domenica 25 gennaio 2026

LA GRANDE QUESTIONE per la Cristianità dei nostri giorni — Gesù è esistito? 1:11

 (segue da qui)

Ciò significherebbe che Giuseppe, che nel 73 aveva composto la sua opera sulla Guerra Giudaica e l’aveva pubblicata nel 75, avrebbe scritto le Antichità negli anni 93-94. Ma il “passo” — si veda p. 225 e seguenti in W. B. Smith, ‘Ecce Deus’ (Jena 1911) — interrompe la continuità del racconto, e già prima che in Atti 11:26, dovrebbe trovarsi nei suoi libri, a confronto con Atti 24:5, una menzione dei “Cristiani”. Se i Cristiani erano dei Messianisti, che cosa erano allora, in generale, i giudei? “Tutti i Cristiani erano allora indistintamente chiamati Nazareni”, dice Epifanio (29:1), che conosceva persino dei Nasareni che non erano ancora giunti a Cristo Gesù; “Nazareni”, conferma Eusebio (Onom. p. 284), “eravamo noi stessi un tempo, i Cristiani di oggi”. E Gerolamo scrive (Ep. 89:13) ad Agostino: “Fino ad oggi, in tutte le sinagoghe d’Oriente, tra i Giudei, si perpetua l’eresia detta dei Minæi, che è tuttora condannata dai Farisei; comunemente la si chiama quella dei Nazareni, ed essi credono in Cristo. Ma vogliono essere al tempo stesso Giudei e Cristiani, e in realtà non sono né Giudei né Cristiani”. “Se Giuseppe”, dice il coraggioso pastore Fr. Steudel di Brema in Im Kampf um die Christus-Mythe (Jena 1910, p. 63), “ha conosciuto la setta dei Cristiani, rimane assolutamente incomprensibile come mai, nell’elenco dato nel primo capitolo del diciottesimo libro — che evidentemente pretende di essere completo — egli non abbia nulla da dire sui Cristiani”. E in effetti, Giustino, Ireneo, Clemente, Ippolito, Tertulliano, Cipriano, Lattanzio non sanno nulla delle parole sopra citate, e Origene afferma esplicitamente, ancora nel 248, nel ‘Contro Celso’ (1:47), che Giuseppe non aveva creduto in Gesù Cristo. Il primo che mostra di conoscere il passo è Eusebio, che lo cita nella sua Storia ecclesiastica (1:11.7); e ancora Vossius possedeva un manoscritto di Giuseppe nel quale non si trovava alcuna menzione di Gesù. Già Gibbon ha osservato, nel sedicesimo capitolo della sua Storia del declino e della caduta dell’Impero Romano, che “il passo riguardante Gesù Cristo, che fu interpolato nel testo di Giuseppe tra l’epoca di Origene e quella di Eusebio, può costituire un esempio di falsificazione tutt’altro che volgare”; e non è soggetto a ragionevole dubbio che il nostro passo sia un autentico esempio delle falsificazioni scritturali che l’antichità cristiana ha compiuto in così gran numero. Anche Wernle lo definisce, all’inizio del suo scritto su ‘le fonti per la vita di Gesù’, una falsificazione cristiana; nel 1910 H. Weinel (p. 106) riconosce che esso è stato certamente alterato da mano cristiana o, più probabilmente, interamente interpolato; e Johannes Weiss, che (p. 88) non nasconde come il silenzio di Giuseppe debba considerarsi per lui e per i suoi sostenitori estremamente imbarazzante e misterioso, ammette nondimeno che entrambi i passi di Giuseppe su Gesù e su Giacomo sono da considerarsi interpolazioni e come tali vanno respinti. A giusto titolo, dunque, il nostro classico passo di Giuseppe su Gesù è definito, a p. 425 della seconda edizione (1910) dell’opera di John M. Robertson Christianity and Mythology, “da lungo tempo abbandonato dalla quasi totalità degli studiosi cristiani come una falsificazione” — il che, naturalmente, non esclude che qua e là, di tanto in tanto, si sia voluto “salvarlo” di nuovo. “Io, per parte mia,” riconosce, in modo comprensibile, lo stesso Johannes Weiss, “non vedo tuttavia una necessità del tutto inconfutabile e assoluta di rigettare il passo” (ibid., p. 89).

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