venerdì 27 febbraio 2026

LA GRANDE QUESTIONE per la Cristianità dei nostri giorni — Gesù è esistito? 1:44

 (segue da qui)

“A Biblo”, dice Luciano (Sulla dea siriana 6), “ho visto anch’io il grande santuario dell’Afrodite di Biblo, nel quale” — cfr. qui Plutarco, Vita di Alcibiade 18:3 — “si celebrano le feste di Adone; e ho potuto conoscerne il significato. Si dice infatti che la vicenda di Adone e del cinghiale sia avvenuta nella loro terra, e in memoria di quel triste evento ogni anno si compiono lamenti e pianti; vengono celebrate solenni cerimonie, e in tutta la regione si manifesta grande mestizia. Quando si è pianto e lamentato abbastanza, si offrono innanzitutto sacrifici funebri per Adone, per poi annunciare, al secondo giorno, che colui che era stato ucciso è vivo, e lasciarlo salire in cielo”. Quando Ammiano Marcellino narra ciò che avvenne nel 362 sotto l’imperatore Giuliano, scrive (22:9,14-15) tra l’altro: “Egli si affrettò a recarsi in visita ad Antiochia, la splendida capitale d’Oriente, che raggiunse dopo le consuete marce giornaliere, e fu accolto al suo arrivo come un essere divino, tra le acclamazioni del popolo che lo salutava come se una stella benefica fosse sorta sulle regioni orientali. Avvenne però che proprio in quei giorni l’anno giungesse al termine, e, secondo l’antico costume, si celebrasse la festa di Adone, l’amato di Venere, che — così narra la leggenda — fu ucciso dalle zanne di un cinghiale, simbolo del taglio del raccolto maturo nel tempo della mietitura. Così si offrì lo spettacolo lugubre che, mentre l’imperatore entrava per la prima volta in quella grande e regale città, da ogni parte si levavano lamenti e suoni funebri”. “In tale occasione”, aggiunge Girolamo a commento di Ezechiele 8:14, “egli viene pianto come morto, per poi essere celebrato e acclamato come risorto. L’uccisione e la rinascita di Adone sono accompagnate da lutto e gioia”. E ancora nel 987 E.C., nel mese di Tammuz, i Sabei celebravano la festa delle donne che piangono il dio Tammuz; questi Sabei sono i Mandei o gnostici, dei quali forse ancora oggi sopravvivono alcune migliaia di persone alla foce dell’Eufrate. Insieme a giudei e cristiani, essi sono menzionati nel Corano (Sura 2:50 e 5:73) da Maometto come uomini che credono in Dio e nel Giorno del Giudizio, e che non hanno nulla da temere. I Ṣubbâ o “battezzatori” in senso cristiano, non sono affatto i Nazareni mandei osservanti della domenica, né i cosiddetti cristiani di Giovanni; ciò che in essi sopravvive è anzitutto babilonese, con il suo antico culto dei pianeti. Quanto a Tammuz, Macrobio (Saturnalia 1:21) osserva che gli Assiri (insieme ai Fenici), gli Egiziani e i Frigi hanno rappresentato in Adone e Afrodite, in Osiride e Iside, in Attis e Cibele, le stagioni dell’anno nel loro rapporto tra sole e terra; così, ad esempio, il cinghiale che uccide Tammuz simboleggia l’inverno.

Nessun commento:

Posta un commento