domenica 20 settembre 2026

Il dogma nascente della vita di Gesù — La Chiesa nascente

(segue da qui


La Chiesa nascente 

Al centro della predicazione etica di Gesù si trova il cosiddetto Discorso della Montagna, che rappresenta l’espressione più chiara della morale del cristianesimo primitivo. Poiché esso è composto da detti isolati e brevi insegnamenti, nei quali vibra tutto l’entusiasmo impetuoso di un movimento giovane e grandioso, alcune sue parole sono divenute, già da secoli, patrimonio comune delle nazioni civili, riscuotendo consenso unanime e accoglienza gioiosa da parte di anime elevate di ogni razza e confessione. Tanto più il compito dello storico è quello di richiamare l’attenzione sul contesto complessivo e di spiegare le sorprendenti contraddizioni che emergono mediante l’epoca di origine e la condizionata storicità di questo discorso. Nel Vangelo di Matteo, il Discorso della Montagna è presentato come il compimento supremo della legge mosaica, della quale non deve essere omesso neppure il più piccolo segno. Se Mosè ha enunciato il comando: “Non uccidere”, il nuovo profeta lo supera con l’esortazione: “Non adirarti contro tuo fratello”. L’ira viene equiparata all’omicidio, e chi non si libera di questo vizio è passibile di giudizio. Chi chiama suo fratello “buono a nulla” non potrà sfuggire al fuoco dell’inferno. Poiché in quei tempi il fuoco dell’inferno era una realtà concreta nella fede delle persone, la nuova norma morale rappresentava un inasprimento terrificante della legge mosaica. Non meno radicale fu il superamento del comandamento mosaico sull’adulterio. “Non commettere adulterio” suonava ormai innocuo rispetto alla minacciosa parola del Signore: “Chiunque guarda una donna con desiderio l’ha già violata con lei nel suo cuore”. Anche colui che non ha compiuto l’atto, ma ha soltanto provato un fugace desiderio nell’anima, non può sperare nella salvezza della propria anima dagli artigli dei demoni; lo attende il fuoco inestinguibile e quel luogo dove vi è pianto e stridore di denti. Solo attraverso un radicalismo di tipo orrendo può sperare di salvarsi chi è così disgraziatamente predisposto.

“Se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te. Poiché è meglio per te perdere uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geenna”. Anche la mano destra che lo scandalizza deve essere tagliata, e ancora segue la medesima motivazione: è meglio perdere una delle proprie membra, che essere precipitati con l’intero corpo nell’inferno. Una simile espressione, in tale contesto, non lascia alcun dubbio sul vero significato. Solo per delicatezza, per una sorta di pudore finale, si potrebbe dire che il giudice zelante abbia menzionato altre membra – occhio e mano – che nulla hanno a che vedere con la concupiscenza. Ma non si può eludere il significato reale che qui si manifesta: si allude alla castrazione come mezzo per preservarsi dall’inferno. Quanto più innocuo appare invece quell’altro precetto, con il quale il mosaico “occhio per occhio” viene abolito e superato. Il celebre “Non resistere al male”, con le sue altrettanto celebri conseguenze, si dispiega qui davanti a noi. A chi ti percuote sulla guancia destra, porgi anche l’altra. Se il tuo nemico vuole costringerti a fare un miglio con lui, accompagnalo per due. A chi vuole toglierti la tunica, lascia anche il mantello. E oltre questo punto non si può spingere ulteriormente il principio secondo cui non si deve opporre resistenza al male. Qui sembra prendere voce quella umiltà passiva che da ormai molti secoli viene celebrata come tratto distintivo del cristianesimo. Ma non dimentichiamo che dietro tutti questi comandamenti c’è la voragine dell’inferno che vomita fuoco contro chi li trasgredisce. Allora la bontà apparente verso gli avversari si trasforma in un’intransigenza sorprendente, persino terrificante, verso il credente che voglia assumersi il giogo della nuova legge. Egli non può mai più adirarsi, non può neppure permettersi un atto di legittima difesa, né una seppur fugace pulsione del desiderio sessuale, altrimenti è destinato a cadere preda di Satana, dei demoni e dell’inferno. Un ascetismo eroico e implacabile risuona da queste parole, e ne conosciamo bene l’origine nell’anima della tarda antichità, nell’estremizzazione stoica della vecchia morale politica e nazionale fino alla sua sublimazione nel metafisico. Ciò che era ritenuto giusto per Greci e Romani, era accettabile anche per gli ebrei, e se a ciò si aggiungeva la fede negli inferi e nei demoni, allora simili fosche conseguenze dovevano necessariamente scaturirne.

