitare completamente i primi errori.

Il socialismo significa l’organizzazione consapevole della collettività allo scopo di accrescere e distribuire razionalmente i beni economici. Se non si vuole trasformare la questione sociale in una sorta di soluzione universale per ogni problema, bisognerà rispettare i limiti di questa definizione. Anche il partito specificamente sociale dei nostri giorni rimane del tutto entro questi confini. L’intera concezione del mondo, l’etica, la politica, l’arte vengono valutate esclusivamente dal punto di vista seguente: in che modo esse servono all’aumento e alla distribuzione dei beni economici a vantaggio della classe operaia oppure, quando questa tendenza assume un carattere universale, a vantaggio della nazione e dell’umanità? Naturalmente i sostenitori di un simile obiettivo non rinunciano agli argomenti morali. Essi sottolineano l’ingiustizia prodotta dalla cattiva distribuzione dei beni e avanzano le loro rivendicazioni anche in nome dell’etica e dell’amore per gli uomini; e questi motivi possono, in determinate circostanze, costituire impulsi molto energici, forse i più energici, dell’intero movimento. Ma resta sempre presente un fine ultimo puramente economico, e la fede nella possibilità di trasformare la società nasce da considerazioni pratiche del tecnico dell’economia, dell’ingegnere, dell’economista politico. Un socialismo di questo genere termina nel momento in cui si smette di credere nell’efficacia dei suoi fattori economici. Allora la sua moralità, il suo pathos più autentico, non potrebbero mantenerlo in vita neppure per un solo giorno in più. Senza un complessivo progresso dell’economia e senza la fede, derivante da esso, in possibilità future illimitate della vita economica, non avremmo avuto alcun socialismo nel senso moderno e nell’Europa moderna. A ragione i socialisti delle correnti più radicali insistono sulla differenza tra il comunismo da loro perseguito e quello degli utopisti. Essi non vogliono la distribuzione dei beni esistenti, bensì un tale aumento della loro quantità, sulla base della tecnica e dell’organizzazione moderne, che ogni individuo possa di per sé vivere nell’abbondanza. Chi considera questa concezione un’illusione può parlare al massimo di un’illusione economica, ma non di un’illusione morale. Nel momento in cui iniziò anche solo un lieve dubbio sulle sue possibilità economiche, il comunismo venne in realtà immediatamente eliminato dal movimento concreto, sebbene non lo si volesse ammettere apertamente; senza che per questo la tendenza socialista in quanto tale fosse venuta meno. Perché rimangono ancora numerosi obiettivi possibili all’interno dell’economia moderna: la regolamentazione dei salari, dei trasporti e anche di singoli settori della produzione. Non è affatto impossibile che un operaio cosciente della propria classe rinunci al comunismo; ma è assolutamente inconcepibile che egli rinunci una volta per tutte al diritto di coalizione e ai contratti collettivi.

