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Quando le suddette lettere furono rese pubbliche agli inizi del 16° secolo, ci furono subito studiosi che le dichiararono false interpolazioni; e in mezzo ai 124 messaggi del decimo libro — che non si trovano più in alcun manoscritto e dei quali Plinio avrebbe dovuto inviare a Roma, nell’arco di 18 mesi, la somma di 61 dalla sua provincia — si percepisce chiaramente la assurdità di un falso, creato nello stile della pietosamente ingannevole antichità cristiana, per testimoniare la numerosità, l’innocenza e la correttezza dei primi Cristiani, così come l’autorità romana stessa li avrebbe conosciuti. Già l’incipit appare più scritto per noi che come discorso diretto a Traiano. Il termine ‘confiteri’, o fare confessione, richiama non solo la confessione in sé, ma anche gli antichi ‘confessores’, cioè i testimoni coraggiosi; il legame reciproco “con giuramento”, la costrizione a “bestemmiare Cristo”, così come la menzione da parte di Traiano dei “nostri” dèi, conferiscono al testo un retrogusto cristiano sospetto. In effetti, l’attenzione di Plinio verso i Cristiani fino ad allora non era mai caduta, mentre i templi in Bitinia erano già quasi abbandonati; egli non sapeva nemmeno cosa fosse punibile tra di loro, ma faceva ‘condurre via’ i confessori, il che, in relazione alla minaccia di ‘supplicium’, doveva significare la pena di morte. Non aveva mai istruito un processo contro di loro e non sapeva come affrontare la questione; perciò riferisce come fino a quel momento avesse agito con esito positivo. Alcuni degli accusati dichiaravano di essere stati Cristiani in passato, ma solo ora, dopo l’editto del governatore, non partecipavano più agli incontri. ‘Come è consuetudine’, agli occhi di Plinio il sangue dei testimoni appariva come il seme della Chiesa, e perciò Plinio riferisce subito che la situazione era già ben avviata a tornare in ordine; la sua condotta si era dunque dimostrata corretta, e questo lo mise talmente in imbarazzo che, nella sua incertezza, esitazione e ignoranza, si rivolse a Traiano. Si noti inoltre la questione se il solo nome di Cristiano fosse già considerato punibile e le cene, che venivano definite innocenti anche da coloro che da tempo non erano più Cristiani: nel 2° secolo, tra i dissenzienti, era opinione comune che le riunioni segrete della setta avessero un esito tutt’altro che innocente, e ancora Lattanzio (Istituzioni divine 7:26) riferisce: “Ci accusano della nostra segretezza come di una coscienza colpevole, e inventano poi altri orribili pettegolezzi su disordini sessuali e bambini ingenui, che essi ricevono con avidità dai falsari”. [1]
NOTE
[1] Confronta: 1 Pietro 2:12 e inoltre 1 Corinzi 6:12-18, 1 Corinzi 11:17-22, Filippesi 3:17-19, 2 Timoteo 3:6, Giuda 12, Apocalisse 2:14, 20, nonché Giustino, Apologia 1:26.7, 2:12.2, Minucio Felice, Octavius 9:5-7, Tertulliano, Apologeticum 7, ecc. — “Placuit prohiberi ne feminae in coemeterio vigilent, eo quod saepe sub obtentu orationis latenter scelera committunt” [=“Si è ritenuto opportuno proibire alle donne di vegliare nel cimitero, poiché spesso, sotto il pretesto della preghiera, commettono segretamente delitti”]. Canone 35 del sinodo tenutosi a Eliberris (Granada) nel 325. — Che tra i primi “fratelli” non tutto fosse in ordine, non viene negato dai Padri, ma essi attribuiscono tutta la colpa ai settari, come se la stessa Ecclesia non fosse stata originariamente di natura “settaria”.

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