È quindi naturale che il Discorso della Montagna si concluda con parole di collera contro farisei, scribi e falsi profeti. Il Signore verrà nel giorno del giudizio e aprirà ai pii le porte del paradiso, mentre condannerà gli empi al fuoco eterno. Con questa minaccia si chiude il Discorso della Montagna, e le oscure parole d’ira riecheggiano di continuo nei Vangeli. Si parla della via ripida che conduce, attraverso una porta stretta, al Regno dei Cieli, e solo pochi vi entreranno, mentre la massa dei peccatori cammina sul largo e comodo sentiero del peccato. A tale minacciosa affermazione si può ben dare credito, se non soltanto l’omicida e l’adultero sono passibili di giudizio, ma già lo è l’ira di colui al quale sfugge una parola avventata, o l’ignaro che ha gettato uno sguardo fugace su una donna, o persino colui che si è difeso da un ladro o da un violento. La più totale disperazione doveva gravare sul mondo, poiché quasi nessuno – anzi, nessuno – sarebbe stato in grado di sfuggire agli orrori del giudizio.

Tuttavia, altre parole risplendono improvvisamente, piene di luce e di gioia, parole che non riempiono l’animo di angoscia, ma di radiosa pace. L’ideale ascetico non mostra solo il suo lato cupo, ma anche quello gioioso e privo di bisogni, si potrebbe quasi dire, il suo lato poetico. Certo, è proibito accumulare tesori e preoccuparsi dei beni terreni. Ma allora non si hanno ladri da temere, né fatiche né affanni da sopportare, e si può confidare che Dio non abbandonerà i suoi fedeli. “Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non raccolgono nei granai, eppure il vostro Padre celeste li nutre. Non valete voi forse molto più di loro? E chi di voi, con la sua preoccupazione, può aggiungere una sola misura alla durata della sua vita? E perché vi affannate per il vestito? Osservate i gigli del campo, come crescono: non lavorano e non filano, eppure io vi dico: nemmeno Salomone, con tutta la sua gloria, fu vestito come uno di loro. Se dunque Dio riveste così l’erba del campo, che oggi è e domani viene gettata nel forno, quanto più non farà per voi, gente di poca fede?” Come tutto questo è avvolto dalla luce, irradiato dal sole di una gioiosa povertà! È il frate mendicante felice, che cammina per le strade cantando le sue canzoni, sentendosi parente dei fiori del campo e degli uccelli del cielo. La sua mancanza di bisogni, la sua armonia con la natura sono la sua felicità, e al tempo stesso un misterioso splendore dell’aldilà si posa sulla sua vita, conferendole uno sfondo mistico e un’armonia più profonda. Un giorno questo amabile tipo di pio cristiano troverà piena espressione poetica nella figura di un san Francesco d’Assisi. Ma a lui si contrappone, naturalmente, una più vasta schiera di zelanti, un Simone Stilita o un Domenico, la cui vita e il cui destino non furono decisi dalla lieta notizia dei gigli del campo, ma dal tonante monito del Giudizio Universale che echeggia nei Vangeli.