Da questa esposizione risulta immediatamente che un movimento sociale nell’Impero romano era impossibile. Mancava ogni possibilità di accrescimento dei beni economici e di una diversa organizzazione della società. Infatti si sarebbe dovuti tornare indietro nel passato, alla primitiva economia degli antenati, perché il sistema schiavistico non era più in grado di produrre ulteriori ricchezze. Ma una simile regressione era ostacolata dalla cultura superiore dell’umanità di allora e altrettanto dalle necessità finanziarie dell’impero mondiale, che non poteva rinunciare a una pressione fiscale tale da rovinare fin dall’inizio ogni piccola economia contadina. Questa vera e propria e più grave miseria iniziò tuttavia soltanto nel 3° secolo, mentre nei primi due secoli regnava una relativa prosperità, della quale anche le classi più povere delle grandi città ricevevano una certa parte attraverso le distribuzioni di grano e di denaro dei ricchi e dello Stato. Poiché dunque mancava completamente ogni possibilità di un generale incremento della produzione economica e inoltre vi era dapprima una certa soddisfazione, non esisteva alcun motivo per un movimento sociale quale era invece stato attivo ai tempi dei Gracchi e delle guerre civili. Nessuno storico, nessun contemporaneo riferisce di agitazioni sociali delle masse; soltanto alcuni intellettuali toccavano problemi economici per motivi teologici, al fine di lodare il passato. Plinio il Vecchio lamentava certamente che i latifondi avessero rovinato l’Italia; ma non scorgiamo alcuna traccia di un movimento riformatore, neppure il più debole, in Italia o nell’Impero. Si accettavano tali condizioni come qualcosa di inevitabile e senza un dolore eccessivo; non soffriva il corpo, bensì l’anima, l’impulso politico-etico, che non trovava più in alcun luogo occasione di attività e di sviluppo. Solo da questa sofferenza nacque il cristianesimo, che certamente affrontò spesso problemi economici, ma non per sé stessi, bensì per una tendenza etica. La rinuncia alla proprietà privata, cioè il comunismo, fu tuttavia richiesta abbastanza frequentemente, perché l’ascesi era considerata il più alto ideale e i beni di questo mondo si trovavano ancora nell’ambito della sensualità e del peccato. Quando, a causa della debolezza umana, si rinunciò infine a un comandamento assoluto in questa direzione, non si rinunciò per questo anche all’ideale; e colui che lo realizzava era considerato un santo, ammirato con profonda venerazione. Un movimento socialista dei nostri giorni proverebbe soltanto compassione per un simile visionario, poiché ogni operaio organizzato e cosciente della propria classe vale per esso molto di più — e giustamente, dal suo punto di vista. Naturalmente anche la virtù della carità verso i poveri veniva predicata soltanto per motivi puramente morali. Se i diseredati ascoltavano tali insegnamenti con una certa benevolenza, e se alcuni di loro si unirono forse al cristianesimo anche per simili motivazioni, bisogna tuttavia evitare di sopravvalutare l’importanza di tali casi. Nei primi tempi il cristianesimo era ben lontano dall’essere abbastanza ricco da poter competere con le distribuzioni dei benestanti nelle grandi città e con quelle dello Stato a partire dall’epoca di Traiano; mentre aderirvi significava esporsi al pericolo e alla persecuzione. Inoltre esso nacque proprio quando esistevano ancora in larga misura prosperità e soddisfazione, cioè nei primi due secoli, mentre il crollo economico avvenne nel 3° e 4° secolo. Ciò che attirò sempre più le masse verso il cristianesimo furono motivi del tutto diversi: la paura dei demoni e la fede nel potere magico e salvifico del nuovo culto misterico. Questa concezione primitiva è certamente molto più lontana dai nostri razionalisti socialisti moderni di quanto non lo sia da un qualsiasi uomo del 20° secolo. Ma senza di essa il cristianesimo non sarebbe mai sorto, come ha dimostrato il corso della nostra esposizione.

Si può addirittura andare ancora oltre e affermare che la nuova religione non avrebbe mai potuto venire al mondo se fosse stato in corso un vivace movimento sociale. Una vita economica in pieno sviluppo avrebbe mantenuto le speranze e gli obiettivi degli uomini saldamente ancorati alla terra, proprio come avrebbero fatto altre possibilità future di carattere politico o culturale. Ma, così come la politica e la cultura mondana della tarda antichità, anche la sua economia aveva raggiunto il proprio compimento. La questione sociale di allora era, al pari di tutte le altre questioni, di fatto risolta; e agli spiriti più inquieti rimanevano perciò soltanto il romanticismo etico e un fine di carattere quasi ultraterreno e metafisico. Si trattava di portare questa conclusione, questa eredità tramandata, alla sua formula ultima, alla sintesi; e già a partire dal 2° secolo A.E.C. ogni impulso culturale e ogni aspirazione culturale si erano concentrati sempre più attorno a questo unico compito. Era così creata la corrente dalla quale, come sua forma più compiuta, sarebbe infine sorto il cristianesimo.

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