domenica 29 marzo 2026

LA GRANDE QUESTIONE per la Cristianità dei nostri giorni — Gesù è esistito? 2:29

 (segue da qui)

Il quarto dei nostri evangelisti ha scritto avendo sott’occhio gli altri tre. E tuttavia, per quanto riguarda il giorno della crocifissione, non li ha seguiti. Ireneo, che scrisse a Lione, lo fece in conformità con la tradizione romana, e dunque anch’egli avendo davanti gli altri tre vangeli; ma la sua concezione della morte in croce si rivela simbolica, e tale simbolismo non si può ricavare da questi vangeli. Ciò significa che in lui risuona una tradizione della croce più antica della stesura dei nostri vangeli sinottici, e che dev’essere quella allegorica del vangelo alessandrino, ritrovato più tardi da Ippolito presso i Naasseni o “adoratori del serpente”. Originariamente la morte in croce era un mistero simbolico, un atto di separazione dalla legge giudaica da parte di giudei teosofici. E con la stessa chiarezza con cui si manifesta l’impossibilità storica del racconto della passione nella versione sinottica, risulta dal passo precedente altrettanto evidente la natura allegorica di tale “evento” nella concezione evangelica che dev’essere considerata la più antica. Il Padre di Gesù ha, per così dire, riscattato attraverso di lui i suoi seguaci dai precetti della legge giudaica, poiché lo ha dato come Pasqua compiuta per il signore di questo mondo, che (Ebrei 8:7; 10:1) aveva proiettato, nell’Antica Alleanza, un’ombra tutt’altro che perfetta dei beni futuri (cfr. anche Ebrei 10:4). E chi ha imparato a penetrare più a fondo vede ancora di più: vede che il vangelo della Nuova Alleanza fu in origine un simbolo di astemi e vegetariani, [1] il quale, per effetto dello spostamento del giorno della morte nei sinottici, fu falsato in una giustificazione (romana!) per i consumatori di carne, che d’ora in poi avevano nero su bianco la prova che il Salvatore stesso, poco prima della sua passione e morte, aveva bevuto vino e mangiato carne. “Come potrebbe”, chiede Epifanio (Panarion 30:22), “la loro insensatezza riguardo al mangiar carne non essere subito confutata, anzitutto dal fatto che il Signore ha mangiato la Pasqua dei giudei?” Nel codice di Beza di Cambridge, di origine antica e proveniente da Lione, come pure in quattro manoscritti dell’Itala, mancano in Luca 22:19-20 le parole: “che è dato per voi; fate questo in memoria di me. Allo stesso modo, dopo aver cenato, diede loro il calice dicendo: questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi”. Se si considera, inoltre, che in Atti 2:42; 2:46; 20:7.11 e 27:35 si parla solo della “frazione del pane”, si dovrà concludere che l’autore di Romani 14:21 non usava vino nel sacro pasto, e che 1 Corinzi 11:23-32 rivela già al v. 25 la sua origine posteriore. Il fatto che, nell’ultima cena pasquale, non si faccia alcun riferimento contro i “fratelli deboli” di Romani 14:2.21 significa che quei “deboli fratelli”, come Gesuani, possedevano le lettere più antiche e che le narrazioni sinottiche dell’ultima cena non esistevano ancora per l’autore. Anche per lo scrittore di 1 Timoteo 5:23 esse non erano ancora presenti alla mente; e se in 1 Corinzi 11:25 il “sangue” si riferisce al vino, ciò costituisce un ulteriore segno che 1 Corinzi 11:23-32 è un’interpolazione più recente. [2] Il passo in questione, di tono liturgico, interrompe infatti il contesto; con la parola “trasmesso” (παρέδωκα) al v. 23 tradisce di essere stato inserito ancora dopo 1 Corinzi 15:5, e al v. 26 appare chiaramente redatto sulla base di Luca 22:18. “La fonte è Luca”, afferma nel 1888 R. Steek (pag. 178 del suo libro sulla Lettera ai Galati). Che cosa dunque fu realmente portato ad Edessa nel 172 o 173 da Taziano, l’autore dell’armonia evangelica siriaca (Diatessaron)? Come discepolo di Giustino a Roma, egli era apparso dapprima “ortodosso”, ma intorno al 170 egli considerava il “sia la luce” di Genesi 1:3 come un “desiderio” e la legge giudaica come l’invenzione di un dio inferiore; inoltre (cfr. Apologia 23) risulta convinto che non gli fosse lecito mangiare carne né bere vino. Tutto ciò si può comprendere propriamente solo sul fondamento dell’originario vangelo egiziano.

NOTE
[1] Filone di Alessandria loda (6:226 Holtze) il vegetarianismo e afferma (6:324 Holtze) di Seth, che egli (in ‘Sulla discendenza di Caino’ 13, 50) considera come il modello della virtù umana, che egli è un astemio.
[2] Rabbì Ismaele, il cui padre era stato ancora sommo sacerdote e che da ragazzo aveva ancora visto il tempio, ha lasciato la parola secondo cui gli ebrei, dopo la distruzione del tempio, in realtà non avrebbero più dovuto mangiare carne né bere vino; “quando il tempio fu distrutto per la seconda volta”, si legge (Baba Bathra 60b), dove ciò è tramandato, “in Israele sono diventati più numerosi gli ‘astinenti’, che non mangiavano carne né bevevano vino”.

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