Ma come può proprio il Cristo parlare di giudizio e di fuoco infernale, lui, al quale è sfuggito quel sublime precetto: “Non giudicate, affinché non siate giudicati”? Come può proprio lui, in un’incomprensibile contraddizione, oltraggiare e maledire farisei e scribi, definirli razza di vipere, invocare guai su Cafarnao e su tutti coloro che non credono in lui come nel Messia – persino su coloro che lo perseguitano – se pure ha predicato un idealismo dell’amore e del perdono che, nei secoli, ha trovato un’eco imperitura in innumerevoli cuori generosi? “Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli. Egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. – Siate dunque perfetti, come è perfetto il Padre vostro celeste”. Queste parole escono dalla stessa bocca che ha scagliato le più terribili maledizioni contro i suoi nemici. E con la stessa frequenza delle minacce, questa gioiosa promessa ritorna nei Vangeli. L’insensibilità del cuore verso il prossimo – che si dovrebbe amare come sé stessi – viene rappresentata come una grave empietà, e a Pietro Cristo ha detto: “Non fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette dovrai perdonare”. E quale grande misericordia ha mostrato questo giudice del mondo irato – lo stesso che minacciava con la fiamma eterna persino uno sguardo fugace di lussuria – verso la peccatrice pentita Maria Maddalena! Sono contraddizioni imponenti, che sin dagli inizi della critica biblica si è cercato di eliminare per epurazione. Si voleva che egli avesse davvero pronunciato le parole d’amore, ma non le altre. Questa era l’opinione della maggioranza, mentre si fece sentire anche la visione contraria, secondo la quale il vero Gesù della storia sarebbe stato proprio quello minaccioso e adirato, e l’altro – il mite e compassionevole – un’idealizzazione postuma o addirittura una falsificazione.

Ma ciò che abbiamo davanti a noi non è altro che la già nota duplice natura del Cristo, qui in una forma particolare: come simbolo della Chiesa cristiana nascente, con il suo amore e con il suo odio.

I problemi organizzativi dell’epoca protocristiana sono documentati principalmente nelle lettere apostoliche, in particolare in quelle attribuite a Paolo. Per questo motivo, occorre sempre fare riferimento a tali documenti per illuminare l’etica di Gesù, poiché fin dall’inizio Gesù fu un dio misterico, il capo divino di una comunità che, com’è naturale, lo modellò secondo la propria immagine. Così il problema dell’amore nei Vangeli si chiarisce nel modo più completo attraverso il confronto con il tredicesimo capitolo della prima lettera ai Corinzi, che si potrebbe con più ragione di molte altre opere della letteratura mondiale definire il “Cantico dell’Amore”. “Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi l’amore, sarei come un bronzo risonante o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia, e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e se avessi tutta la fede da spostare i monti, ma non avessi l’amore, non sono nulla. L’amore non verrà mai meno. Le profezie scompariranno, le lingue cesseranno, la conoscenza svanirà. Infatti, parziale è la nostra conoscenza, parziale è la nostra profezia. Rimangono queste tre cose: fede, speranza, amore. Ma la più grande di tutte è l’amore”. Questo inno sublime è rivolto, da parte del redattore della lettera, a una comunità nella quale erano scoppiate divisioni. Gli apostoli, cioè i predicatori itineranti della nuova fede, erano entrati in contrasto con i profeti estatici e, ancor più, con quegli esaltati che parlavano in lingue – esclamazioni e suoni confusi, incomprensibili a tutti. A ciò si aggiungevano gli interventi dei “maestri”, probabilmente uomini impegnati nella costruzione intellettuale, nella nascente dogmatica. Regnava fra loro una lotta per la leadership, e si può facilmente immaginare con quale passione queste tendenze e orientamenti dell’anima così diversi siano entrati in conflitto. Già in precedenza, l’ammonitore fedele aveva richiamato, nella sua lettera, l’antichissimo paragone del corpo umano, tanto caro all’antichità, per esortare all’unità e delineare un ideale organizzativo. Il corpo è uno solo, ma ha molte membra. Il piede non può dire che non appartiene al corpo perché non è mano, e la mano non può rifiutare la sua appartenenza perché non è piede. “Se un membro soffre, tutte le membra soffrono con lui; se uno è onorato, tutte le membra gioiscono con lui”. Così anche la comunità è un unico corpo con Cristo come capo, e le “membra” devono convivere in armonia, perché ciascuna di esse è stata integrata nel corpo secondo i doni ricevuti da Dio. Come se però non si fidasse pienamente dell’efficacia persuasiva dei suoi argomenti razionali, il fedele esortatore sente ancora il bisogno di mostrare agli animi in conflitto un’altra via, e intona quell’inno all’amore, di cui abbiamo colto alcuni echi, e che si conclude con le seguenti parole: “L’amore sopra ogni cosa! Solo dopo, cercate i doni spirituali”. Così si propone qui il principio costitutivo che deve sollevare la comunità oltre l’anarchia, edificare la Chiesa, superare le divisioni spirituali, psichiche e persino nazionali – come si è detto poco prima a proposito delle rivalità tra giudei e greci. Tutta la prima lettera ai Corinzi è pervasa e sorretta da questo pensiero fondamentale. Essa mette in guardia contro le divisioni, esorta i più progrediti alla tolleranza verso i deboli, che sono pur sempre fratelli in Cristo, e condanna l’ambizione di singoli individui che, per orgoglio e superbia, ostacolano l’unità delle comunità e disprezzano i fratelli. Paralleli a questa concezione si ritrovano anche in altre lettere apostoliche, e giungiamo così alla conclusione naturale che anche il Gesù dei Vangeli considerasse l’amore anzitutto come fondamento organizzativo della nuova comunità – sebbene, al di fuori di questo ambito, la situazione possa presentarsi in modo sostanzialmente diverso.

