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Da parte nostra, non ci domandiamo neppure come mai il quarto dei nostri evangelisti — ammesso che conoscesse le nostre versioni sinottiche e le considerasse come storia — abbia potuto trattarle con tanta libertà, fino al punto da raccontare in modo del tutto diverso, o addirittura opposto, episodi come la purificazione del tempio, l’ultima cena, il giorno della crocifissione, ecc.; lasciamo anche da parte il fatto che, secondo il defunto Ed. Reuss (tra l’altro, ‘Introduzione’, § 170), i tre altri vangeli non ci sono giunti nella loro forma originaria, e che anche Harnack (‘Dogmengeschichte’, 2ª ed., I, pag. 402) ha riconosciuto che una serie di libri del Nuovo Testamento, nella loro attuale forma canonica e universalmente accettata, presentano versioni che fanno pensare alla Chiesa di Roma. Ma che cosa deve significare, per von Soden, quell’“odore di terra” del vangelo di Marco? E, prima di tutto, che valore può avere l’intero richiamo dei signori teologi a “Marco”? “Wrede”, ammette Weinel (pag. 19), “ha distrutto la fede ingenua nella natura storica di Marco, dopo che già prima di lui M. Schulze aveva dimostrato con notevole abilità i tratti ‘apologetici’ del libro”. E lo stesso Weinel è ben consapevole che non ci si può affidare né all’ordine dei racconti né alla conoscenza dei luoghi da parte del secondo evangelista. Johannes Weiss, tuttavia, è riuscito a persuadere sé stesso (pag. 130) che lo scritto risale agli anni 64–68, pur dovendo ammettere (pag. 131) che l’autore del secondo vangelo si colloca nel pieno della missione ai pagani, riconoscendo inoltre (pag. 153) l’impossibilità di utilizzare senz’altro — senza ulteriore critica — lo scritto in questione come documento biografico sulla vita di Gesù. In realtà, in nessun caso il nostro secondo vangelo — nel quale, come in tutti gli altri, si trovano elementi fortemente simbolici, nel quale è inserita una rivelazione giudaica delle cose ultime che, dopo la caduta di Gerusalemme, fa attendere il Messia e non ha più presente la Pasqua giudaica com’era celebrata prima della distruzione del tempio, nel quale il “Figlio di Dio” parla ed è presentato come il “Figlio dell’Uomo”, secondo una concezione che solo una fantasia teosofica sorta a Roma verso il 135 poté elaborare — in nessun caso, dunque, il nostro secondo vangelo può essere un documento scritto, ai tempi di Claudio o di Nerone, da un testimone oculare degli eventi narrati. Il secondo dei nostri evangelisti, che dice “Padre nostro che sei nei cieli” una sola volta (Marco 11:25), e che fa dire a Gesù in persona, in contrasto con 1 Corinzi 8:6 e con le versioni originarie di Matteo 11:27 e 19:17, lo Shemà “Ascolta, Israele”, facendogli così testimoniare — contro il primitivo gesuanesimo di carattere teosofico o gnostico — che il Signore d’Israele è “l’unico Signore”, è tutt’altro che un evangelista originario: egli si trova già al servizio della tendenza clericale [1] romana, intento a ritrattare la concezione evangelica che distingueva il Creatore del mondo dal Padre celeste, per conservare o riconquistare così le Scritture dell’Antica Alleanza come fondamento e garanzia del Nuovo. [2]
NOTE
[1] La parola “clerus” è a suo modo una prova o un segno dell’origine gnostica o teosofica del cristianesimo. Essa significa propriamente “parte”, “porzione”… di Dio, e Filone di Alessandria afferma, nel trattato “Sulla piantagione di Noè” 13, che la comunità dei sapienti è una specie di clero speciale di Dio; “clerus” significa originariamente l’élite dei meno materiali e dei più spirituali o sviluppati. Poiché il clero romano non è mai stato propriamente un “clerus” o un’élite nel senso della santità, e non lo ha mai neppure sostenuto in modo sistematico, l’amministrazione ecclesiastica romana del 2° secolo dovette conservare per sé, nella parola “clerus”, un predicato che in origine era servito come qualificazione dei circa 150 capi gnostici soppiantati ed espulsi.
[2] “L’intero vangelo sembra scritto dopo il 70”, dice Wernle (‘Bronnen’, pag. 59). Io: dopo il 130! E. Hertlein: “Il periodo di formazione dei Vangeli potrà essere determinato più precisamente quando si sarà stabilito che le ‘Parabole’ di Enoc devono essere collocate dopo il 70 E.C., e che il loro uso del Figlio dell’Uomo danielico sembra precedere temporalmente quello di Marco» (‘Die Menschensohnfrage’, pag. 137). Io: il “Figlio dell’Uomo” è entrato nei nostri vangeli da parte gnostica a Roma tra il 130 e il 140; il quarto evangelista lo ha poi ripreso a Efeso dai nostri “sinottici” romani.

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