I discepoli avevano discusso tra loro su chi fosse il più grande. Allora Gesù prese un bambino, lo pose accanto a sé e lo benedisse: questo piccolo è il più grande, e il Regno dei Cieli gli è assicurato! Chi non diventa come un bambino, non entrerà nel Regno dei Cieli. Una parola meravigliosa, con la quale però il Maestro non intende soltanto riferirsi all’innocenza infantile, bensì soprattutto alla piccolezza, alla debolezza e all’umiltà. Chi desidera esercitare autorità nella comunità, deve servire e obbedire a tutti, anche ai più piccoli, e solo quando sarà diventato l’ultimo, potrà essere il primo. Infatti anche Cristo è disceso, non per dominare, ma per servire, e nel quarto vangelo arriva persino a lavare i piedi ai discepoli. Per questo coloro che aspirano alla guida della comunità devono esercitarsi nell’umiltà e nella tolleranza, e non devono causare scandalo a nessuno, nemmeno al più piccolo tra i membri della comunità; altrimenti sarebbe meglio per loro essere gettati in mare con una macina da mulino legata al collo. Il Signore potrebbe infatti venire di nascosto, durante la notte, per chiedere conto al servo infedele del suo operato. Il contesto non lascia alcun dubbio: si tratta di insegnamenti sull’amore, sull’umiltà e sulla tolleranza, rivolti in modo particolare a coloro che sono chiamati a occupare posizioni di guida nella comunità.

A questo punto Giovanni lo interrompe con una domanda degna di nota. Egli e gli altri discepoli avevano visto un uomo che scacciava demoni nel nome di Gesù, e glielo avevano proibito, poiché non voleva seguirli. Ma Gesù non approva tale intolleranza. Nessuno che compia miracoli nel suo nome potrà subito dopo parlare male di lui, e ai discepoli egli dichiara esplicitamente: “Chi non è contro di noi, è per noi”. Questa è una parola di ampia tolleranza, che è in armonia con i suoi precedenti insegnamenti e con quei fondamenti espressi nella prima lettera ai Corinzi. Anche quell’epistola attribuita a Paolo esorta all’unità fondata sull’amore, e respinge qualsiasi divisione secondo cui alcuni si definiscono seguaci di Paolo, altri di Cefa o di Apollo, alimentando così dissidi reciproci, mentre il fondamento comune è Cristo. Con tale concezione si accorda perfettamente quella parola di pace degli evangelisti: “Chi non è contro di noi, è per noi”. Tuttavia, abbiamo già letto una formulazione del tutto opposta, con senso e tenore completamente contrari. Lo stesso Cristo ha detto infatti: “Chi non è con me, è contro di me”. In verità, è questa forse l’antitesi più drastica e ingenua che si possa trovare in tutti i vangeli, e ancora oggi sembra non esserci altra via d’uscita che considerare una delle due versioni come un’interpolazione successiva da escludere. Ma a un’analisi più attenta, si nota che Gesù non parla qui di bestemmie contro di lui, bensì di quelle contro lo Spirito Santo. “Ogni peccato e bestemmia”, dice poco dopo, “sarà perdonata agli uomini, ma non la bestemmia contro lo Spirito”. Chi è, in questo caso, lo Spirito? Che cosa intende Gesù con questa solenne dichiarazione? I farisei avevano affermato che egli scacciava i demoni con l’aiuto di Beelzebù, mentre egli sosteneva di farlo per mezzo dello Spirito Santo, che così viene gravemente oltraggiato dalla bestemmia dei farisei. Ma lo Spirito Santo fu, in alcuni vangeli del cristianesimo antico, anche designato come la madre di Gesù, e questo essere divino del cielo delle idee platoniche deve necessariamente avere il suo corrispettivo sulla terra – e lo ha: la Chiesa. Essa è infatti designata, nella simbolica teologica, come la “sposa di Cristo”, e i sistemi gnostici conoscevano tra le loro entità ipostatizzate anche la Chiesa, i cui rappresentanti, i vescovi, furono in epoca successiva ispirati nei loro concili dallo Spirito Santo, proprio come il medesimo miracolo si sarebbe già compiuto a Gerusalemme durante la settimana di Pentecoste. Così, in questo passo, Gesù non dice altro se non che ogni altra bestemmia è minore rispetto alla bestemmia contro la Chiesa, perché in essa si cela l’abbandono e la dispersione. “Chi non è con me, è contro di me; e chi non raccoglie con me, disperde”. Qui il massimo rilievo è posto sulla raccolta, sulla coesione, sull’organizzazione. E se questa costruzione fosse distrutta, ne deriverebbero gravi conseguenze. Satana è stato sì sconfitto e incatenato, poiché uno più forte di lui è sopraggiunto. Così anche i demoni sono stati scacciati, e vagano ora per luoghi deserti in attesa di poter rientrare negli uomini. Ciò accadrebbe se la Chiesa venisse distrutta e lo Spirito Santo bestemmiato. Allora ogni demonio cacciato tornerebbe, portando con sé altri sette spiriti peggiori, e tornerebbe a dominare il nemico maligno, tornerebbe a regnare il peccato, e il sacrificio redentore del Salvatore perderebbe la sua efficacia.

La Chiesa come istituzione e dispensatrice di salvezza! – questa è la soluzione di tutte le contraddizioni finora rilevate. Chi vi entrava e si impegnava con sforzo, veniva purificato dalla materia del peccato mediante i sacramenti del battesimo e della comunione, e anche le colpe più gravi ottenevano il perdono. Questo era concepito in modo molto coerente, poiché con una morale rigorosa di tipo stoico, che non distingueva tra un uomo adirato e un assassino, in realtà nessuno poteva rimproverare nulla all’altro. “Non giudicate, affinché non siate giudicati”, aveva detto Gesù, e invitava coloro che si sentivano senza peccato a scagliare per primi la pietra contro l’adultera. La premessa di tale mitezza era però che Maria Maddalena si fosse gettata ai piedi di Cristo e si fosse riconosciuta in lui, o in altre parole, che fosse entrata a far parte della Chiesa e avesse ricevuto i sacramenti purificatori. Allora era salva e la sua anima era stata strappata ai demoni, e gli altri avevano il dovere di accoglierla come sorella, di considerare il peccatore come fratello, e di non elevarsi al di sopra di loro. Tuttavia, da quel momento in poi si esigeva una condotta di vita moralmente rigorosa, e questa richiesta non si trova solo nelle cosiddette lettere cattoliche, ma anche nelle epistole paoline. Anche questo ideale di condotta etica fu in effetti spesso realizzato dai primi cristiani, come riconoscevano persino i loro sinceri avversari. Ciononostante, una contraddizione (antinomia) rimaneva, dal momento che non era l’attività propria, ma il sacramento a redimere, e questo non poteva logicamente essere negato nemmeno ai recidivi, una volta che si fossero pentiti. Per questo motivo Gesù aveva richiesto un perdono “settanta volte sette”, e ciò comportò, nei primi secoli, l’ingresso nella Chiesa nascente di elementi spesso molto discutibili, che devono aver causato momenti assai difficili agli anziani e ai vescovi. Questo contrasto apparteneva essenzialmente alla tarda antichità e poteva essere superato soltanto in una maniera affettiva e magica, accettandolo come tale. L’amore era davvero il principio costitutivo di questa nuova comunità. Esso superava ogni inimicizia personale, e a lungo anche i più aspri contrasti teorici, fondendo i membri in un’unità di intensità intima come non si era più vista nemmeno nello Stato cittadino dell’antichità, tanto meno dopo la sua scomparsa. L’obiettivo di recuperare quest’anima perduta dell’antichità non fu soltanto raggiunto, ma addirittura superato di gran lunga, e con il nuovo amore – questo patriottismo universale – si risvegliò spontaneamente anche l’odio contro gli estranei, contro i nemici della patria divina e terrena. All’esterno stavano i demoni in agguato, attorno al cerchio murario della Chiesa, e chi voleva distruggere questo muro protettivo era un alleato di Satana e avrebbe dovuto essere colpito dal giorno del giudizio. Per quanto a noi, figli di tempi molto successivi, una simile concezione possa sembrare bizzarra, essa corrispondeva profondamente al sentire dell’uomo antico. Come il nuovo individualismo si era platonizzato e oggettivato, e dunque vincolato, come l’idea nazionale greca, ebraica e romana cercava e trovava la sua espressione e la sua essenza non nella spontaneità creativa dell’organismo culturale, ma nella stabilizzazione delle consuetudini esteriori – allo stesso modo operava anche il cosmopolitismo di questa epoca, cioè la Chiesa cristiana. La magnanimità verso il prossimo, verso il compagno di fede, poteva benissimo coesistere con un odio quasi sciovinista verso l’estraneo o l’eretico apostata. Che le esperienze di questo amore cristiano si condensassero, in alcuni spiriti elevati e potenti, in parole ed espressioni di sentimento di valore eterno, appartiene alle prove della potenza sublime del movimento, che talvolta sembrava trascendere sé stesso, come accade in ogni vero sviluppo storico a cui si accompagna un elemento eterno. Ma il principio rimaneva che l’amore operava dentro la Chiesa, o verso il penitente che vi faceva ritorno, mentre l’eretico e il nemico del Signore dovevano tremare davanti al fuoco dell’inferno e al giudizio.

La natura della Chiesa implicava necessariamente legalità e usanze stabili, e per questo anche l'opposizione tra Gesù e i farisei non presenta affatto quel carattere assolutamente radicale che, a partire dai tempi di Lutero, è stato ripetutamente letto nei Vangeli. Gesù non ha affatto rigettato la Legge, pur sottolineando, nei suoi confronti, l’interiorità del sentimento religioso. Il motto era piuttosto: “Fai una cosa senza tralasciare l’altra”. Altrimenti, si trattava solo di una modifica puramente esteriore delle forme, perché il vino dei misteri non doveva più essere versato negli otri vecchi, ma in nuovi. I farisei rimproverano ai discepoli di Gesù di non digiunare come fanno i giudei e i discepoli di Giovanni. A ciò ricevono la risposta che per i discepoli non è ancora tempo di lutto, ma di gioia, finché il Maestro è ancora con loro. Solo quando il Maestro sarà loro tolto, avranno motivo di tristezza, e solo allora verrà anche per loro il tempo di digiunare. La disputa qui verte unicamente sulla questione di quando si debba digiunare, e la Chiesa nascente rivendica il diritto di celebrare i propri giorni di festa e di lutto non secondo l’uso giudaico, ma secondo le esigenze del proprio culto misterico. Così infatti alla celebrazione del sabato si sostituì la domenica, che già da tempo, prima della rottura definitiva, era divenuta il vero giorno festivo per alcune sette giudaiche. Gesù non respinge nemmeno la santificazione del sabato in quanto tale, ma la sua collera si indirizza solo contro gli eccessi che, nel fervore del conflitto, venivano attribuiti agli scribi. “Il sabato è stato fatto per l’uomo, e non l’uomo per il sabato”. Questa affermazione costituisce una presa di distanza dagli eccessi dell'osservanza del sabato, ma non rappresenta un suo rigetto di principio. A prima vista, un atteggiamento più radicale sembra emergere nella discussione sulle rigide leggi rabbiniche di purità e alimentazione. “Non ciò che entra nella bocca contamina l’uomo, ma ciò che ne esce”, si afferma nel primo vangelo. Poiché la bocca parla solo di ciò che vive nei cuori, e lì abitano cose cattive, che Gesù elenca — e sono sette in totale: innanzitutto i cattivi pensieri, poi l’omicidio, quindi adulterio, fornicazione, furto, falsa testimonianza e bestemmia. “Queste sono le cose che contaminano l’uomo. Mangiare con le mani impure non contamina l’uomo”. Per quanto autentica e vera una tale parola possa risuonare ancora oggi in un’anima contemporanea, sarebbe un errore trarne solo un principio universale e ignorare la sua condizionata contestualità storica. I sette vizi danno da pensare, perché corrispondono esattamente ai sette arconti degli gnostici, i malvagi dominatori di questo mondo. Il cristianesimo è platonismo per il popolo, come disse Nietzsche, e dunque i sette vizi non sono concetti, ma entità reali. Sono i sette demoni che hanno preso dimora nell’uomo e che vengono scacciati da Cristo — cioè dalla Chiesa, dai sacramenti, che, in fin dei conti, appartengono anch’essi ai “mezzi di purificazione”. Solo che nel giudaismo talmudico il complesso sistema di purificazione era stato sempre più privato del suo carattere magico e affettivo, venendo ridotto a un’esercizio penoso di obbedienza — contro il quale il mistero cristiano si opponeva con passione. Non si contrapponevano due principi, ma si combatteva tra la forma superiore e quella inferiore della medesima cosa, e la Chiesa era soltanto la sinagoga estesa e ringiovanita.

Questo stabilisce la relazione definitiva di Cristo con il giudaismo. Egli era e doveva essere un avversario del giudaismo che si era cristallizzato e che aveva preso forma talmudica, ma allo stesso tempo era un ebreo profondamente ellenistico, che rappresentava il culmine degli sviluppi della diaspora di centinaia di anni. Per questo motivo, non poteva essere nemico della nazione ebraica, per la quale, anzi, doveva attrarre proseliti e lo aveva fatto. Fu solo per colpa degli ebrei stessi che venne da loro estraniato, poiché essi abbandonarono il terreno di uno sviluppo universale e si rinchiusero su sé stessi. All'inizio li aveva preferiti, si era rivolto continuamente a loro, e a causa loro aveva trascurato e quasi respinto i pagani e i proseliti. Comandò agli apostoli di non andare dai samaritani e dai pagani, ma dalle perdute pecore della casa di Israele. Ma Israele perseguitò e uccise i credenti, che dovevano fuggire di città in città, scuotendo la polvere del suolo non giusto dai loro piedi. La donna cananea rifiutò inizialmente Cristo nel suo pregiudizio per il giudaismo. Ma gli rivelò una umiltà e una fede che non aveva trovato in Israele, tanto che lo accettò e si fece misericordioso con lei. Non meno il centurione di Cafarnao superò gli ebrei nella fede, così come fecero gli esuli di Samaria, tanto che alla fine il Vangelo doveva arrivare ai pagani. Ma questi pagani, grazie alla loro fede, vennero accolti nella comunità di Abramo, il profondo credente antenato del popolo ebraico, diventando così giudei nello spirito. Infatti, nel secondo secolo, la Chiesa ufficiale trionfò contro la Gnosi anti-giudaica, e per questo il Nuovo Testamento si costruì sull'Antico. Quindi, anche qui, dal punto di vista storico, non c'è contraddizione tra i discorsi di ira di Cristo contro il giudaismo ufficiale e la sua affermazione che non ha annullato la Legge di Mosè, ma l'ha adempiuta. Si trattava semplicemente di una formula teologica messa in bocca al Dio dei Misteri per una realtà storico-universale. Il giudaismo si era esteso nel cristianesimo, la sinagoga si era estesa nella Chiesa.

Questa Chiesa era la città-stato dell'antichità, rinata e trascesa nella dimensione metafisica che poi più tardi Agostino ha definito correttamente come: civitas dei. Anche le tradizioni repubblicane della polis, che già da secoli erano in conflitto con i Cesari, furono integrate in questa nuova struttura. Ai discepoli che litigano tra loro per il primato, Cristo risponde dicendo che i re della terra violentano e schiavizzano i loro popoli. Nella sua comunità, solo chi è il più umile e serve tutti può pretendere di diventare il capo della comunità. In principio, infatti, la Chiesa era stata costruita su una solida base democratica, dalla quale però presto dovette deviare, per necessità organizzative e ancor di più per motivi interni. La comunità aveva bisogno di un mediatore, il più degno e puro, che fosse in grado di mediare tra essa e uno degli apostoli, i quali a loro volta elevavano la preghiera a Cristo. Ma in realtà, nessuno da solo era così eccellente da potersi innalzare alla più alta condizione tramite perfezioni morali, se non era stato insignito da una forza ultraterrena. Così nacque la finzione che Cristo, imponendo le mani, avesse trasmesso agli apostoli il suo potere divino, che essi a loro volta trasmettevano ai successori nei loro uffici ecclesiastici mediante l'imposizione delle mani. In questo modo, il diritto di elezione democratica veniva sempre più limitato, poiché la comunità non poteva competere con quella consacrazione cristica che veniva dall'alto. Tuttavia, c'era una differenza tra il precedente regime di potere dei Cesari e il potere magico-morale del vescovo o, più tardi, del papa, il quale, per la sua posizione di successore di Cristo, si sentiva almeno obbligato a vivere secondo un comportamento che riflettesse tale successione. Quella riconciliazione tra la tradizione repubblicana e il nuovo cesarismo, che gli imperatori non riuscirono mai a portare a termine, fu realizzata sul terreno della metafisica, dell'irrazionalità e del sentimento. Non fu un caso, ma una logica evoluzione, che la Chiesa nel Medioevo divenne portatrice dell'impero e riassorbì in sé le tradizioni dell'antichità, laddove esse sembravano ancora vitali, sviluppandole fino a formare la possente struttura del 18° secolo. Non fu neppure un caso che la Chiesa tornasse al suo punto di origine, e che il Rinascimento trovasse accoglienza nella corte dei papi. L'ultimo messaggio dell'antichità per le epoche future e uno dei suoi risultati più duraturi è stato il cristianesimo e, con esso, la Chiesa cristiana, la più monumentale espressione dell'idea di città-stato.

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